Bomber Story 13 Giu, 2017 @ 21:33

Le scarpe colorate di Protti e Tovalieri

Due bomber diversi, due caratteri schivi, due attaccanti di razza tra i primi ad indossare le scarpe colorate in provincia. Ma era solo un lusso, una concezione ad una carriera...

By Redazione

Le scarpe colorate di Protti e Tovalieri

Poi ad un certo punto irruppero sulla scena del calcio le scarpette colorate. Le indossavano gli attaccanti, perché erano gli unici che potevano permettersele. Non era il caso di evidenziare, con un colore sopra le righe, dei piedi ruvidi. Al Milan c’era una coppia di attaccanti nati per giocare assieme, anche se uno dei due non fu mai considerato un titolare. Erano George Weah e Marco Simone. Il primo, liberiano, aveva le scarpe le rosse, l’italiano fu uno dei primi a dare il là all’utilizzo degli scarpini bianchi. Si intendevano bene. Nell’immaginario collettivo, al di là delle scarpe, una coppia ideale. Alto e potente l’africano, agile e bravissimo sullo stretto Simone. Progressione e scatto. Il nove e l’undici. In provincia era diverso. Non sempre ci poteva permettere di giocare con due punte. Quasi mai ci si poteva permettere di scendere in campo con gli scarpini colorati. Era una questione di decenza, di galateo sportivo.

Fonte: acmilan.it

Fonte: acmilan.it

Ma questa è una storia a colori, perché Igor Protti e Sandro Tovalieri, potevano permettersi qualunque cosa. Ricordo ancora un poster. Lo trovate sui muri di tanti barbieri di Bari. C’è Igor Protti che stringe il pugno destro e digrigna i denti. Ha i capelli lunghi, quelli con l’effetto bagnato, come si usava allora. La maglia con scritto Cepu e le scarpe rosse. È un testimonial Diadora, ma è un testimonial lontano dallo storytelling odierno. Quello dei giocatori che da piccoli sapevano tutto. È l’emblema del sacrificio e del sudore, e quelle scarpe sono solo un vezzo, un lusso da campione per un bomber di provincia. C’è una immagine di Protti che conservo, un fotogramma che custodisco gelosamente. È aprile e piove, il Bari gioca uno spareggio salvezza contro la Cremonese. La partita è ferma sul pari, è stato proprio Protti a pareggiare, ma il punto non basta al Bari. Il campo è bagnato, i giocatori non stanno in piedi. Si scivola, ogni giocata è condizionata dal fango, e in campo non ci sono giocatori che passeranno alla storia per abilità tecniche.

Ma Protti ha un dono raro, quello che in Uruguay chiamano Garra Charrúa, e in quella stagione è baciato dalla garra. Riceve un pallone sporco al limite dell’area, si avvita come può, tira cadendo. Un tiro angolato ma debole. Il terreno rende quel pallone insidioso e il portiere, Razzetti, si allunga per respingerlo con il piede di richiamo. E quel punto che si manifesta una delle mie prime epifanie sportive: Igor, stremato, si rialza con uno scatto di reni che a raccontarlo viene difficile, danza sul pallone con una grazia tutta sua, di certo lontana dalla ginga brasiliana, molto più vicina ad un ballo goffo ma educato appreso in una balera di Rimini, e pensa di tirare. Ha davanti a sé quattro difensori e il portiere. Si trascina il pallone fino al vertice destro dell’area di rigore, sembra voler uscire dall’area per cercare chissà quale spazio. Semplicemente non c’è, lo spazio, nessun angolo di porta libero. Nel basket sarebbe un tiro da tre, ma senza velleità. In un impeto di straordinaria follia Igor opta per il primo palo.

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Il San Nicola segue la traiettoria con lo sguardo di chi sa che da Igor, dal giocatore di quella stagione, può aspettarsi di tutto. Anche se su quel palo c’è il portiere. Anche se con l’erba bagnata un tiro rasoterra potrebbe essere molto più insidioso. Ma in quell’impeto di potenza non c’è questa prospettiva. Quella della logica. Quella dell’educazione. Non c’è ragionamento, c’è forza, esuberanza, tracotanza. Quella che i greci chiamano hybris. Il pallone va ad infilarsi nell’angolino alto, sfidando le leggi della fisica e della balistica. Rete. Che rete. Lo stadio incredulo ascolta il rumore soave del cuoio che batte forte contro la rete bagnata. Si gode il rumore dei tacchetti delle scarpe rosse del suo capitano che, non pago, ricade e si rialza ancora per andare ad esultare con la sua gente, scavalcando i tabelloni pubblicitari e percorrendo tutti e 400 i metri della pista d’atletica. Occhi di tigre e cuor di leone, il pugno destro chiuso e l’avambraccio che fa su e giù. Si possono raccontare centinaia di prodezze di Igor Protti, la rovesciata all’Atalanta, una doppietta meravigliosa all’Inter, le sue stagioni a Livorno, ma questa rete è quella che racconta la storia di un giocatore che indossava scarpe colorate come un vezzo, ma senza presunzione.

AS_Bari_1994-1995

Il suo compagno ideale d’attacco, contrariamente a quello che dice la letteratura epica della nostalgia, fu Kennet Andersson. Con lui e grazie a lui realizzò 24 nella stagione che non valse nemmeno la salvezza al Bari. Ma prima di conoscere Lucarelli, nelle incredibili stagioni di Livorno, giocò assieme a Sandro Tovalieri. Quello con gli scarpini blu. Anche lui testimonial di provincia, bomber di cadetteria, come si diceva all’epoca, perché sembrava destinato a restare per sempre in quella categoria. Arrivò a Bari quasi per errore, nel 1992 aveva iniziato il campionato in una ambiziosa Ternana, che poi dovette fare i conti con una crisi finanziaria che la travolse qualche giorno prima dell’inizio del campionato. I migliori giocatori degli umbri furono liberi di accasarsi altrove, il portiere Taglialatela e il Cobra Tovalieri scelsero Bari. L’esordio fu in un derby contro il Taranto, una partita che mandò a segno sia Tovalieri che Protti. Ma il primo anno non andò così bene. Infortuni, incomprensioni, il cambio di guida tecnica e una squadra costruita male da Sebastiao Lazaroni ne furono le cause.

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Materazzi, subentrato al brasiliano, cambiò moltissimo, ma non la coppia d’attacco. Protti e Tovalieri, assieme ad una squadra di giovani, giocarono un campionato incredibile e conquistarono la Serie A, nonostante l’incredibile episodio di Bari – Cesena, nel giorno della scomparsa di Senna. A fine partita si scatenò una rissa che vide coinvolti, in prima linea, proprio Protti e Tovalieri, che probabilmente sarebbero oggi agli arresti domiciliari se non fosse intervenuto il giovane Caggianelli a placarli.

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Ma i tifosi videro in quella rissa contro alcuni ex baresi rei di aver esultato troppo sotto la curva barese, uno straordinario attaccamento alla maglia. L’anno dopo arrivò Guerrero dalla Colombia, ma furono ancora loro due, scarpette blu e scarpette rosse, a guidare il trenino barese. Un trenino che arrivò dal sudamerica ma conobbe, fatta eccezione per il primo episodio, esclusivamente fermate italiane. Lo chiamavano il Cobra, perché era letale negli ultimi sedici metri. Raramente partecipava alla manovra, ma aveva quella rara capacità di essere sempre nel posto giusto. E quella di non colpire mai il pallone in maniera pulita. L’emblema del suo tiro sporco fu la rete con la quale il Bari vinse in casa del Milan, a San Siro. Su una respinta di Sebastiano Rossi si avventa il cobra. Prova a colpire di destro, ma all’ultimo decide per il sinistro. È un gol brutto, ma è l’unico gol possibile. E Tovalieri sa come si segnano i gol possibili.

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In serie A giocheranno assieme solo per un anno, dopo due di Serie B. Il ruolo centrale di Tovalieri costringeva Protti a fare la seconda punta, ma rispetto ad Andersonn o a Lucarelli, il Cobra non era uomo propenso alle sponde. Quando lo guardavi dal secondo anello del San Nicola, mentre si arrotolava il pantaloncino per far prendere aria alle cosce, o metteva le mani ai fianchi per rifiatare, capivi che stava per colpire. Nelle mischie in area c’era sempre una Diadora blu pronta a risolvere, mentre Igor cercava spazio per la conclusione da fuori area e per la stagione successiva, quella in cui sarebbe diventato lo Zar.

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