Bomber Story 4 Lug, 2017 @ 12:57

Per chi tifa Fantozzi

Il calcio per Fantozzi e per Paolo Villaggio: due modi diversi di vedere la metafora più cara degli italiani, raccontata attraverso gli episodi più celebri dei suoi film: da "chi...

By Redazione

Per chi tifa Fantozzi

Ho sempre cercato di capire per quale squadra tifasse Fantozzi, ma la risposta era fin troppo ovvia. Se dovessi mostrare a un tedesco, ad un americano o a un francese, cosa è stato il nostro Paese dalla fine degli anni ’70 in poi, sicuramente gli farei vedere un film di Fantozzi. Magari uno dei primi tre, con una predilezione per “Il secondo tragico Fantozzi”. Racconterei il nostro attaccamento al posto fisso, a costo di qualunque sopruso. La splendida casa “con il mutuo equo canone”, la pensione, i pochi momenti di giubilo come il Capodanno del dopo lavoro. Nessuno più di lui – come scrive Donato Barile sul suo profilo Facebook -ha saputo raccontare la frustrazione, la falsa cortesia, la gentilezza mal riposta, l’Italia delle targhe, dei titoli, dei beceri seduttori, dei cavalierati, dei condomini, dei soprammobili, dei geometri e dei periti.

Villaggio, da cultore della sconfitta, aveva l’intelligenza per comprendere che ottenere è nulla, arrendersi è tutto. E così ha delineato il personaggio senza ambizione, – prosegue Barile, in quella che a mio parere è una descrizione perfetta dell’archetipo fantozziano – l’archetipo dell’eroe senza la sua evoluzione, che stoicamente accoglie il rancore, non lo combatte. Fantozzi, il ragioniere, rimasto bloccato in un ascensore sociale guasto, non sale e non scende, è condannato a restare dov’è, per dirla alla Caproni “là dove non fu mai”. E si sviluppa così, senza mai svilupparsi, l’epica triste del quotidiano impiegatizio. Le riunioni di condominio, l’ufficio bustarelle, le partite in tv, il vestaglione, la sgambata, la dieta, la piaga della monogamia. Storie di vita vessata. Un’esistenza senza contestazioni, un modulo pre compilato, tutto al posto giusto, tutto tristemente organizzato. Naturalmente “un’organizzazione Filini”.

Già, ma per chi tifava, Fantozzi? È ovvio che uno così non può che stare dall’unica parte possibile. L’eroe nazional popolare non si schiera, non prende le parti di un club, tifa per la Nazionale e lo fa come pochi italiani fanno davvero, rifiutando ad esempio l’idea che esistano amichevoli. Le più belle scene calcistiche dei film di Fantozzi sono legate proprio alle imprese epiche degli azzurri, imprese talvolta inventate, come quella della mitica (e mai giocata) partita contro l’Inghilterra: “Sabato 18, alle ore 20.25, in telecronaca diretta da Wembley, Inghilterra-Italia, valevole per le qualificazioni alla Coppa del Mondo…“. È l’incipit di una delle scene più celebri di tutta la saga di Fantozzi, quando il Ragioniere si arma di “familiare di Peroni gelata e tifo indiavolato” (a proposito, complimenti a Ceres per il post di ieri) per seguire la Nazionale alle prese con la durissima trasferta in terra inglese. Niente sembra disturbare la quiete del ragioniere, almeno fino alla tragica telefonata del Professor Riccardelli. Il resto è fin troppo noto. I club vengono seguiti con spirito ecumenico durante i leggendari “Mercoledì di Coppa“, un omaggio ad un calcio che i Millennials non conoscono, fatto di una lunga maratona che inizia alle 15 con la Coppa delle Coppe, prosegue con la Uefa e finisce con la Coppa dei Campioni. Nessun omaggio all’epoca però: alla Juve di Trapattoni, al Milan di Sacchi o al Napoli di Maradona. E nemmeno alla sua squadra del cuore che in quegli anni, dei mercoledì di coppe, è assoluta protagonista. Fantozzi si siede in trincea per sostenere la causa delle italiane, da sportivo che riconosce, in un noi contro loro, come nemici l’irruenza britannica o la vigoria dei panzer tedeschi.

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I toni usati da Fantozzi nei confronti del calcio sono quelli epici che si tramandano da Carosio a Nando Martellini, radio e tele cronisti di un’Italia che, per dirla alla Churchill “perde le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre“. È il lessico comune del calcio, quello bellico e guerrafondaio delle colonne del Littoriale, quello che prende in prestito termini della pugna come “sgancia la bomba”, “abbranca in presa”, “missile terra aria”, perché in fondo è da lì che si dipana il nostro lessico sportivo, almeno fino a Gianni Brera che definirà la partita piuttosto un dramma agonistico, o meglio un “mistero agonistico”, cioè la zona di reattività magnetica dove non solo si replica la dialettica hegeliana di tesi e antitesi fra le due squadre sul terreno, ma dove soprattutto si consumano, nella goffa ignominia di un attimo, singoli gesti tecnici e trame collettive di gioco che soltanto la scrittura può trattenere nel ricordo e pertanto consegnare all’analisi critica. Paolo Villaggio lo sa, ci gioca, ci prende e si prende in giro, come quando inizia a far circolare la voce che “Zoff ha segnato su calcio d’angolo“, fino all’epica della frase forse più nota della letteratura fantozziana. Quel “Chi ha fatto palo” che avremo ripetuto mille volte, a 30 anni di distanza, magari imitando in tutto e per tutto la scena di fermare la macchina, inserire il freno a mano e scendere dall’auto per esultare. Io personalmente ricordo di averlo fatto almeno un paio di volte, anche inutilmente per una rete di Ronaldo in casa del Chievo, senza rendermene conto.

Io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande “perditore” di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d’acquisto della lira, fiducia in chi mi governa.

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Il calcio nazional popolare di Fantozzi è quello delle sfide assurde della domenica mattina, non troppo lontane dalle nostre attuali partite di calcetto, dai video virali 2.0 di personaggi che danno sola all’ultimo, che si infortunano nei primi minuti, o che vivono in funzione di quell’ora d’aria che la moglie o la fidanzata concedono. Nei film di Paolo Villaggio si gioca a calcio su campi sgangherati, in condizioni climatiche pietose, perché quello è il giorno, quello è il momento, il qui e ora in cui bisogna giocare e dare sfogo a tutte le angherie della quotidianità. In quelle sfide tra scapoli e ammogliati ci sono i moti capricciosi di un D’Annunzio popolareggiante, la vocazione mimetica e realistica di Pasolini, l’adesione totale alla materia del gioco senza rinunciare però alle iperboli di un giornalismo sportivo portato a gonfiare i muscoli e la prosa, dunque a mistificare l’evento nello stesso momento in cui si presume di descriverlo. Il tutto, ovviamente, sotto l’egida dell’impeccabile organizzazione Filini. Si gioca con completi di fortuna, ma pur sempre con l’impegno di chi vuole onorare il momento, e questo vale per tutte le concessioni che Fantozzi fa allo sport, dal ciclismo all’atletica, passando per il tennis. Una Coppa Cobram continua, con la Gazzetta dello Sport come fedele alleata dei lunghi e noiosi pomeriggi di  lavoro. Come noi nascondiamo ai nostri capi le finestre dei siti internet dedicate al calcio, Fantozzi nasconde abilmente la Gazza sotto il culo e riprende a battere, a casaccio, i tasti della macchina da scrivere. Tanto da riproporre la scena persino con la moglie Pina, a casa, per abitudine. “Così non c’è gusto” è un’amara e ironica constatazione di Fantozzi va in Pensione.

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Il Paolo Villaggio tifoso troverà il suo momento di gloria (ma fu vera gloria?) altrove, il suo cammeo in un film onestamente dimenticabile, all’interno del quale però c’è tutto l’amore di Villaggio per la sua Sampdoria.  Io no spik inglish è una tipica commedia senza pretese, in cui Paolo Villaggio interpreta l’ennesima variazione mal riuscita del tipo fantozziano. Una trama esile tiene insieme una serie di scenette dall’umorismo molto facile sulle peripezie dell’italiano “medio” alle prese con un ambiente altro. Ma, come in un’epifania, appare finalmente la Samp. Semifinale di Coppa delle Coppe Arsenal-Sampdoria 3-2: si gioca a Londra nell’aprile ’95. Villaggio si trova davanti alla Tate Gallery con i ragazzini; le buone intenzioni del protagonista, ovvero visitare il museo, vacillano non appena incrocia un gruppo di tifosi blucerchiati, in marcia nella capitale britannica per assistere allo storico incontro.

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Non si può resistere alla tentazione e, nella scena successiva, vediamo il gruppo di studenti sugli spalti di Highbury, camuffati in maniera inverosimile da tifosi dell’Arsenal. Siamo in un tempio del tifo molto distante dall’attuale Emirates, ribattezzato dagli stessi tifosi dell’Arsenal “The Library” e non c’è bisogno che vi spieghi il perché. Lì c’è il tifo assordante dei tifosi Gunners, uno dei più forti Arsenal di sempre, e un numero 10 in stato di grazia. Ed ha la maglia blucerchiata. Il film riprende alcune azioni dell’incontro, che fungono da innesco ad alcune gag abbastanza prevedibili: Villaggio che sopprime a stento il proprio disappunto in mezzo ai tifosi avversari per il vantaggio di Bould; i ragazzini che, dopo aver esultato per il successivo pareggio di Jugovic, vengono aggrediti a colpi di mazza ferrata da un hooligan. E ancora Villaggio a torso nudo, mostrare il suo “middle finger”. Il tutto condito da una giocata di Mancini di cui ricordo solo la meraviglia, sebbene nel momento in cui scrivo non ho voglia né tempo di andare a controllare su Google se si tratta di un filtrante o di uno dei suoi colpi di tacco.

Ciò che è certo è che il Mancio è stato forse il giocatore più apprezzato da Paolo Villaggio, che avrebbe voluto dedicargli molto di più che un cammeo in un film di scarso successo ai botteghini. Un calciatore così distante dall'”organizzazione Filini” e dallo spirito nazional popolare di Fantozzi che celebra eroi ligi come Zoff, Tardelli, Scirea, mentre Paolo Villaggio era l’esatto contrario: vicinissimo alla genialità atipica di Mancini, uno capace di rendere semplici le cose difficili. Come raccontare il nostro Paese, anche attraverso quanto di più caro abbiamo: la metafora del calcio. Stile alto e basso, apologia e parodia, cioè il comico con cui affligge gli eroi della domenica (qualunque eroe) e il tragico che ne svela il lato umano più vulnerabile, si alternano e danno alla fine come una cosa sola, specchio di una rappresentazione che allude al sacro fino a sfiorarlo e tuttavia si spegne sempre, fatalmente, nella cenere dell’incompiutezza o meglio nell’eclissi di un componimento puramente illusorio. E la partita ambisce alla totalità dell’opera d’arte, al rigore della liturgia ma, nella sua labilità e precarietà, ne rappresenta la versione decaduta, reificata. Per ribadire l’idea che il senso di una partita di calcio sta proprio nel suo essere fallibile. Come se il calcio fosse davvero tale solo per eccezione, mentre in condizioni di normalità dimora allo stato infero e plebeo, della ordinaria “pedata”, che è il più arguto dei neologismi di Brera. E anche di Paolo Villaggio.

 

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