Bomber Story, Home 21 Dic, 2017 @ 9:00

Siam venuti fin qua

Ode a Kakà, l'umano che si travestiva da marziano, o viceversa.

By Redazione

Siam venuti fin qua

Grazie alla progressiva esplosione di un fenomeno irreale che avevamo avvertito in Cristiano Ronaldo, il 2007 è stato l’anno in cui quasi tutti ci siamo affacciati con tutto il corpo alla finestra del calcio inglese, nel senso che lo guardavamo proprio con la venerazione tipica di chi sognava di addormentarsi e svegliarsi da tifoso del Manchester United solo per guardare quel ragazzo giocare e segnare. Però spesso e volentieri quando i ragazzi di Ferguson venivano a giocare contro le italiane, specie da più piccoli, noi tifavamo per loro (a meno che non giocassero contro la squadra del cuore) e speravamo di rivedere in continuazione i doppi-passi, le finte, i gol di Cristiano Ronaldo.
Quell’anno in Champions League  si è giocata Manchester United-Milan, e io non ho mai tifato per il Milan. Quel giorno il Milan ha perso, ma in un arco breve di tempo uno dei ventidue in campo – come un terremoto – mi ha fatto sentire delle vibrazioni e mi ha convertito. Mi ha spinto a pensare che forse al ritorno si poteva tifare per il Milan.
Quel signore porta il nome di Ricardo Izecson dos Leite, ma noi lo conosciamo più facilmente come Kakà, e tra l’1-0 iniziale e il 3-2 finale, si è inventato due gol, di cui uno da fantascienza pura. Ciò che quella sera ci aspettavamo da Ronaldo, lo ha fatto lui: solo contro tre difensori, si è allargato sulla sinistra, ha alzato un campanile a sombrero che ha spostato l’inerzia dell’azione dalla sua parte e con un colpo di testa che ha attraversato chirurgicamente due difensori come se avesse il mantello dell’invisibilità ha permesso loro di scontrarsi e se ne è andato solo soletto verso Van Der Sar, impotente di fronte all’azione di un marziano. (Al ritorno, per inciso, Kakà ha sbloccato l’incontro che il Milan ha vinto 3-0, sbattendo fuori con eleganza il Manchester dei nostri sogni con tanto di 4 in pagella per Ronaldo).

È bastata un’azione, una delle tante, a farci capire che più passava il tempo e più Kakà diventava bravo a sostituire l’empatia che gli mancava – da bravo ragazzo timido, casa e chiesa – con i colpi sul campo e adesso che annuncia il ritiro diventa difficile assorbire la notizia. Non perché non vedremo più certe cose – che già non vediamo da diverso tempo visto il lento eclissarsi di tutto quel talento – ma perché ci tornano in mente quelle sgroppate che faceva partendo dal centro e portandosi a spalle tutta la difesa; quelle magie che riceveva da Dio e di cui spesso era incredulo, tanto da fermarsi a metà campo e poi continuare a correre solo dopo essersi accorto che tutto era vero e insieme a lui il boato del pubblico che lo spingeva, come se servisse il boato per metterlo in moto.
Ma se mi chiedete un’immagine di Kakà, me lo rivedo di spalle – sotto la pioggia di San Siro, con la ventidue sulla schiena- che muove tutte e due le braccia verso l’alto con le dita che si muovono, come se ballassero una samba brasiliana, a ringraziare il protettore del suo talento.  Come se lui non c’entrasse nulla con tutto quello che stava combinando con la palla tra i piedi.

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