Ho giocato contro Adebayor e gli ho pure fatto male

Ho giocato contro Adebayor e gli ho pure fatto male

Un’opportunità once in a lifetime, un soprannome incomprensibile e un fallaccio criminale: cronaca di un allenamento riuscito male

Chi ha avuto il disonore di leggere la storia della scorsa settimana dovrebbe aver ormai compreso come le mie qualità da calciatore attivo siano pari a quelle di Cristiano Ronaldo senza entrambe le gambe. Eppure, nonostante il calcio abbia tentato in ogni maniera di dirmi che non facevo per lui, devo ammettere di aver provato almeno una volta a fare le cose più seriamente.
Il periodo è sempre quello dell’adolescenza, 16-17 anni circa. Con il gruppo di amici storico veniamo a sapere che una squadra locale, di cui francamente neanche ricordo più il nome, sta cercando ragazzi random per farli entrare nella compagine. La discussione con i miei amici riguardo la partecipazione al provino fu intricata e concitata:
“Wagliù, andiamo a fare questo provino?”
“Si.”
Di conseguenza, un pomeriggio di inizio settembre ci presentammo tutti: eravamo in 11 e probabilmente entrammo come quelli che nei film camminano in maniera eccitante in fila orizzontale, soltanto che noi non avevamo gli occhiali da sole e la musica figa in sottofondo. I membri della squadra, tutti più grandi di noi, ci guardarono con espressione rabbiosa mista ad un’elevata dose di pietà. Sono sicuro che nelle loro teste pensassero “Ma quanto sono sfigati?”. Ci cambiamo ed iniziamo l’allenamento.

Dopo corsa e vari esercizi, si passa ad una fase di palleggio circolare: tutto molto ordinato, niente di frenetico. Noi rookie veniamo messi in gruppo e iniziamo a cazzeggiare un po’ con questo pallone. Ovviamente cerchiamo di divertirci, ma l’aria che tira sembra essere di quelle serie: l’allenatore, un signore panzuto dall’accento napoletano abbastanza marcato, osserva con attenzione i gruppi di gioco e promette mazzate a chi non svolge decentemente la prestazione. Ed in effetti ognuno di noi, nel suo compito elementare, s’impegnò manco stesse giocando la finale di Coppa del Mondo. Imbecillità volle, però, che il sottoscritto fu preso dalla smania di fare un passaggio di tacco per pura boria personale. Ma il Karma è una puttanella e, in maniera scontata, l’unico colpo di tacco di quell’allenamento venne visto dall’allenatore. Il tecnico, furioso, mi venne vicino e, con un’inattesa calma nei toni, mi disse candidamente: “Fai un’altra cazzata del genere e ti sbatto fuori”.
Neanche 10 minuti di allenamento e già avevo fatto la prima figura di merda.

Venne poi il momento di una fase di possesso palla in una sola metà di campo: noi provinanti dovevamo sostanzialmente sradicare la palla agli avversari. La cosa, ovviamente, era molto più facile a dirsi che a farsi: sul campo regolamentare non avevamo mai giocato e, dopo 5′, eravamo praticamente tutti distrutti. In particolare, io dopo 2′ ho creduto di rimanere vittima di un attacco cardiaco. Ricordo anche che prendemmo la palla.
Una volta.
La perdemmo 10 secondi dopo.

Adebayor

In seguito, arrivò il momento delle esercitazioni sui tiri. Conscio del fatto che non avrei segnato al loro portiere neanche con una porta grande quanto il Madison Square Garden, decisi di mettermi io stesso in porta per i rookie. La mia “carriera” era iniziata proprio in porta, anni prima, con una nota scuola calcio del napoletano: da piccolissimo ero veramente bravo. Contro questi tizi praticamente cercai di ricollegare al cervello tutti i movimenti degli anni passati, con l’omissione totale di papere e minchiate. Devo dire che, con sorpresa, me la cavai piuttosto bene: facevano fatica a segnare, tanto che uno si incazzò di brutto e tirò una cagliosa talmente forte che se mi fosse finita in faccia a quest’ora il mio soprannome sarebbe “The Elephant Man”. In un’altra occasione respinsi con un pugno troppo molle una conclusione forte. Mi si girò ogni osso di quella mano. Nella mia testa presero piede Santi e Madonne, coadiuvati però da un’irreprensibile poker face che all’esterno non diede traccia dell’accaduto e, soprattutto, soddisfazione al maligno avversario.
Infine, il momento che tutti stavano aspettando: la partitella.

Ovviamente la sfida fu tra loro, squadra piuttosto organizzata e che si conosceva da tante stagioni, e noi, che si ci conoscevamo ma che di schemi neanche a parlarne. Ci sistemammo in campo e io, che dovevo scegliere se continuare a vivere i miei anni oppure morire dopo aver percorso troppi metri, decisi di piazzarmi come centrale di destra in una drammatica difesa a 3 di Mazzarriana memoria.
E fu proprio in quel momento che mi si palesò davanti un figuro che non dimenticherò mai per tutta la vita.
Questo tizio, con una faccia sorridente a metà tra quella di uno che ha appena eiaculato e Luca Giurato, mi guarda, si avvicina e mi fa con tono scherzoso ma anche un po’ tracotante:
“Ij song Adebayor, song nu fenomen, te facc verè nu poc e numeri accussì t’mpar coccos”.
Mmhh…Adebayor.
Adebayor.
E io che me lo ricordavo un tantinello diverso.
Diciamo che di base avrei anche voluto credergli. Il problema è che questo ragazzo presentava caratteristiche fisiche che si discostavano leggermente dal calciatore che all’epoca militava nell’Arsenal. In particolare:
– era “un uomo, di razza bianca caucasica” [cit.]
– aveva i capelli neri
– non era certamente alto quanto lui e possedeva un fisico atletico ma piuttosto smilzo
– era napoletano
Perplesso, guardai i miei compagni di reparto e inizialmente pensai che sarebbe stato un pomeriggio tremendo. Poi però, in un impeto di coraggio e di sbatticazzo, mi dissi con fare british:
“Ma guarda a stu scem”
E così iniziò quella che, probabilmente, fu la partita di calcio più bella della mia vita.

Contro ogni pronostico, ci difendevamo benissimo e riuscivamo pure ad attaccare. Dopo 20′ ancora non avevano segnato. Adebayor, come un Neymar mancato, cercava di fare le finte anche quando prettamente inutili e praticamente giocava solo nella mia zona di campo: mi puntava a sfregio, proprio ad umiliarmi.
Col cazzo con le patate però che passava.
Tanto è vero che fu costretto a ricorrere persino al trash talking per destabilizzarmi. Non so quante me ne disse. Io, che un po’ avevo perso anni di vita ci stavo capendo poco e un po’ ci tenevo a fare bella figura, ressi alla grande.
La partita poi prese la sua evoluzione: il valore della squadra avversaria ovviamente venne fuori e la sconfitta si era materializzata. Quasi verso la fine del match, Adebayor ha ancora fiato da vendere e prova uno scatto che, lo ammetto, mi tagliò fuori totalmente. Mi stava per superare e sarebbe andato in porta a segnare. Ed io questo non lo potevo permettere. Fu allora che mi ricordai di un particolare sfuggitomi fino ad allora:
che un difensore non è tenuto per forza a prendere il pallone.
Così, con le ultime energie che avevo in corpo, entrai durissimo e gli diedi un calcio paragonabile a quello che Montero diede a Totti in un Roma-Juventus 4-0.
Silenzio, per un secondo. Che però sembrò infinito.
Adebayor rantolava a terra dal dolore. Io chiesi subito scusa ma mi ero già preparato psicologicamente al linciaggio fisico da parte sua e dei compagni.
Inaspettatamente, però, accadde una cosa singolare: scoppiarono tutti a ridere, compagni compresi. E persino lui.
Gli avevo dato una lezione e, al tempo stesso, forse mi ero guadagnato il suo rispetto.
Lo aiuto a rialzarsi e ci abbracciamo. Fu un bel momento. Che però, in pratica, fu rovinato da un piccolo ed insignificante particolare: l’allenatore, quella partita, non l’aveva neanche vista. Si era allontanato da un pezzo. Ergo, come succede quando ti riesce per una volta una cosa bellissima e nessuno ti guarda, in quel caso l’unico che avrebbe potuto giudicarci concretamente non era presente.
Con una visita prostatica, probabilmente, l’avrei preso meno nel culo.

Come potete immaginare, alla fine non fu preso nessuno di noi e, probabilmente, adesso questa squadra neanche esiste più. Però, almeno, mi tolsi la soddisfazione di fermare Adebayor. Attendo qualche Ronaldo, Messi, Suarez o Robben per altre mazzate gratis.

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