Ho sottovalutato il Subbuteo e sono incazzato

Ho sottovalutato il Subbuteo e sono incazzato

Vi è mai capitato di capire l’importanza di una cosa sopo dopo averla persa? Bene, a me è appena successo con il Subbuteo

Ricordo ancora con grande precisione quella volta di qualche anno fa che, a Natale, mio zio prese il dono previsto per me e, porgendomi una singolare scatola rettangolare, mi disse “abbine cura e coltiva la passione”. Io, che inizialmente non capì, dopo aver aperto la scatola avevo intuito anche meno: c’erano questi mini calciatori, per la verità fatti pure un po’ una schifezza, su un telo riprodotto come campo da calcio. Stecche, due porte, un paio di palloni-palline. La scritta “Subbuteo” sul fronte della scatola. Alche, il mio illuminato pensiero in quel momento fu:
“Ma che r’è?”
(traduzione per i non napoletani: “in cosa consiste tale apparato?”)
Cioè, io lo so sapevo di cosa si trattava, perché ne avevo sentito parlare da qualche ragazzo più grande di me. Però mai avrei immaginato di trovarmelo di fronte: era troppo strano per essere vero, troppo “miniaturizzato”, un mondo eccessivamente grande nelle mani di un bambino. Mio zio mi sorrise, io ricambiai un po’ di circostanza. Lui aveva questa enorme passione per il calcio, una passione che io, francamente, non capivo e non amavo. La prima partita l’avevo vista nel 1998: era un’amichevole estiva tra Inter e Lazio e le uniche cose che ricordo erano queste:
1) Lo sponsor “Del Monte”, che evidentemente aveva detto “si” a Cragnotti, sulle maglie della Lazio
2) L’imbarazzante divisa giallonera che i biancocelesti vestirono per l’occasione
3) Vieri segnò, se non erro, almeno un gol e pensai “Cazzarola, questo è forte”.
Ricordo anche che mio padre avrebbe potuto seguire senza annoiarsi anche Pistoiese-Pro Patria, mentre io ero lì a farmi due maroni enormi. Poi lui è invecchiato, annoiandosi per qualsiasi partita che non sia della sua squadra del cuore, e io quella passione l’ho coltivata fino a sperare di renderla un mestiere.

Subbuteo

Ad ogni modo, ormai il regalo era lì e, che cazzo, andava provato. Così, proprio il giorno dopo, mi metto d’impegno e sistemo tutto l’ambaradan. Ed effettivamente era pure abbastanza sfizioso. Ma mi resi subito conto che qualcosa non andava: ero da solo. Così vado da mio padre:
“Papà, giochiamo a Subbuteo”
“Figlio, papà è impegnato”
Ok, chiamo mio zio:
“Zio, giochiamo a Subbuteo”
“Nipote, tu e lo zio abitate più o meno in uno spazio in cui vi è la stessa distanza che c’è tra Kuala Lumpur e il Lago Di Garda, penso sia poco fattibile”
Così chiamo il mio migliore amico:
“Peppeniello (nome di fantasia), giochiamo a Subbuteo”
“Amico del cuore, non posso: sono già impegnato a giocare alle carte Digimon, Pokémon, Minchiamon, alla Play Station e poi magari dopo mi faccio pure la prima pugnetta della mia vita”.
Insomma, in parole povere: questo Subbuteo non interessava a nessuno. E così, dopo averci giocato sporadicamente nelle settimane successive con alcuni compagni di scuola, me ne lavai le mani e sparsi i pezzi un po’ qui e un po’ là, senza troppe preoccupazioni. Fu un grosso errore, col senno di poi.

2016, qualche giorno fa.
Sono passati svariati anni ormai e molte cose sono cambiate: ho scoperto le donne (e le conseguenti delusioni), i videogiochi, il cinema, Chiamarsi Bomber. Il mondo si era ampliato, le mie prospettive e i miei bisogni pure. Impegnato a trovare l’idea per un pezzo, mi guardo intorno nella stanza recentemente restaurata per via di lavori. Non so come, non so perché, stile richiamo di Jumanji inizio a sentire qualcosa che mi chiama. E’ una scatola verde.
Il Subbuteo.
“Mah, forse dopo anni non sarebbe male cercare di riprendere la mano”
Tra l’altro, proprio mesi fa mi era capitato di conoscere per un’intervista il campione italiano di Subbuteo, uno che ha fatto di un gioco una vera propria arte. La cosa mi aveva appassionato, ma gli impegni sono sempre tanti.
E insomma, apro questa scatola. Mi guarda male, ho un po’ paura. Però sembra quasi tutto a posto: il campo c’è, i calciatori pure, le palline leggermente rovinate ma ok.
Poi, il dramma: mancano le porte.
Le cerco ovunque, persino nel cassettone dei vecchi giocattoli nel quale trovo, in ordine sparso: cintura da WWE Champion, un Godzilla a cui manca una gamba, Action Man, Hercules (rigorosamente quello della serie tv, grazie Sam Raimi), The Mask, i fantasmini che uscivano dall’ovetto Kinder. Niente, ‘ste maledette porte non ci sono.
Mi dico che le ricomprerò, che stavolta ci proverò sul serio. So già che non accadrà mai.
Ho capito solo ora la magia del Subbuteo: la necessità di toccare qualcosa di non virtuale, di poter affrontare una sfida con le proprie capacità, di crescere e sognare senza dover per forza stare attaccati ad un joystick. Ma, paradossalmente, mi trovo quasi nella stessa situazione di prima: i miei migliori amici odiano il calcio, i piccoli cugini hanno altro da fare, mio zio è sempre lontano. Solo che, questa volta, capisco realmente cosa mi sto perdendo. E il raffronto tra la generazione attuale e quella precedente francamente mi fa rabbrividire: non credo che un adolescente di oggi possa comprendere a fondo cosa possa significare un gioco del genere. Risvoltinari maledetti.
Dopo un ultimo, fugace sguardo prendo la scatola e la poso nuovamente. Resterà lì forse per anni, ma di darla via non se ne parla neanche. Chissà, magari con mio figlio, se arriverà mai. Intanto, di nuovo arrivederci Subbuteo: per ora siamo 2-0 per gli avversari, ma non è detto che il risultato non si possa recuperare insieme, un’altra volta ancora.

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