Kalidou, onore al tuo colore

Kalidou, onore al tuo colore

Il calcio e lo stadio non sono luoghi è lo specchio della nostra estranei dalla nostra quotidianità, ma un vero e proprio specchio della nostra società. E la vicenda di Koulibaly ne è testimonianza.

Kalidou Koulibaly è un buonissimo difensore che, dopo un anno di ambientamento, sta mostrando di valere la Serie A italiana. Viene dalla Francia ma il suo sangue è senegalese, così come la sua “prima” nazionalità. Ieri, per qualche minuto, Kalidou si è dovuto fermare dal fare quello che sa fare meglio, ovvero giocare a calcio, per cercare di porre fine alla stupidità di alcuni imbecilli che andavano avanti ad offenderlo per una delle qualità più inoffensive del mondo. Kalidou, infatti, è nero. Avrei potuto usare il termine “di colore”, ma questo rende molto più l’idea di quanto la nostra pelle non debba in alcun modo diventare merce di scambio per offese, ingiurie o tristi tentativi di protagonismi altrui. Kalidou non ha di certo scelto di nascere nero, così come chi vi scrive non aveva alcuna idea di essere pallido come un vampiro. Ma Kalidou Koulibaly, ne sono abbastanza certo, avesse potuto scegliere, avrebbe senz’altro accettato comunque la sua diversa, ma non per questo inferiore, connotazione cutanea. Anche perché, sarebbe ora di iniziare a capirlo, non dovrebbe esserci un cazzo di male.

Koulibaly

La cosa che ho sempre detestato dell’italiano medio è quella che “il calcio è solo un gioco e quelli allo stadio sono solo sfottò”. Ma nemmeno per idea, visto che il calcio (e qui cito Arrigo Sacchi) è “la cosa più importante tra le cose meno importanti” e che dal fruttivendolo, in banca o alle poste non ci sogneremmo mai di ululare all’impiegato straniero o di urlare “lavati col fuoco” a quello napoletano, seppur eventualmente scortesi. Nell’infinità ipocrisia che regna in questo mondo, però, tutto dev’essere per forza strumentalizzato o modificato, anche quando la realtà si rivela come la matematica, ovvero ogni cosa ma di certo non una semplice opinione. E così, nelle curve di tutta Italia c’è ancora chi giustifica i cori razzisti, quelli discriminatori, chi arriva allo stadio con i sacchetti dell’immondizia. Ma, in una cultura tremendamente radicata nell’immaginario collettivo, ormai sembra quasi normale implorare il Vesuvio come un Dio distruttore, rinfacciare i morti dell’Heysel o gioire per un infortunio grave di un avversario, con nonchalance, come se fosse la cosa più normale del mondo. C’è poi chi dà del “frocio” a qualcuno, sbagliando perché intendendolo come un’offesa, e si scusa immediatamente comprendendo l’errore fatto ma viene ugualmente martoriato per giorni e giorni, riempito di pietre scagliate da chi senza peccato non è. Ma, come tutti sappiamo, errare humanum est. Perseverare, invece, è tremendamente diabolico.

Makinwa, Manfredini, Keita, Onazi, Cavanda. Sono solo alcuni dei giocatori di colore che vestono o hanno indossato in passato la maglia della Lazio. I tifosi li hanno applauditi quando avrebbero dovuto farlo, fischiati in caso di cattive prestazioni reiterate, gioito con loro per gol e trionfi. Incuranti di offendere non solo la propria dignità ma anche i loro beniamini, questi difetti di produzione umana (che, fortunatamente, non rappresenteranno MAI la maggioranza di nessuna tifoseria degna di questo nome e, a prescindere, di nessun essere umano) continuano a giustificarsi, nella loro ignoranza, dietro la scusa della presa in giro. Dovremmo invece cercare di comprendere, una volta per tutte, come il calcio e lo stadio non siano luoghi estranei dalla nostra quotidianità ma un vero e proprio specchio della nostra società. Se non riusciamo ad essere civili nello sport, come mai potremo pensare di esserlo nella vita vera? A questa domanda vorrei tanto trovare risposta, ma per ora più mi sforzo e più aumenta la rabbia. Forse dovremmo fare tutti come Kalidou Koulibaly che, a fine partita, ad un innocente bambino della stessa curva da cui provenivano gli insulti ha regalato una sua maglia e, forse, un sorriso: combattere l’odio, il disprezzo e l’ignoranza con l’amore, la bontà e una maggiore sensibilizzazione. Forse non basterà ma, almeno per quei 90′, ci sentiremo finalmente e realmente estranei rispetto ad una realtà che, vista oggi, fa veramente schifo.

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