UNDICI METRI

UNDICI METRI

La spavalderia e l’autostima non sono mai state il mio forte, non lo saranno mai. Nel quotidiano, dovendo scegliere, ho di certo preferito affrontare gli impicci di petto ma con umiltà spesso incompresa, inattesa, a volte fuori luogo, decisamente inutile. Non capire sé stessi è un grande dramma ma fraintendersi lo è ancora di più. Vorrei che le mie gambe non tremassero durante il tragitto verso l’area piccola. E invece fanno “Giacomo Giacomo” in maniera così pacchiana, mentre cerco di concentrarmi su quelli che rischiano di essere i metri più importanti che percorrerò nella mia vita. Intorno a me non sento nulla. Forse perché, in effetti, nessuno pronuncia sillaba. O, forse, perché il terrore crea intorno a me un’atmosfera distorta e fasulla, in mezzo al roboante caos. Ancora oggi non so spiegare bene quell’effetto, so solo che non poteva sembrarmi reale e che, evidentemente, non lo era.


Se siamo arrivati fin qui è anche merito mio, sarebbe ingenuo non ammetterlo. E’ stata una battaglia, fuoco contro fuoco senza mai mollare un centimetro. Ma una tale responsabilità non l’avrei mai voluta né richiesta: l’ultimo rigore della lotteria è la sottile linea rossa tra la gloria e la vergogna. In vero, la seconda non dovrebbe più rappresentare un grosso ostacolo per me, dopo ciò che ti ho fatto. Meritavi di meglio. Il solo amore non basta mai.


Un immaginario tappeto rosso sotto di me, la legge (im)morale dentro di me. Un dischetto corroso dal tempo, una porta che ormai si è rimpicciolita e pare un’angusta finestrella difesa da un gigante. E intanto io cerco, scruto. Ma non ti vedo. Io non ti vedo. E non so perché dovresti essere qui.


Questo pallone è troppo pesante per me.


In panchina si abbracciano speranzosi in contemplazione di un punto fisso, il sottoscritto. Ma il terrore non risparmia un solo volto, lo percepisco e non ci vuole di certo un genio per farlo. La pressione, se non la sai gestire, può divorarti come un macabro incubo che invade la tua mente rovinando un sonno prezioso. E questa è una pressione che non posso gestire. Continuo a guardare, non so perché. Non ci sei, di nuovo. Non ci sarai.


Ho paura. Anzi no, in fondo non me ne frega niente. Perché il niente è ciò che sta avvolgendo la mia vita da quando ho preso a calci ciò che vali. E quindi questo rigore potrei anche sbagliarlo. Si, ho deciso, lo sbaglio. Lo mando in orbita perché tra i 40.000 che affollano curve e poltrone io non so se ci sei. E allora che vada tutto al diavolo. La coppa, il mister, i ragazzi, la svolta della carriera. Ora non ho più paura. Il cornuto è pronto: mi guarda con quell’aria di sufficienza. Quasi ci faceva perdere la partita. Ormai sta per fischiare, lo noto con la coda dell’occhio. E noto anche altro. Appena dietro i cartelloni elettronici, ormai imbrattati da urti, cadute e manate. E’ la visione più bella che potessi mai avere.


Noto te. Ci sei.


La paura è tornata. Prepotente, incalzante, malefica.


Una palla da bowling sarebbe più leggera di questo ammasso di cuoio che sto per posare a terra. Mi prosciuga l’anima, ci metto tutta la forza che ho in corpo. Ma tu sei lì, e con i tuoi occhi nocciola mi guardi. Il tuo sorriso abbozzato è come l’arcobaleno dopo il temporale. La spinta di cui avevo bisogno. Ora tutto ha un senso: gli allenamenti, il sudore, il sangue, i litigi, i sacrifici, le piccole resistenze, la pioggia e il freddo sulla pelle. I timori, i sorrisi, le carezze. La voglia di mollare e quella di rialzarsi. La differenza tra chi ha tutto ma in realtà niente e chi vuole poco ma realizza ogni cosa.


L’arbitro ha il fischietto in bocca. Ma tu sei lì. In maniera incredibile, inaspettata, divina. Sei lì. E ora so che cosa devo fare.
Il tempo si ferma. Io e te. E null’altro. Tienimi per mano.


Vado. Pesantemente, lentamente, con una fifa fottuta in corpo. Ma vado.


Tre secondi dopo, realizzo che nella mia vita non è cambiato poi molto.


Corro, gli altri mi inseguono dopo il triplice fischio. In realtà io penso ad altro. In effetti domani, appena sveglio, sarò sempre il timido e deludente figlio di puttana che sono oggi. Troppo altruista per prendersi cura di sé, stupidamente ingombrante per chi gira intorno. Spesso illogico, sognatore e immaturo, sempre realista pretenzioso. Ma ora so che, quando aprirò gli occhi, ti troverò al mio fianco. Con quella tenera smorfia da Dea dormiente, quella fossetta graziosa, quelle labbra stupende.


Ora so che ho te.


Ho vinto. E del resto, francamente, non mi è mai interessato di meno. Gli abbracci dei ragazzi, le strette di mano, il trofeo alzato al cielo, i complimenti. Non m’importa di nulla, e non sarò ma più felice di essere così menefreghista. Perché oggi ho finalmente vinto. Perché sei qui.


Perché ho te.

 

 Claudio Agave

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