ARRIVEDERCI MAESTRO: La parabola di Andrea Pirlo

ARRIVEDERCI MAESTRO: La parabola di Andrea Pirlo

Una parabola ad effetto ed efficace come quelle che ci ha mostrato sovente su un campo da calcio. Questa è la carriera di Andrea Pirlo. Parte forte, fortissimo…

Una parabola ad effetto ed efficace come quelle che ci ha mostrato sovente su un campo da calcio. Questa è la carriera di Andrea Pirlo.

Parte forte, fortissimo, quando a soli 16 anni e due giorni esordisce in Serie A con la maglia della squadra della sua città, il Brescia. Si parla già troppo di questo ragazzino silenzioso, apparentemente molto timido. “Per movenze ricorda Rivera” dicono. Un paragone che schiaccerebbe qualsiasi calciatore affermato, figuriamoci un talentino in erba non ancora maggiorenne.

Andrea è un trequartista dai piedi buonissimi. Qualcuno comincia a storcere il naso: “E’ troppo lento per giocare in quel ruolo”.

Nonostante le qualità indiscusse, Andrea non riesce e consacrarsi con la prima grande maglia addosso: all’Inter del suo ex c.t. dell’Under 21, Marco Tardelli, fatica troppo e gioca solo spezzoni di partita. Diciotto in totale. I nerazzurri decidono di darlo in prestito alla Reggina.

Proprio come una parabola delle sue, la famosa “maledetta” la carriera di Andrea subisce le prime svolte. Non è dritta e non è facilmente individuabile. La prima sterzata ce l’ha a Reggio Calabria con la maglia della Reggina. Assieme all’altro giovane talento Roberto Baronio è protagonista di un campionato di alto livello.

L’Inter torna a dargli fiducia ma solo a “parole”. Quattro presenze nei primi sei mesi e la carriera che sembra svoltare per l’ennesima volta nell’altro senso…una parabola imperfetta. A gennaio finisce al Brescia, terra di casa, dove si spera possa riprendere fiducia e formarsi tecnicamente.

La vecchia volpe Carletto Mazzone, tecnico con anni di esperienza, sa come gestire e non bruciare un talento del genere. Troppo forte per doverlo rimpiangere un giorno. In un Brescia che ha davanti la qualità necessaria garantita da un artista come Roberto Baggio, decide di aggiungere qualità anche al centrocampo. Come? Spostando Andrea Pirlo davanti alla difesa nel ruolo di regista. Fu la mossa che non solo cambiò la storia del calciatore Pirlo, ma pure la storia del calcio italiano ed internazionale.

Ecco che la parabola ad “ascensore” torna a seguire il proprio corso. A dargli fiducia stavolta sarà l’altra squadra milanese: il Milan. Per 35 miliardi di lire (compreso il cartellino del croato Brncic) Andrea inizia l’avventura con i colori rossoneri. Stavolta, aiutato un po’ dalla fortuna (gli infortuni a centrocampo di Gattuso e Ambrosini) e dalle intuizioni di un altro grande allenatore, quel Carlo Ancelotti al quale deve tanto per lo sviluppo in positivo di una carriera da predestinato, Andrea Pirlo cambia marcia. Torna a giocare come a Brescia, davanti alla difesa. Pivote come direbbero in Sudamerica, regista, perno insostituibile di un centrocampo a rombo che nasce dalle sue intuizioni e con le sue geometrie. Un centrocampo stellare: a fianco a lui per anni giostrano Gattuso, il suo scudiero in rossonero e in azzurro con la maglia della nazionale, l’altro principe scaricato dai nerazzurri, Clarence Seedorf e davanti a lui gente come Rui Costa e soprattutto Kakà.

Uno spettacolo. Andrea è l’architetto in campo di Ancelotti. Vince uno scudetto, gioca tre finali di Champions di cui due vinte. Il mondo comincia stropicciarsi gli occhi quando lo vede all’opera. Diventa campione del mondo con il club e con l’Italia. Un mondiale vinto da protagonista. L’assist con no look dentro l’area avversaria, in un traffico di magliette bianche dei tedeschi, per il gol di Grosso che ci porta a Berlino, è ancora oggi uno dei gesti tecnici più belli della storia del calcio italiano.

Pirlo è così: vede corridoi che altri calciatori nemmeno pensano. Le squadre spagnole stravedono per lui. In Inghilterra lo chiamano Maestro (prima volta che si sente quello che diverrà il suo soprannome per antonomasia). E’ essenza del calcio. La sua parabola è ormai lanciata, è nel momento di velocità maggiore. Sta per infilarsi in rete.

Col Milan si chiude un amore durato anni. Solo per alcuni media polemicamente. In realtà non c’entrano scelte di allenatori (Allegri che poi lo ha riaccolto alla Juve) o strategie societarie diverse. Andrea non aveva più gli stimoli di una volta. Ma voleva dimostrare a 32 anni di essere ancora un signor calciatore.

Lo fa accettando la sfida che gli propone una Juventus in cerca di rilancio dopo due settimi posti. Dicono che non sia il calciatore preferito di Antonio Conte. Basta mezzo allenamento al nuovo tecnico juventino per cambiare idea sul giocatore e soprattutto sull’uomo Pirlo.

Con la Juventus Andrea acquisisce un’ulteriore grandezza. Nel Milan era circondato da gente di carisma e personalità oltre che tecnica. In questa Juve a parte Buffon e Del Piero a fine carriera serve un uomo che sappia prendere per mano un gruppo affamato. Pirlo lo fa, in poco tempo e a modo suo. Leader silenzioso in campo, chiacchierone e mattacchione fuori, negli spogliatoi. Quattro scudetti, due Supercoppe italiane e una Coppa Italia. E l’unico cruccio, quella finale di Champions persa col Barcellona del suo opposto in salsa spagnola Xavi.
Le sue lacrime appaiono a tutti come un addio a questi palcoscenici. Non sono lacrime “solo” per una sconfitta beffarda. Ma sono lacrime di un vero e proprio addio.

E’ di oggi la notizia che ormai sapevamo tutti: Andrea Pirlo firma con i New York City.
Questo è parte del comunicato della Juventus dal titolo GRAZIE MAESTRO:

“…Maestro, perché tra tutti i suoi soprannomi è sempre stato quello che ci è piaciuto di più. I compagni lo chiamano “Professore” e in effetti, per loro, campioni affermati, trovarsi al fianco di Andrea è come seguire una lectio magistralis. Per chi invece professionista non è, conoscere la raffinata semplicità del suo gioco è una rivelazione continua, è come scoprire l’essenza stessa del calcio. Ecco perché per noi “Maestro” è più indicato. E poi è l’appellativo degli artisti, siano essi pittori, registi del cinema, direttori d’orchestra. 
Pirlo, in campo, è tutto questo. È carisma silenzioso, è controllo di palla, è la finta che spiazza uno, due, tre avversari in un colpo. È l’apertura improvvisa, il pallonetto che scavalca la difesa.
È la testa in moto perpetuo, quando il gioco è lontano. Uno sguardo a destra, uno al centro, uno a sinistra, per tenere d’occhio compagni e avversari. Per sapere prima di tutti cosa accadrà: non è preveggenza, non è istinto. È pura e semplice intelligenza. 
Una dote che, unita a due piedi delicati e precisi, ha plasmato un fuoriclasse inarrivabile…” 

La parabola di Andrea Pirlo come quelle delle sue punizioni ad effetto Magnus, le maledette, non è ancora conclusa. E’ partita forte, per un attimo sembrava prendere una direzione sbagliata, ma poi ha sterzato, ha aumentato velocità e ora sta per spegnersi sotto al sette. Aspettiamo tutti questa ennesima magia Andrea.

Grazie di tutto, Maestro.

 

Admin Riccardo
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