Alan Shearer: il bisonte nato per fare gol

Alan Shearer: il bisonte nato per fare gol

Una storia che nasce ad una fiera. Di quelle di paese. Fra i banchi di porchetta e di croccante, ce n’era uno che vendeva le magliette di calcio tarocche. Non era ancora un cinese, ma un signore sulla cinquantina che girava tutti i centri più sperduti dello stivale con il suo camioncino scassato. L’Ajax andava per la maggiore, con la sua casacca semplice ma bellissima e i suoi trionfi in Europa. Seguivano a ruota il Real di Hierro e la Juve di Baggio. Per i più nostalgici, in un angolo nascosto del camioncino giaceva la maglia del Cagliari dei miracoli, quello della storica semifinale Uefa. Io avevo 25mila lire, ricevute dalla nonna in cambio di qualche lavoretto, e volevo assolutamente tornare a casa con una maglia. Ma non una normale. In cuor mio sapevo che solo quel signore ce la poteva avere. E non mi sbagliavo. Mezza bianca, mezza blu, una rosa sul petto. Il giorno seguente comprai il numero nove e lo feci stirare a mia madre (se ne andò per metà al primo lavaggio, rendendo il tutto, se possibile, ancora più romantico). Indossai quella maglia e per un istante mi sentii onnipotente, forte, fiero. Era la maglia dei Blackburn Rovers, signore e signori. Era la maglia di Alan Shearer.

Erano i tempi del Guerin Sportivo usato al posto della Bibbia e degli 883 con “Tieni il tempo”, mentre questa squadra venuta dal nulla e sconosciuta ai più vinceva la Premier League guidata dal carisma e i gol del suo centravanti.

Avevo appena dodici anni ma il ragazzone biondo che alzava il dito al cielo quando segnava era già il mio idolo tanto che dopo ogni gol al campino sotto casa anche io alzavo il braccio e andavo a prendermi gli applausi di Ewood Park. Il nostro passò poi al Newcastle, città dov’era nato, e continuò a macinare gol come un ossesso, tanto da diventare il miglior marcatore della storia della Premier con una sessantina di gol di vantaggio sul secondo. Eppure non vinse praticamente mai niente.

Shearer simbolo di un altro calcio, con i capelli biondi alla cazzo di cane. Un bisonte nato per fare gol. Me lo ricordo ancora a sfondare una porta e poi correre ad abbracciare Sutton che gli aveva messo il pallone, promettendogli una pinta di birra non appena fosse finita la partita. E mica era facile in quegli anni fare il fenomeno là davanti in Inghilterra. Giravano alcuni tra i difensori più cani che la storia ricordi: Psycho Pearce, Vinnie Jones, Tony Adams, solo per dirne qualcuno, gente che se la saltavi una volta, alla seconda ti spaccava tibia e perone solo con uno sguardo. Ma Shearer era ignorante. Era lui che spaccava le gambe ai terzini, li travolgeva, li buttava per terra, faceva gol e correva ad esultare. Non sentiva la fatica. Era talmente grezzo che non gliene fregava un cazzo di niente e soprattutto di nessuno. Vinse il campionato con il Blackburn, unico trofeo della sua carriera, e invece di andare a festeggiare, tornò a casa e si mise a pitturare una staccionata. Lui era fatto così.

Quando qualcuno mi dice che i centravanti di oggi sono più forti, più completi, di quelli di un tempo, io lo fisso negli occhi, alzo il braccio e con il dito punto il cielo

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