La rivincita di “Tinkerman”: ora Ranieri non tentenna più

La rivincita di “Tinkerman”: ora Ranieri non tentenna più

C’era una volta Tinkerman. Questo era il soprannome ai tempi del Chelsea per Claudio Ranieri che oggi invece, col suo Leicester, sta smentendo tutti e soprattutto sta inseguendo un sogno

C’era una volta “Tinkerman”. Ai tempi del Chelsea, Claudio Ranieri fu soprannominato l’indeciso, per via dei suoi tentennamenti nel fare le formazioni e nel prendere decisioni. Oggi il 64enne Claudio Ranieri ha tutta un’altra fama in Inghilterra.

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La sua carriera da allenatore è particolare. In Italia ha allenato diverse big, tutte nel momento sbagliato. La Juve del dopo-Calciopoli, la Roma negli anni dell’Inter di marziani, l’Inter del dopo Triplete. Non è peccato considerarla una carriera da “non vincente”. E’ peccato però valutare la sua carriera soltanto spulciando il suo palmares, senza contestualizzare. Mourinho nel biennio italiano lo scelse come “nemico”. Allora allenava la “nemica” storica della sua Inter, la Juve appunto. Una squadra ferita, affamata, pronta a dare battaglia dopo il ritorno dall’Inferno che aveva il nome e le sembianze della Serie B. Lo Special One lanciò diverse bordate, decisamente poco lusinghiere nei confronti del tecnico romano. “Non è colpa mia se quando mi chiamò il Chelsea mi dissero che volevano vincere e che con lui non l’avrebbero mai fatto”. Tralasciamo poi l’ironia del portoghese sull’inglese balbettante del rivale e la sua carriera da 70enne senza trofei (in realtà a quei tempi Ranieri aveva meno di 60 anni).

Claudio Ranieri è stato spesso considerato un normalizzatore, The Normal One proprio in contrapposizione a quell’altro…(Mou ovviamente). I maligni di lui dicevano spesso: “Dategli una squadra da quinto posto e ve la porterà al secondo posto. Dategliene una da primo e ve la porterà al secondo posto”.

In carriera mantiene comunque un primato speciale, quello di uomo derby. Non ne ha mai perso uno né in Italia (Juve, Roma, Inter) né in Spagna (Valencia, Atletico Madrid). Lui stesso si confessò: “La mia vita è tutta un derby. Il derby sotto certi aspetti è la partita più facile perché è talmente vissuto dalla città e dalle tifoserie che un allenatore deve semplicemente controllare le emozioni: calmare l’ambiente, se c’è troppa euforia; tirarlo su quando è depresso”. Ranieri durante l’intervallo di un derby di Roma tolse Totti e De Rossi. Qualcosa di impensabile. Una scelta che avrebbe potuto ritorcergli contro. “Sentono troppo la partita“. E invece quella partita Ranieri la vinse. Altro che tentennamenti.

L’esperienza traumatica da c.t. della Grecia, meno di un anno fa, sembrava essere il capolinea di una carriera lunga ma forse poco soddisfacente. La sconfitta casalinga contro le Far Oer, la terza su quattro partite, sembrava di fatto il più triste tra gli epiloghi. E invece no, Ranieri è un testardo.

Il Leicester lo contattò (lui tra 29 candidati alla panchina lasciata vacante da Pearson) e il proprietario dal cognome impronunciabile Srivaddhanaprabha, alla fine, decise di puntare sulla sua esperienza. Cosa che sconcertò parecchio l’ex idolo delle Volpi (Foxes) Gary Lineker che twittò una sola significativa parola dopo il nome del tecnico.

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Aggiungendo: “E’ una scelta banale. E’ incredibile come i soliti vecchi trovino posto nella giostra delle panchine”.

E’ superfluo dire quello che è successo in questi mesi. E quello che sta ancora succedendo nella Premier League più pazza degli ultimi anni. Il Leicester, una squadra costruita con pochi milioni di euro, sta dando del filo da torcere a tutte le big d’Inghilterra. No anzi, sta facendo altro. Sta dando vere e proprie lezioni di calcio ai rivali. Una squadra corta, rapida nelle ripartenze (quel caro vecchio e insostituibile dogma del calcio italiano), spettacolare in attacco e attenta in difesa. Interpreti funzionali, affamati e vogliosi di rivincita. Da quel Kasper Schmeichel, figlio del glorioso Peter, sempre paragonato al padre e desideroso di affermarsi ed essere riconosciuto per meriti suoi. Dal terzino destro Simpson, noto ai tabloid inglesi soprattutto per le sue risse nei pub e le infrazioni stradali. Dal colosso giamaicano Morgan, 32enne che ha ammesso che il calcio gli ha salvato la vita. Da Huth l’altro armadio ex Chelsea, match winner della sfida col Manchester City. Dal terzino austriaco poco noto Fuchs che Ranieri prese a parametro zero tra gli svincolati dello Schalke. Dal genietto Mahrez, algerino dal fisico parecchio gracile che due anni fa giocava nel Le Havre nella B di Francia. Da Drinkwater, il signor Bevilacqua che non sfondò nelle giovanili dello United. Dal “motorino” di Ranieri, quel Kante che potrebbe fare una maratona per il tecnico e per le Foxes; dicono abbia le carte in regola per diventare il nuovo Makelele. Dal figlio del tennista giapponese Okazaki. Fino a quel Vardy, l’uomo copertina di questa squadra: la sua voglia di emergere insieme a quella sana incoscienza che lo ha fatto arrivare là e pensare: “Ragazzi io sono qua e mi voglio godere ogni singolo istante”. Quella voglia matta di fare a spallate col mondo, di buttarla dentro in ogni situazione, di fare sempre uno scatto in più per i suoi compagni e per la sua squadra. Lui è il simbolo di una rosa di pochi veri fenomeni, ma di tutti grandi uomini che oggi possono riscrivere la storia.

“Questa squadra è il risultato che ho sempre cercato nel calcio, metà gioco e metà consapevolezza di un traguardo. Poco mestiere, nessuno di noi pensa sul serio di lavorare nella vita, altrimenti ci alzeremmo sempre stanchi. Viviamo per lavorare, allora diamo un significato a quello che facciamo. Io ho avuto fortuna nel trovare una squadra cosi’. Non do obblighi a nessuno, tutti rispettano tutti…

Mahrez arriva sempre primo all’allenamento, Vardy è un lavoratore nato, mi ricorda il primo Shevchenko. N’golo “Kante” si alza di primo mattino, e va a farsi la sua corsetta quotidiana di 4 km, poi arriva al centro sportivo e ricomincia tutto da capo. Un giorno gli dissi: <<Kante, ma come fai a correre ogni giorno, 365 giorni all’anno? riposati qualche volta>>… Lui mi rispose: <<Vede mister, io a Boulogne, venivo sempre denigrato da tutti… mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare a tutti loro, che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volonta’ e passione>>. Capite con che razza di professionisti ho a che fare?. Questi hanno fame, e quando hai fame in campo cosi come nella vita butti il sangue… Come ho festeggiato la vittoria con il City? Sono andato al pub dietro casa mia a farmi una pinta insieme ad alcuni tifosi storici… d’altronde se non sono riuscito a crepare fino ad ora vedendo la classifica, non credo mi succeda bevendo qualche bicchiere di birra.” 

Così parlò Claudio Ranieri. L’altra sera dopo l’impresa di Manchester disse di avere un sogno. Noi crediamo che i sogni a volte possano realizzarsi. Yes Claudio, you can. 

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