Quella prima indimenticabile volta allo stadio

Quella prima indimenticabile volta allo stadio

Colori, cori, grida, odore di birra e salamella, già fuori dallo stadio ero rimasto esterrefatto. Se l’ambiente all’esterno era questo, chissà una volta iniziat…

La prima volta che sono andato allo stadio avevo 11 anni.
Torino, stagione sportiva 1998/1999. Una partita che in fondo non mi interessava più di tanto, visto che non ero tifoso di nessuna delle 2 squadre in campo, tantomeno mio padre, dal quale ho ereditato l’amore per una sola maglia. Cosa siamo andati a fare mi chiederete voi.
Ebbene, il mio primissimo idolo da bambino è stato Francesco Totti. Tra tutti i numeri 10 che potevo ammirare alla fine degli anni 90, avevo scelto lui. Un Francesco Totti ancora acerbo per quei tempi: già bandiera e capitano della Roma ma solo all’inizio di quella che è diventata una carriera straordinaria.
È uno dei momenti più difficili della vita di un calciatore: è lo spartiacque della tua carriera. Spetta a te decidere se compiere il definitivo salto di qualità e maturare calcisticamente o rimanere un bambino viziato. Come è andata a finire lo sanno tutti.
Per un bambino come potevo essere a quell’età, lo stadio era stata un’esperienza del tutto nuova.
Colori, cori, grida, odore di birra e salamella, già fuori dallo stadio ero rimasto esterrefatto. Se l’ambiente all’esterno era questo, chissà una volta iniziato lo spettacolo.
Ricordo ancora il momento in cui siamo entrati. Le emozioni si sono decuplicate.
Il fragore della curva mi aveva letteralmente investito. Chi glielo fa fare di cantare a squarciagola per delle ore. Quelli sono pazzi pensavo.
Nonostante il Delle Alpi fosse uno di quegli stadi odiati da mio padre, perché “quando c’è la pista di atletica non si vede nulla”, a me i giocatori sembravano vicinissimi.
La partita si svolgeva tranquilla, almeno per quanto mi sembra di ricordare. La gente sbraitava oltremodo contro il direttore di gara, scagliando a terra addirittura i borsoni da allenamento.
Quelli sono pazzi, pensavo.
Il primo gol della Roma era stato segnato da Marco Delvecchio. Ricordo di non aver esultato, forse intimorito dal monito di mio padre: “meglio non farsi notare, siamo tra i tifosi di casa”. Va bene così, in fondo non aveva mica segnato il mio idolo.
Il momento più bello è stato il gol del pareggio. Una festa incredibile. Avevo desiderato addirittura di dare il mio contributo manifestando la mia gioia in qualche maniera, ma ero rimasto spaesato e impreparato ad un calore di tale entità. Fondamentalmente non avevo alcun motivo per essere felice; Francesco in quel momento stava probabilmente aprendo il libro dei rosari associando dei a forme suine, roba da far perdere un anno di vita a Paolo Brosio a ogni imprecazione.
Ma in fondo, provate ad immaginare come possa sentirsi un bambino in mezzo a quel pandemonio.
Dopo quella partita io e mio padre siamo andati via con qualcosa in più. Quell’anno infatti, abbiamo cominciato sporadicamente ad assistere alle partite della nostra squadra del cuore ed è li che il match lo senti veramente, lo giochi, lo vivi.
Dall’anno successivo, stagione 1999/2000, abbiamo sottoscritto l’abbonamento, rinnovato tutti gli anni, questo compreso. Posso quindi dire che, in tutto questo tempo, ne abbiamo viste tante.
Debacle umilianti da convincere mio padre a regalare l’abbonamento ai ragazzi di colore che fuori dagli impianti vogliono vendere i braccialetti, fino a trionfi quasi insperati che, al solo pensiero, mi fanno venire gli occhi lucidi.
Quando la squadra faceva letteralmente ridere noi prendevamo la macchina e ci presentavamo regolarmente allo stadio.
Quando siamo saliti sul tetto del mondo abbiamo preso l’aereo e ci siamo presentati regolarmente allo stadio.
In fondo è questa la passione. È tanta la tristezza quando sento ad esempio che in questi anni i numeri degli abbonati delle milanesi sono calati bruscamente. Il momento economico delicato e la sicurezza all’interno degli stadi sono argomenti che riempiono quotidianamente i giornali, ma negli anni ho conosciuto troppi tifosi che riempiono gli stadi solo quando sono sicuri di portare a casa il risultato, che salgono sul carro dei vincitori troppo facilmente, spesso perché va quasi di moda.
Io la penso diversamente.
Allo stadio devi andare sempre e comunque, perché è quando la tua squadra sembra una mandria di disadattati che ha bisogno del tuoi aiuto, perchè è li che si vede quanto ci tieni, quanto è forte la tua passione. A volte lo so, la passione degenera e può diventare malattia mentale: quando ti organizzi per passare la notte su un marciapiede per accaparrarti un biglietto per una finale ad esempio, oppure quando ti fai ore in macchina per andare in trasferta da solo. In quei casi allora non ti devi meravigliare quando scopri che tua madre ha richiesto un TSO.
La partita è una e va vissuta come si deve. Non c’è poltrona che cambierei con il seggiolino sporco di cacca di piccione del peggior stadio di provincia, e non c’è HD che sceglierei al posto di essere da parte all’elettricista che cambia le luci dei fari dello stadio.
Non sono io che devo dirvi dove, quando e in che modo dare libero sfogo alla vostra passione.
Ma in fondo questo, almeno secondo me, è quello più bello.
 

Admin Giammarco
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