Il custode del campo di provincia

Il custode del campo di provincia

Eduardo Galeano, in uno dei suoi tanti pezzi dedicato al pallone, scriveva che «nulla era meno vuoto di uno stadio vuoto». Un campo porta con sè ricordi ed emozioni, le urla strozzate per un gol sbagliato. Sensazioni che bucano il silenzio giusto il tempo di un battito di ciglia. Nulla può controbattere al vento che spira tra le gradinate, niente può contrastare le poche distinte rimaste in tribuna che volteggiano e si fermano qualche metro fuori dal campo. Quello stadio, quel campetto di provincia vuoto però non lo è mai fino in fondo. Non c’è solo il vento che soffia sul cemento, non c’è solo la pioggia che rende più pesante il campo che già non se la passa benissimo. Non ci sono solo ricordi che affiorano nella mente.
Proprio lì, a due passi dall’erba, si aggira una presenza silenziosa. Anche più silenziosa del vento che non ha ancora incrociato le gradinate. Un giubbotto della società, naturalmente vecchio di almeno cinque anni, squalcito e con qualche macchia di fango qua e là. Il cappuccio o un cappello sulla testa: che sia estate o inverno non importa. Jeans ed un paio di Adidas dei tempi che furono ai piedi. Quella presenza che dovrebbe prendere il nome di «custode» secondo il dizionario italiano, una presenza che però per tutti è Carlo, Giulio. O qualsiasi sia il suo nome di battesimo.
Ci sono Carlo e Giulio sparsi a tutte le latitudini d’Italia, in tutti i campi piccoli o grandi che siano. Quei campi che senza di loro sarebbero davvero vuoti, più bui. C’è sempre un Carlo la domenica prima della partita. Lo incrociano tutti i giocatori di casa che gli rivolgono un saluto di sfuggita, un «ciao» senza troppi pensieri. Quasi fosse un riflesso incondizionato. Eppure sotto quel giubbotto macchiato di fango c’è una memoria lunga chissà quante stagioni: chissà quanti «ciao» sono passati prima dai pulcini, poi negli allievi ed infine in prima squadra.
Il custode è il primo ad arrivare al campo, l’ultimo a stringere il lucchetto lasciandosi alle spalle porte, palloni e l’odore dell’erba. E’ custode non solo di un rettangolo di gioco ma di tutta la magia di una domenica. Una magia strana fatta di gol ma anche di insulti dalle tribune, di falli al limite del codice penale e di zolle d’erba che non vogliono stare al loro posto.
Non c’è solo la domenica però per chi fa il custode. Ci sono anche quegli allenamenti in tarda serata che di inverno fanno salire il sudore verso la nebbia. Ma Carlo e Giulio sono sempre lì, al loro posto.
Magari con una cuffia al posto del cappello e la loro andatura ciondolante a bordo campo. A salutare con un «ciao» una nuova generazione di calciatori che chissà se, una domenica a caso tra qualche anno, si ricorderanno di lui.

Articolo di: Nicolò Premoli

Inviate le vostre storie all’indirizzo mail info@chiamarsibomber.com

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy