IL TRAGICO GARRINCHA: DRIBBLING, DONNE E CACHACA

IL TRAGICO GARRINCHA: DRIBBLING, DONNE E CACHACA

E’ stato il giocatore più amato in Brasile. Pelé, Jairzinho, Zico, Falcao, Romario, Ronaldo, Ronaldinho, nessuno di loro ha mai raggiunto la popolarità e l’amore dei brasiliani per Manoel Francisco dos Santos, per tutti Garrincha (“uccellino”).

Madre Natura non gli aveva dato un fisico speciale, come successo a vari campioni, vedi i nanetti Maradona e Messi. Garrincha aveva un corpo improbabile e sgraziato, un obrobrio del creatore: denti storti, leggero strabismo, schiena sbilenca, ginocchia montate al contrario, gambe sghembe, la sinistra ben sei centimetri più corta della destra.

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I dottori si chiedevano come potesse camminare normalmente. Lui sfidò le leggi della natura e fece dei suoi limiti un punto di forza. Era un’ala destra e il suo marchio di fabbrica era una finta che mandava al bar i difensori di tutto il mondo. Garrincha era speciale, sapeva come intrattenere il pubblico e infatti venne ribatezzato dai brasiliani Alegria do Povo (L’allegria della gente). I suoi altri soprannomi erano Anjo de Pernas Tortas (Angelo dalle gambe storte) e il Charlie Chaplin del calcio.

Se ne fregava degli schemi, datemi la palla che poi ci penso io. Era un fantasista istintivo, molto tecnico e veloce, sapeva anticipare la giocata con quella finta che nessuno capiva.

Nato il 28 Ottobre 1933, Garrincha vestì la maglia bianconera del Botafogo per 13 stagioni, dal 1953 al 1966, con cui giocò 614 partite e segnò 245 gol.  Il Botafogo lo pagò dal Serrano di Petropolis per cinquecento cruzeiros 920 euro al giorno d’oggi) e fu un vero affare.

Nel 1958 Garrincha viene convocato per i Mondiali di Svezia, vinto dai verdeoro grazie soprattutto alle imprese del 17enne Pelè. I due fenomeni hanno giocato assieme nella nazionale brasiliana dal per 8 anni senza  mai perdere una partita che sia una. Nei Mondiali del 1962 in Cile fu invece Garrincha il grande protagonsita, visto che Pelè era infortunato. Manè si prese la squadra sulla schiena storta e la trascinò alla vittoria della seconda Coppa Rimet , vincendo i premi di capocannoniere e miglior giocatore del torneo.

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Chiuse la sua carriera in verdeoro nei Mondilai d’Inghilterra del 1966. La sua ultima partita fu il ko 3-1 con l’Ungheria, sua prima e ultima sconfitta in Nazionale.

Garrincha conobbe la fama, la vittoria, il successo, I soldi ma non cambi ò mai quello che era. Una persona gentile, buona, ingenua, poco istruita. Pagava una corsa in taxi o un bicchiere di birra anche venti volte di più del dovuto. Proprio l’alcol fu la sua rovina. Amava la Cachaça, l’acquavite brasiliana che si usa per la Caiprinha.

Quella di Garrincha fu una vita breve ma intensa, un’esistenza da eroe tragico, spesa sulla fascia destra anche fuori dal campo. Fece sognare migliaia di tifosi e soprattutto tifose, dormí in molti letti diversi e si ubriacò in osterie, bettole, taverne. Ebbe due mogli, molte amanti e ben quindici figli (11 femmine e 4 maschi) e chissà quanti altri illegittimi.

La sua relazione più famosa e intense fu con la cantante brasiliana, la diva  Elza Soares, per la quale Garrincha divorziò dalla prima moglie Nair. I due si conobbero nel ’62 e si sposarono in Bolivia nel ’66. Furono costretti a trasferirsi da Rio a San Paolo nel 1966, perchè la genta era bigotta, tradzionale e rendeva la loro vita impossibile.

Il 19 dicembre ‘73, allo stadio Maracanã, Garrincha diede l’addio al calcio ufficiale, in un’amichevole tra la Nazionale Brasiliana e una selezione argentina-uruguagia. Aveva smesso di giocare seriamente molti anni prima, quando erano iniziate le disgrazie in serie per lui.

Nel 1969 guida in stato di ebrezza e provoca un incidente stradale, nel quale rimase uccisa la suocera Rosária. Afflitto dai sensi di colpa, Mané tenta il suicidio inalando gas.

Nel 1970 lui ed Elza si trasferiscono in Italia, a Roma. Tra un bicchiere e l’altro, Garrincha si diletta a giocare con una squadra amatoriale di Torvaianica. Più che i campi da gioco, Manè frequenta bar e pub, dorme per strada, sperpera i suoi ultimi quattrini. Nel 1977 Elza lo abbandona, dopo un’aggressione durante una sbronza.

L’ultima compagna che gli è rimasta è la bottiglia di Cachaça, dalla quale si separa in via definitiva all’alba del 21 gennaio 1983, all’ ospedale Alto da Boavista, nella sua Rio de Janeiro.

L’alcol lo ha bruciato e un edema polmonare si porta via ad appena il giocatore più amato del Brasile. Il suo paese gli riserva un addio spontaneo e commovente, una folla oceanica di gente in lacrime, che accompagna la bara nel tragitto dall’ospedale al cimitero di Raiz da Serra. L’allegria della gente quel giorno diventò infinita tristezza.

 

 

Articolo di: Matteo Bruschetta

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