Alma y Vida: la vita dell’Indio Almeyda

Alma y Vida: la vita dell’Indio Almeyda

Sempre il primo ad entrare nella lotta, sempre l’ultimo a tirare indietro la gamba. Una vita da mediano. Chi lo ha visto giocare non può essersi dimenticato Matias Almeyda. Un vero e proprio guerriero nel corpo di un metro e 75 scarso per 70 chili.

Abituati a vederlo come un vero e proprio duro nel rettangolo di gioco, fino a qualche anno fa non ci siamo mai posti la domanda di come sia stata la vita fuori dal campo del mastino Matias. Ci ha pensato lui nell’autobiografia di circa 300 parole intitolata “Almeyda: Alma y Vida” a spiegarci cosa significasse in realtà essere Matias Almeyda.

Una vita di “bomberate”, ma anche di eccessi che lo hanno portato persino vicino alla morte. Complicato il suo rapporto con l’alcol e con quel vizietto delle sigarette…

 

“Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale”.

 

Ma in campo tutto questo non si vedeva. Lui in campo dava sempre tutto. Il classico tipo che non ti concede nemmeno una mano di briscola.

 

“Alla Lazio si è visto l’Almeyda migliore. Ero tra i più bassi, quindi ho allestito una palestra a casa per rinforzarmi, tiravo anche di boxe. Là mi sono fatto tatuare l’indio sul braccio: la mia bisnonna lo era. Andavo all’allenamento con i jeans a pezzi, a volte senza maglietta, con una striscia a legare i capelli lunghissimi: pensavano che fossi proprio un indio.”

 

Giocatore di grandissima personalità in passato Matias se l’è vista brutta dopo una polemica con alcuni ultrà ai tempi di Parma

 

“Una volta al Parma ho lasciato lo stadio nel baule della macchina dei miei suoceri. C’erano 20 ultrà che mi aspettavano per un gestaccio che avevo fatto. In realtà era stato solo uno sguardo, ma di sfida, dopo che mi avevano urlato qualcosa. Avevo fatto amicizia con un gruppo di rugbisti argentini, che per la gara successiva mi hanno accompagnato al Tardini. Un ultrà grande e grosso mi ha fermato con la pancia: “Devi chiedere scusa ai tifosi”. “Non chiederò scusa per qualcosa che non ho fatto”, ho risposto sapendo che i miei amici erano pronti a intervenire”.

 

Un mastino. Lui come Edgar Davids, due tra i migliori interpreti del ruolo di cagnacci di centrocampo degli anni ’90-2000. A sorpresa Almeyda spiega il rapporto con l’olandese una volta fuori dal campo:

 

“Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra. Una volta in un’intervista esposi il mio modo di pensare. Prima della gara successiva Davids mi è venuto incontro. Ho pensato che era arrivato il momento di fare a pugni, invece lui mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Bravo, la penso esattamente come te”. Avremmo potuto diventare amici”.

 

Infine l’aneddoto che meglio spiega il carattere da combattente di Almeyda.

 

Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma ci hanno detto che i giocatori della Roma volevano che noi perdessimo la partita [Roma-Parma]. Che siccome non giocavamo per nessun obiettivo, era uguale. Io ho detto di no. Sensini, lo stesso. La maggioranza ha risposto così. Ma in campo ho visto che alcuni non correvano come sempre. Allora ho chiesto la sostituzione e me ne sono andato in spogliatoio”.

 

No perché l’Indio non ti farebbe nemmeno vincere a briscola. Figuriamoci una partita di calcio.

 

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