Kakà e lo sceicco: “Perché non andai al City…”

Kakà e lo sceicco: “Perché non andai al City…”

Nel gennaio del 2009 stava per abbattersi sul mondo del calcio la rivoluzione miliardaria degli sceicchi. Ecco perché Kakà non accettò la maxi offerta del City.

Se c’è stato un fenomeno in grado di mutare sensibilmente la geografia del calcio internazionale degli ultimi anni, questo è l’avvento degli sceicchi. I magnati di ogni sorta finanziano da sempre i Club di calcio. A differenza dei signori del petrolio avevano però più o meno sempre mantenuto un certo rapporto con la realtà.

Pensiamo che perfino l’eccentrico oligarca Blues Roman Abramovich, dopo una prima parentesi di spese folli ha chiuso parzialmente i cordoni della borsa, continuando sì a investire, ma con più oculatezza. Gli sceicchi no. Hanno aperto la valvola e non sembrano voler porre un limite. City e PSG rivoluzionano a suon di milioni intere rose ogni stagione, lasciando spesso ad ammuffire in panchina veri e propri crack.

Il primo scossone ai consolidati equilibri del pallone lo diedero all’inizio del 2009, e ci toccò da vicino. In quel gelido gennaio il giovane sceicco del City Mansour, che dal 2008 ha speso più di 1 miliardo di euro, mostrò la sua potenza di fuoco assaltando il più celebre calciatore della Serie A: Kakà.

115 milioni di euro al Milan, 15 all’anno per il giocatore. Una “bomba atomica” se pensiamo che allora il record per il trasferimento più caro resisteva dai 75 milioni “galacticos” spesi dal Real per Zidane nel 2001. Quando l’affare entro nel vivo scoppiò un vero e proprio caso mediatico.

kakafio

I tifosi rossoneri insorsero, e l’opinione pubblica si divise rispetto alla legittimità di certe cifre economiche associate al calcio. Al momento di concludere l’affare però, sfumò tutto. La “pirotecnica” chiamata in diretta di Berlusconi al Processo di Biscardi con le lacrime di Crudeli, e l’affaccio di Kakà dalla finestra di casa sua, con tanto di maglia rossonera, chiusero la vicenda. In estate le loro strade si separarono ugualmente, ma su quei concitati momenti non si seppe mai la completa verità. Almeno fino a oggi, perché sulle colonne della rivista Four Four Two il brasiliano ha donato la sua versione dei fatti:

“Ricordo ancora tutto molto bene: ero seduto tranquillamente a casa mia quando squillò il telefono. Era mio padre, che mi faceva anche da agente, e mi parve subito molto emozionato: mi disse che il Manchester City aveva fatto arrivare al Milan un’offerta clamorosa per me che stava per essere accettata. Io non sapevo nulla. Il City non aveva contattato mio padre, ma solo il Milan. Ero emozionato, ma soprattutto molto confuso: mancava solo il mio sì, l’ingaggio era molto più alto,  e mi misi a pensare a come sarebbe cambiata la mia vita.

Alla fine pensai che non era il momento giusto per andare al City perché non ero convinto sulle intenzioni della società in merito alla crescita della squadra. Non fu facile superare lo stress accumulato e accettare ciò che la gente pensò e disse sul mio rifiuto.”

Una scelta tecnica dunque, imposta dal brasiliano. Decisione che comunque non fermò la naturale evoluzione degli eventi. Da allora i nuovi signori del calcio ci “scipparono” talenti e campioni affermati tra cui Balotelli, Verratti, Ibrahimovic, Pastore, Cavani, Thiago Silva e tanti altri, impoverendo il tasso tecnico della nostra Serie A. Sull’onda di questi investimenti gli altri grandi Club europei forzarono la mano, portando il calcio a una pericolosissima soglia d’indebitamento.

La prima picconata a un calcio ricchissimo, ma forse ancora umano, arrivò quella sera.

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