Le vostre lettere a Francesco Totti

Le vostre lettere a Francesco Totti

Stiamo raccogliendo i vostri messaggi per il Pupone: continuate a mandarli alla mail info@chiamarisbomber.com.

Fabio Rossi

Caro Francesco,
ti scrivo anch’io, come in questi giorni sta facendo un po’ chiunque.
Se da un lato mi fa piacere che tu sia celebrato da tutti, addirittura dai rivali, dall’altro mi è preso un attacco forte di gelosia, perché la tristezza che provo io, loro non la possono capire.
Sono un paio d’anni più giovane di te.
Quelli della nostra età sono cresciuti con il mito di Bruno Conti e Falcao, ma pure con la scritta “Grazie Liverpool” infestante i muri della città.
Eppure, sta croce di tifare Roma ce la siamo accollata lo stesso, sta croce che invece è delizia sublime.
E allora ci provo anch’io a dirti che mi mancherai tanto, perché 25 anni insieme non sono uno scherzo, e non so come spiegare agli altri la tristezza che provo ora.
Ma come faccio a spiegare agli altri questo senso di identità?
Quelli che vincono trofei, quelli che conta solo vincere nonostante tutto, quelli che pure se non hanno vinto niente ti vengono a contare i tuoi di trofei, i nostri.
Che ne sanno loro che con te ho vinto 307 volte, che ogni volta che gonfiavi la rete la gonfiavo pure io, che quel rigore con l’Australia l’ho tirato forte sotto al sette insieme a te? Che in quel momento non me ne fregava niente del mondiale, ma l’unico timore mio era che se lo avessi sbagliato te ne avrebbero dette di tutti i colori, e pregavo che lo tirasse un altro. Invece hai preso quel pallone con quel coraggio che non lo so dove lo hai trovato, quel coraggio che ognuno di noi deve trovare per forza se vuole andare avanti nella vita.
L’identità non la so spiegare a chi non sa cosa vuol dire sentirsi Davide contro Golia.
Quando la triade non ci lasciava neanche le briciole ma tu stavi sempre lì, in mezzo ad un rettangolo verde a prenderle e a darle, ad inseguire un pallone tentando di inventare magia per sconfiggere il nemico, che con i mezzi più biechi ci negava uno scontro leale.
Non lo capiranno mai Francè, che quando col boemo giocavi esterno sinistro del quattrotretre e Di Biagio apriva il campo con un traversone di prima, tu facevi degli stop che io mi commuovevo allora e mi commuovo ancora adesso, poi mettevi la palla a terra e senza alzare lo sguardo facevi un assist per conquistare il mondo. Sto mondo infame Francè, che capoccia non ci ha visti quasi mai, ma una volta sì!
17 Giugno 2001, assist di Candela e una bomba sotto la traversa per scucire uno scudetto a chi ci dava più gusto.
Scudo che comunque è stata solo la ciliegina sulla torta che è stata sto percorso, perché non me ne frega niente di quello che dicono gli altri, ci stanno cose più importanti dei trofei, soprattutto nel calcio.
Io me lo ricordo che ti dicevano di tutto fino a quando non hai pubblicato quel libro di barzellette, e poi dopo il mondiale sono saliti tutti sul carro Totti, pure quei giornalisti che prendevano ordini ai telefonini e aggiustavano le moviole.
Non me lo dimentico che quando insultavano te insultavano anche me, ed io stavo male perché quando provavamo a reagire ci chiamavano coatti o peggio ancora piagnoni.
Noi provavamo a sconfiggere un male enorme: io, te, un boemo ribelle, un presidente che era un padre ed una curva intera che cantava a squarciagola la rabbia e l’orgoglio di essere Davide e tu eri la nostra fionda Francè ed eri l’unico che potesse scaglià quel sasso sulla fronte di un gigante a strisce bianconere feroce ed immorale.
Ci attaccavano quei criminali incravattati, pontificando da dietro una telecamera sulla nostra forza, coscienza e moralità, poi se li so bevuti tutti (ma in galera non c’è andato nessuno) e scusa non ce l’hanno detto mai.
Ci attaccavano quei media corrotti e corruttori di menti insipide, ecco quindi che non riesco a spiegare ad uno nato qui, a Trieste o a Soverato e che ha scelto di tifare la Juve perché vince gli scudetti, che per quelli come noi la Roma non è mai stata una scelta, perché Roma non è quella che c’abbiamo intorno, Roma ce l’abbiamo dentro.
Perché sta città è piena di difetti ed ogni tanto forse ci dovremmo vergognà, ma se oggi a quasi 40 anni non mi vergogno affatto d’essere romano è pure un po’ grazie a te.
Perché essere romani per alcuni anni è stata una colpa in questo paese sempre troppo sabaudo.
Perché st’ accento non se chiama “romanaccio” semmai “romanesco”, e poi noi parlamo come ce pare
Perché loro ce ponno pure chiamà perdenti, coatti e piagnoni, ma noi ce le ricordiamo tutte le partite che c’hanno rubato e allora s’arrabbiamo forte e ce viè voja de strillà e menà le mani.
Ma poi ce viè da ride, perché in fondo lo sappiamo che per noi vince è sempre stato un optional e forse è per questo che vinciamo poco e che ce odiano tanto. Ci rialzavamo sempre, e più ci rialzavamo e più forte ci colpivano. Perdevamo spesso, ma non s’arrendevamo mai e col sorriso in faccia scendevamo in campo per una nuova sfida.
Ma in fondo al nostro cuore non conosciamo la sconfitta, perché l’altri ci potranno pure prende in giro, ma io lo penso davvero che “chi tifa Roma non perde mai”.
Ogni tanto, contro qualche avversario in campo sarai stato pure un po’ scorretto, roba di campo appunto, ma fuori sei sempre stato un gran signore.
Io me lo ricordo che i capitani loro sono venuti sotto la curva nostra ad insultarci e tu sotto la nord ci sei andato solo per rendere omaggio a chi purtroppo non c’è più.
Qualcuno dei “nostri” (li chiamo “nostri” lo stesso anche se fatico a mettermi dallo stesso lato della barricata di chi ti disprezza) ha detto che non c’avevi il coraggio di andare sotto la curva loro come Chinaglia e Di Canio (chi?) fecero con noi, ma io e te lo sappiamo che il vero motivo è che noi c’abbiamo troppo cuore, che noi veniamo dal popolo sì, ma è un popolo nobile e glorioso.
E siamo troppo rispettosi verso chi fa dei sacrifici tutte le domeniche per andare in una curva da dove non si vede neanche la partita. Perché in una di quelle curve in tempi diversi ci siamo stati entrambi e noi lo sappiamo bene che da una parte o dall’altra cambiano i colori e poco altro.
Io e te, Francesco mio, non l’avremmo mai chiamata “guerra etnica” come qualche poro deficiente s’è messo sbraità. Noi lo sapemo Francè che su quei seggiolini ce stanno uomini e donne che con mille cazzi trovano tempo e denaro per stare due ore in piedi e cantà come scemi “fino alla morte, innalzando i nostri color”, e che uno che guadagna milioni per calciare un pallone non se dovrebbe mai permette di inveire contro una curva.
Come spiego a chi ti dice che ci fai da tappo, che quando Vanigli ti spaccò una caviglia io chiamai mamma in lacrime dicendogli che se avessi potuto t’avrei dato la mia di caviglia, che tanto il talento tu ce l’hai in testa e non nei piedi, e mamma mi rispose: “pure io gli darei la caviglia tua, perché Francesco è tuo fratello maggiore, e mamma vi vuole bene uguale, ma lui fa vince la Roma!”.
Pure l’affetto di mamma mia ho dovuto dividere con te, ma te rendi conto Francè?
Ma non ho mai provato invidia o gelosia nei tuoi confronti: contratti milionari, un talento cristallino, la fascia di capitano, il numero 10 sulle spalle. Non c’ ho mai avuto nulla di tutto questo, eppure non riesco ad invidiartelo e non riesco a spiegare il perché mi sento vicino ad uno che non conosco, ricco sfondato e con tutte le fortune che si possono concepire. Me lo chiedo anche adesso mentre scrivo.
La risposta sta nascosta fra questa righe, ma solo se uno c’ha tempo, voglia e cuore lo può capire.
Questo enorme affetto non dipende dal fatto che hai indossato sta maglia rinunciando a soldi e coppe altrove, perché sta maglia è un privilegio che c’abbiamo cucito addosso. Quando la indosso, anche adesso che sono un adulto, mi sento felice come mio nipote di 3 anni che si veste da spiderman e va in giro tutto orgoglioso.
Francè io gioco a calcetto con gli amici tutte le settimane, da una vita, sempre con la maglia della Roma, a petto in fuori per far vedere bene lo stemma e quando me tocca coprilla cor fratino me rode tanto, quindi no, non è quello.
St’affetto è enorme forse perché a 18 anni mi sentivo un ribelle lupo solitario, ma tutti insieme stretti in quella curva e con te in campo eravamo sempre un branco di Lupi contro un gregge d’ Agnelli.
Forse st’affetto è così grande perché disegni calcio ed ogni assist è ‘na gioconda.
Forse perché c’hai quel sorriso beffardo che è l’emblema dello spirito di questa città, spirito scolpito nel DNA di chi ha visto passà Re, Imperatori, Papi, Visigoti, Lanzichenecchi, nani francesi, mummie sabaude e adesso pure camorristi e mafiosi e sarà per questo motivo che pure un toscano, bravo allenatore ma forse troppo livoroso, ci fa un baffo.
A noi datece un pallone e la maglietta della Roma e il sorriso non ce lo leverete mai.
Ho parlato poco di questi ultimi anni della tua carriera perché sei diventato un patrimonio mondiale ed ogni tuo gesto ha risonanza nel globo. Allora mi tengo stretto quegli anni in cui eravamo due pischelli, anni in cui tutti ci disprezzavano e quasi nessuno ammetteva quanto tu fossi forte, io mi tengo stretto quegli anni come quasi tutti ricordano con nostalgia i propri 18, e tu sei pure quello Francè sei la mia gioventù che non tornerà mai, sei quei capelli biondi che tu ti sei accorciato e che invece a me son volati via con l’età.
Scusami se mi sono dilungato, ma t’assicuro che racchiudere 25 anni di emozioni in poche pagine è difficile quasi quanto tirà un rigore a cucchiaio in una semifinale di un europeo dove t’aspettavano tutti col fucile spianato, è difficile come fare un gol in spaccata contro il Torino all’ultimo secondo, pure se tutti ti dicevano ancora una volta che eri finito… poi dopo je n’hai fatto pure un altro pè facce vince.
Non eri finito quel giorno, e non lo sarai dopo Roma-Genoa, ma io te vengo a salutà lo stesso Francè, rimettendomi in piedi su un seggiolino dopo tutto questo tempo, tornando in quella curva che politici e mercenari c’hanno provato a strappà via, quella Sud che faceva tremare il mondo e che insieme a te è il mio vanto maggiore.
Ti voglio bene Francesco mio, come voglio bene a me stesso.
Chi fa la dicotomia Totti-Roma non c’ha capito un cazzo.
La Roma è una mamma che non puoi tradire e non puoi abbandonare, ed allo stesso tempo un’amante troppo passionale che con un sospiro solo riesce a straziarti il cuore.
Tu di quella madre sei figlio e di quell’amante sei l’amato.
Tu sei me, che tiro calci ad un pallone con una maglia oro e porpora.
Io sono te che salto in alto a prendere un pallone, in mezza rovesciata come il logo delle figurine, e lo schiaffo nella rete dei rivali che tanto ci disprezzano, ma che pure loro alla fine se so dovuti arrende di fronte a tanta classe e tanto cuore.
Tu, io ed altri centomila siamo cresciuti insieme, siamo una generazione di Davide che non scapperanno mai quando si troveranno davanti il prossimo Golia.
Grazie Francè, a te e grazie pure a me, che poi in fondo siamo la stessa persona.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy