Memorie di Vitor Barreto

Memorie di Vitor Barreto

Il brasiliano è piovuto dal nulla in Italia e nel nulla è tornato, dopo sole due stagioni all’altezza con il Bari: ma che stagioni!

Il bello dei talenti mancati come Paulo Vitor De Souza Barreto è che piombano dal nulla, come se li avesse spediti qualcuno, e subito ti fanno rimpiangere di non essertene accorto subito. Dov’eri quando questo ha mosso i primi passi calcistici e si sarebbe capito subito che sarebbe diventato uno bravo? Poi li guardi che segnano, promettono bene, e inizi a invaghirtene. Li segui pedissequamente, speri sempre di vedere qualcosa in più. Ma loro fanno sempre meno, regrediscono, nel caso di Barreto addirittura spariscono dai radar con la stessa velocità con cui sono comparsi all’improvviso.
Seguono sempre lo stesso ritmo: dal nulla compaiono e nel nulla spariscono con quelle due stagioni buone di mezzo che ti inebriano, ti fanno sperare. Seducono e abbandonano.
Il mio rapporto con Barreto è stato così: un perfetto sconosciuto che l’Udinese parcheggiava di tanto in tanto in Serie B e che quell’anno i Pozzo hanno mandato a casa mia, a Bari. C’era Conte in panchina e dopo tante stagioni quella era una delle tante fatte di rassegnazione e disillusione; era arrivato questo Barreto che aveva fatto pure dodici gol con il Treviso in B – li aveva accompagnati alla A – ma noi di lui neanche ce ne eravamo accorti più di tanto.

Uno dei movimenti tipici di quel Bari: verticalizzazione di De Vezze, scatto di Barreto, finta (a volte anche contro-finta) e colpo da biliardo

Poi questo esserino riccioluto, tanto piccolo da pensare che non avrebbe retto neanche un colpo in quel gioco maschio che si fa in Serie B, ha iniziato a smarcarsi come nessuno. A far vedere cose che a Bari non vedevamo da anni, oramai. Finte, contro-finte, inserimenti senza palla, ma soprattutto una marea di gol. Barreto sgusciava nelle difese avversarie che era una meraviglia – tracciava solchi profondi -, era un coltellino che tagliava il burro e tanto più gli mettevano un difensore più grande a seguirlo e tanto più lui sfuggiva in velocità. Era una saetta, decisamente fuori categoria nel campionato vinto col Bari con ventitré reti a referto.

Quando le partite non si sbloccavano, in un modo o nell’altro ci pensava Barreto con delle traiettorie troppo velenose per essere raggiunte

Poi è arrivato il momento della Serie A e noi ci siamo avvicinati al gradino più alto un po’ timorosi di non farcela – molto scettici dall’addio di Conte -, ma mossi da una serie di curiosità: una di queste era capire se Barreto fosse veramente un fuori categoria in Serie B e se potesse dire la sua in Serie A.
Lo era davvero. Ha iniziato il campionato in infermeria, è rientrato alla quarta e gli sono bastati otto minuti per prendere confidenza col territorio nuovo, con la guerra diversa.

Dopo otto minuti dal suo esordio biancorosso in Serie A, Barreto si fa lanciare a tu per tu con il portiere e decide di beffarlo nel modo più difficile.

Questo è stato il punto di partenza del funambolo brasiliano, devastante anche in Serie A: dopo quel gol ci ha messo un po’ per prendere le misure al campionato, ha combattuto quando c’è stato da combattere e poi da metà campionato in poi ha segnato per otto giornate consecutivamente, iniziando a marchiare delle tipologie di gol alla Barreto su cui ci sentiamo in dovere di aprire una parentesi.

Il più ricercato è quello che ha originato la nascita del famoso lancio alla Bonucci: Barreto riceveva solitamente un lancio profondo e verticale e sfruttava la sua rapidità per infilare tutte le difese.

Lancio di Bonucci dalle retrovie e taglio profondo di Barreto: un mantra del Bari di Ventura
Cambiava l’assist-man (Almiron), ma il gesto restava lo stesso: filo del fuorigioco, scatto e deposito in rete.
Nella sciagurata stagione successiva, Barreto ha replicato il gesto nelle poche gare a disposizione

E così dopo quattordici gol segnati anche in Serie A, ce ne siamo innamorati più perdutamente di quanto già non lo fossimo in Serie B e solo il fatto di averlo trattenuto per la stagione successiva bastava a farci poggiare sugli allori, a sederci. A sapere che lui avrebbe messo le cose a posto.
Tutti siete a conoscenza dello scandalo scommesse che si è abbattuto su Bari quell’anno e non sapremo mai cosa Barreto c’entrasse con quella storia, ma sappiamo per certo che dopo i botti iniziali, Barreto se n’è andato piano piano verso l’infermeria, è sparito dai radar. Doveva andare via a gennaio, poi è rimasto, ma non ha giocato una partita.
E qui la dissolvenza. In due anni l’Udinese non ritrova quello che aveva visto il Bari e l’ultimo tentativo di salvare una carriera oramai ferma da tre stagioni dopo mille infortuni lo ha fatto proprio il suo ex mister Ventura, alla guida del Torino, ma anche lì si è trattato di cercare di salvare un giocatore che aveva già dato il meglio di sé e lo aveva racchiuso in pochissime stagioni.
Un concentrato di talento che ci aspettavamo di vedere più a lungo e che dopo due annate gloriose si è spento, tartassato dalla muscolatura debole, dalla sua tendenza a conquistarsi il dolore.
Piange un po’ il cuore a tutti a ricordarci di quello che Barreto doveva diventare, perché in fondo non ci eravamo innamorati solo noi a Bari.

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