Pallone dorico

Pallone dorico

Da Ganz a Mastronunzio, passando per Hubner e Tovalieri. Un passato prestigioso ed un presente drammatico: l’Ancona, dopo 112 anni di storia, scompare definitivamente. Un triplice fischio che questa volta suona come una sentenza.

Che succederà all’Ancona Calcio? La squadra marchigiana non parteciperà neanche al campionato di Prima Categoria: dopo 112 anni di calcio, anche ad alti livelli, ad Ancona non si respirerà più il profumo del pallone, dell’erba e l’attesa del match la domenica. La speranza dei tifosi è che la stagione 2017- 2018 rappresenti un anno sabbatico dal mondo del calcio per ripartire con nuove forze ma la realtà racconta di una città che ha visto il pallone sgonfiarsi inesorabilmente.  Più la storia è gloriosa e più il fallimento è cocente: il calcio dorico ha ammirato le gesta di grandi giocatori e di grandi bomber. In qualsiasi categoria.

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Ancona 2003-2004

Indimenticato ed indimenticabile: Maurizio Ganz. Nell’immaginario popolare dei bomber che hanno vestito la casacca dell’Ancona c’è inevitabilmente Ganz. Nell’annata 2002- 2003 il bomber di Tolmezzo, a suon di gol, trascina l’Ancona in Serie A: 15 gol che gli consentono di diventare il capocannoniere della squadra. Prestazioni che, però, non riesce a ripetere anche l’anno dopo nella massima serie. Nonostante un’annata in chiaroscuro in Serie A, Ganz è rimasto nei cuori dei tifosi dell’Ancona. Solamente 3 gol nel 2003- 2004 in una stagione fallimentare per gli anconetani, che devono scontrarsi con una realtà troppo più grande.

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Una delle cause principali del fallimento dell’Ancona in Serie A è stato l’improvviso cambio in panchina: lasciò Gigi Simoni, artefice della promozione, ed arrivò Menichini, sostituito da Sonetti dopo 4 giornate. La squadra in Serie A rappresenta una barca che naufraga lentamente verso la B. A gennaio, il presidente Pieroni prova, però, un coup de théâtre: ingaggio Dino Baggio, a fine carriera, e l’attaccante Mario Jardel. Quando a gennaio spuntò il nome di Jardel, nessuno credette alla trattativa. Il bomber brasiliano in Turchia ed in Portogallo gli anni precedenti segnò una caterva di gol: fra il 1996 e il 2002 è stato uno dei centravanti più forti d’Europa. In  4 anni al Porto ha segnato rispettivamente 30, 26, 46 e 38 reti in campionato, oltre  a 20 gol in Coppa dei Campioni; passato al Galatasaray, poi, ha realizzato 22 reti in 24 partite, oltre a decidere con una doppietta la Supercoppa Europea contro il Real Madrid campione d’Europa. Tornato in Portogallo segna 42 gol nello Sporting Lisbona che gli valgono il quinto titolo di capocannoniere della liga lusitana. La mancata convocazione ai mondiali del 2002 in Corea segna, probabilmente, la fine della sua carriera. Presero il sopravvento l’alcol e lo sconforto. L’Ancona provò a rivitalizzarlo e lo portò in Italia tra lo stupore generale. Stupore che, però, dura poco. La presentazione al ‘Del Conero’ fu subito grottesca: la punta brasiliana si dirige sotto la curva sbagliata, quella del Perugia, raccogliendo bordate di fischi. Si presenta ad Ancona in forma discutibile, più da bar che da campo. Infatti, le prestazioni sono lo specchio della sua forma fisica. Poche presenze con la maglia dell’Ancona, una retrocessione scritta ed un’esperienza da cancellare. Tra i bomber mancati di quella stagione c’è  anche Dario Hubner, meglio conosciuto come il ‘bisonte‘. Anche per l’ex attaccante del Brescia, la stagione 2003-2004 si rivela fallimentare: solamente 9 presenze dall’inizio del campionato sino a gennaio, quando poi passerà al Perugia. 6 mesi senza mettere a segno neanche una rete.

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Nel cuore dei tifosi dell’Ancona, però, c’è anche il Cobra, Sandro Tovalieri. L’attaccante nato a Pomezia trova la sua consacrazione negli anni ’90 e in due anni sigla 22 gol con la maglia dei marchigiani. Il primo anno in Serie B mette a segno 13 reti sfiorando la promozione in Serie A, che, però, arrivò l’anno dopo. Il Cobra nel 2002- 2003 punge nove volte ed è uno dei protagonisti nella storica promozione dell’Ancona. Facendo un salto temporale, parlando di bomber che hanno fatto la storia dell’Ancona, troviamo la Vipera Salvatore Mastronunzio. Mastro, così ribattezzato dai tifosi anconetani, ha rappresentato negli anni una vera e propria garanzia per la Serie B: gol a valanga ed uno score da top per la cadetteria. Numeri confermati anche con la maglia dell’Ancona: 54 gol in 112 presenze. Per 3 stagioni ha trascinato i marchigiani a una salvezza insperata. A suon di gol si è fatto amare dai tifosi e tutt’ora è una firma indelebile nella storia dell’Ancona.

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L’America sull’Adriatico 

C’era una trasmissione che si chiamava “A tutta B”, e andava in onda il pomeriggio del lunedì alle 15.30 mentre io, ragazzino, facevo finta di studiare. Tra il nome di un poeta latino e quello di un filosofo greco, tra una versione da tradurre e una equazione da risolvere, imparavo nomi di giocatori meno noti di Van Basten, Maradona e Zenga, e di città che all’epoca mi sembravano esotiche. Forse non sono diventato un grande latinista, ma in quegli anni ho imparato bene la geografia. I miei compagni di classe, pugliesi come me, non sapevano dove si trovavano Pistoia, Acireale e Terni. E che Ancona fosse nelle Marche non era certo un dato di fatto. “A tutta B” dedicava alle squadre del momento dei servizi molto belli, oggi diremmo di storytelling, e per quei racconti sceglieva delle colonne sonore. “Non sarà un’avventura” di Battisti, fu la canzone che accompagnò le immagini dell’Ancona che approdava in Serie A. Una città innamorata ma composta, come io non ero abituato a vedere.

Una festa gridata ma non urlata, una celebrazione laica e sincera, per una squadra che si faceva apprezzare anche da chi non ne era tifoso, come me. In tv scorrevano le immagini di Piazza del Papa, della Fontana delle tredici cannelle, di Viale della Vittoria con il Passetto sullo sfondo, e di uno stadio Dorico sempre pieno. Musica e immagini impreziosite dai gol di Mauro Bertarelli e Sandro Tovalieri, detto il Cobra. Uno che non fa differenza tra Bergamo, Bari, Roma e Ancona. Uno che ci mette cinque minuti ad adattarsi, il tempo di capire dove si trova la porta avversaria. Al resto, casa, affetti, cibo e affari, ci pensiamo più tardi. Proprio con lui decido di scambiare due chiacchiere, in grande confidenza: “È impossibile dimenticare il giorno della promozione a Bologna, c’erano 20 mila tifosi dell’Ancona, e poi 100.00 ad aspettarci in città – gli trema ancora la voce mentre racconta – Io nelle città di mare ha sempre vissuto benissimo, ad Ancona si era creata una simbiosi. Quando si giocavano le partite importanti, contro l’Ascoli o contro il Pescara, la città si bloccava. Entravi al Dorico, alzavi lo sguardo, e quei 15.000 sembravano 50.000”.

Parliamo di serenità, di come si viveva ad Ancona allora: “Entusiasmo e serenità stanno raramente bene insieme. Ad Ancona era la regola. Vivevo nello stesso palazzo di Nista, non ci sembrava vero poter vivere quella sensazione di felicità senza alcuna pressione. L’Ancona deve tornare immediatamente dove merita”. Quando costruirono lo stadio Del Conero ci rimasi male, perché non mi faceva impazzire l’idea che si giocasse in uno stadio al quale mancava un pezzo. Quel cumulo di macerie dietro la porta. Con le gradinate lontane e il Viale che si svuotava a poco a poco. Quando il destino mi ha portato ad Ancona, circa dieci anni più tardi, non ho mai smesso di immaginare cosa dovevano essere i bar di Viale della Vittoria nel giorno della partita. Quanti caffè con le sciarpe al collo, quante maglie numero 9 con la scritta Tre Valli, quante discussioni sui moduli scelti da Guerini, sulla grinta di Fontana e su quanto era sgraziato, di nome e di fatto, Eupremio Carruezzo, una di quelle figurine da custodire gelosamente e da eleggere, contro tutti i pronostici, a bomber personali di un gioco che si faceva dalle mie parti con una pallina di carta, e che era l’antesignano del fantacalcio.

Ho sempre pensato cosa deve aver provato Lajos Detari, a lungo inseguito da Juventus e Real Madrid negli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, a ritrovarsi in una tranquilla ma ricca cittadina delle Marche a disputare un campionato di serie A negli anni in cui il capitano del Real Madrid, Gallego, sceglie l’Udinese, e quello dell’Aston Villa, Platt, il Bari, preferendolo al Manchester United. Detari giocherà un campionato pigro, indolente come il suo carattere, con un indimenticabile assolo. Su un campo impossibile, un terreno completamente allagato, dove i giocatori dell’Inter fanno la figura degli amatori, lui decide di pattinare e danzare sul pallone. Come se volesse dirci che lui, le partite, è in grado eccome di vincerle da solo. Segna due reti stupende, sulla terza dribbla chiunque, tanto per dimostrare che in fondo non è poi così difficile giocare a pallone nel fango. Verrà abbattuto per disperazione da un difensore nerazzurro, ma il gol arriverà lo stesso con Lupo. Ancona è una finale di Coppa Italia, ma soprattutto una semifinale contro il Torino decisa dal Condor Agostini, un altro che nelle Marche ha trovato sempre facilmente la via del gol. Istintivi, rapaci, il condor come il cobra sono legati a ricordi che difficilmente potranno sbiadire nella mente di chi questo gioco lo ama. Altro che la Var, i mega ingaggi di Neymar e Donnarumma, le maglie personalizzate anche in seconda categoria.

Nei miei ricordi ci sono Bertarelli e Guerini, così come Ganz e Gigi Simoni, e quella squadra meno romantica ma così efficace da ritrovarsi nuovamente in Serie A, questa volta senza la classe di Detari, ma con quella ormai decadente di Jardel. Al confine con la comicità, come quella volta in cui, presentato dallo speaker e mio futuro amico Roberto Cardinali, andò a salutare i tifosi del Perugia al posto di quelli dell’Ancona. Sono tornato allo stadio Dorico, perché ho avuto la fortuna di arbitrare sia il Piano San Lazzaro che la stessa Ancona. L’entusiasmo per la partita contro la Biagio Nazzaro, la prima in Eccellenza al Dorico dopo il fallimento, era qualcosa di incredibile. Come se da lì tutto fosse nuovamente possibile. La dimostrazione che nel calcio non sono le categorie a fare la differenza, ma le storie. Che non è vero che abbiamo bisogno di stadi ultramoderni, di cinema e shopping mall accanto alle tribune, ma solo di un po’ di sana passione da tramandare. Che in Italia certi stadi raccontano storie bellissime, come quella del Cobra Tovalieri o dell’ungherese pigro che amava le belle macchine e che in fondo era solo un ragazzo che, abbandonato il regime, e scopertosi ricco, aveva trovato la sua America sull’Adriatico. Senza Ancona, nel calcio, mancherà un pezzo di noi. Di me che fingevo di fare i compiti e di sbieco guardavo le immagini di A tutta B, e ne frattempo imparavo i nomi di Gadda, Lupo e Micillo, e anche un po’ di geografia. “Dov’è Ancona?” – Mi chiese il mio migliore amico quella volta che dovevamo partire per l’Inghilterra, con uno dei primi voli Ryan Air. “In Serie A” gli risposi. Poi gli raccontati dello stadio Dorico, e dei personaggi che da lì sono passati, e che lì abiteranno per sempre.

 

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