Ho visto Pantani. E non lo dimentico.

Ho visto Pantani. E non lo dimentico.

Il mio ricordo della mattina del 5 giugno 1999. Facevo seconda media e non vedevo l’ora di tornare a casa per vedere il mio idolo. Non era un calciatore. Era Marco Pantani.

Mi ricordo ancora quella mattina. La mattina del 5 giugno 1999. C’era il sole e faceva già un discreto caldo. La scuola era agli sgoccioli, mancava una settimana. Quella senza verifiche, interrogazioni o compiti in classe. Allora stavo per terminare la seconda media.

Era sabato e, come tutti i miei compagni, non vedevo l’ora che cominciasse il nostro mini weekend. Che poi significava stare l’intero pomeriggio in oratorio dalle 14 alle 19: calcetto, basket, biliardino e ping pong, fino allo sfinimento. Poi la sera magari un gelato nel nostro paesino, quando le strade erano chiuse e si facevano i karaoke. Ma quel sabato aveva un sapore ancora più particolare. Non aspettavo altro che piazzarmi davanti alla TV per vedere il mio nuovo idolo. Non era un calciatore né un cestista. Era Marco Pantani.

Erano da poco passate le 12 e scorsi, tra i vari pullmini e le macchine di papà e mamme, mio fratello Diego. Non era una sorpresa. Lui da un paio di anni aveva la patente e faceva l’università. Il sabato quindi era disponibile a portarmi a casa. Ed io ero orgoglioso che venisse il mio fratellone a prendermi.

Un saluto ed io come primo argomento, salito in macchina, dissi qualcosa sull’ultima tappa del Giro d’Italia. Dissi qualcosa del tipo: “Chissà oggi Pantani quanti minuti darà agli avversari!”. Come un bel sogno interrotto da una porta che sbatte, mio fratello mi diede la notizia. “Pantani non parte, l’hanno trovato dopato stamattina”. Ovviamente per prima cosa ho pensato allo scherzo di mio fratello. Ci sta, tra fratelli ci si prende in giro. Non gli credetti e non l’avrei fatto fino al ritorno a casa. Lui però, vedendomi rifiutare la verità, accese la radio. Ovviamente ne stavano parlando.

Non mi vidi in quel momento, ma probabilmente cambiai colore in viso. Mi sentii tradito. Una splendida giornata, quella giornata che aspettavo tanto, diventò una specie di incubo. In quel momento non mi importava più del caldo, del pomeriggio in oratorio. Come se di colpo fosse arrivato un acquazzone, puntuale e beffardo.

Pantani mi aveva regalato emozioni uniche fino a quel momento. Scrissi già di quello che lui rappresentava per me (leggi articolo). Quello che rappresentava agli occhi di un tifoso. Un nuovo tifoso. Sì perché mio padre, come tanti papà, segue e ama il ciclismo. Ha visto Merckx, Gimondi e tanti altri campioni ancora. Dalle nostre parti poi, a Stradella (PV), il Giro d’Italia è passato per parecchi anni. In quei giorni, durante i quali si fermava un intero paese e chiudevano persino le scuole, cominciai a capire l’importanza di un evento come il Giro d’Italia. Fin da piccolo. Ma mai, dico mai, mi ero avvicinato al ciclismo veramente. Come ad esempio è successo nel calcio. Almeno mai prima di vedere Marco Pantani.

Non so cosa mi piacesse di Marco. O meglio, l’ho capito in seguito. E’ banalmente quello che colpiva tutti. Il suo viso trasfigurato dalla fatica, un corpo gracile ma capace di tirare fuori una potenza esplosiva ad ogni salita. Quella pelata che lo rendeva personaggio anche se in realtà Marco era un anti-divo. Il gesto della “bandana” lanciata a terra, che stava a significare: “Ragazzi ora si fa sul serio”. Quelle salite emozionanti, il suo elegantissimo “salire sui pedali” e guardare oltre. Quegli inseguimenti epocali, come quello a Tonkov l’anno prima in un Giro d’Italia poi finalmente vinto. L’emozione che mi dava uno scatto del “Pirata” era paragonabile ad un gol del proprio calciatore preferito. Della squadra preferita. E decisivo. Un autentico orgasmo (anche se ai tempi non credo riuscissi bene a capire cosa fosse).

Quel sabato avrei voluto ascoltare ancora una volta la voce di Adriano De Zan urlare: “E’ partito Pantani. E’ partito il Pirata”. L’anno precedente Marco dominò Giro e Tour. E probabilmente avrebbe fatto lo stesso anche quell’anno e forse negli anni a seguire.

E’ di un paio di giorni fa la notizia dell’intercettazione di tale Rosario Tolomelli affiliato ad un clan della camorra. “L’hanno fatto trovare dopato cambiando le provette. Pantani non poteva né doveva vincere quel Giro”. Non mi addentro in un discorso troppo difficile e certamente più complesso di quello che è già. D’altronde non sono bastati 17 anni ad arrivare alla “verità”.

Di una cosa sono certo: nessuno potrà togliermi mai le emozioni che mi ha regalato Marco Pantani. Nessuno mai cancellare gli splendidi ricordi che ho di lui. Nessuno infine potrà mai scalfire, nemmeno di un centesimo, l’affetto che ho provato per quel campione così umano. Qualcuno però avrebbe dovuto restituirmi quel sabato. Ci tenevo troppo.

 

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