Ricardo, il ragazzo venuto dal cielo

Ricardo, il ragazzo venuto dal cielo

Ricardo Izecson Dos Santos Leite. Per tutti sarà il ragazzino con la maglia numero ventidue, per tutti sarà semplicemente Kakà.

È l’estate del 2003 quando il calcio italiano viene colpito da un fulmine a ciel sereno. Nessuno si accorge di niente, il lampo ha le sembianze di un ventunenne brasiliano che si presenta agli arrivi internazionali della Malpensa, in giacca cravatta e occhiali da vista. Potrebbe sembrare un giovane neolaureato venuto a far carriera in Italia.
Invece no, è il nuovo acquisto del Milan e non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore e i suoi futuri compagni. Il suo nome è lungo e complicato, Ricardo Izecson Dos Santos Leite. Per tutti sarà il ragazzino con la maglia numero ventidue, per tutti sarà semplicemente Kakà.

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Mi ricordo il momento in cui appresi del suo acquisto, mi trovavo in spiaggia in Montenegro e mio padre mi disse: “abbiamo preso un brasiliano”.
Solo per il fatto di aver sentito la parola brasiliano mi si illuminarono gli occhi, “come si chiama?” chiesi.
Kakà”.
Ci fu un momento di silenzio, il dubbio aleggiava sotto il nostro ombrellone, nessuno dei due era molto convinto, ma ci bastò poco per farci cambiare idea.
Prima giornata di campionato, il Milan debuttò ad Ancona, e quel ragazzino giocò titolare.
Secondo tempo, Nesta allontana di testa un cross, la sfera va verso il ragazzino, stop di coscia, un avversario lo pressa, lui con calma quasi irrisoria lo supera con un sombrero, accompagna la discesa della palla con lo sguardo, la stoppa delicatamente; nel frattempo l’avversario appena saltato e un altro suo compagno gli si avvicinano per stringerlo nella morsa, si guarda due secondi attorno e all’improvviso accelera. Il cambio di passo è devastante, considerando che lo fa praticamente da fermo, i due giocatori dell’Ancora sembrano rimanere fermi, in realtà cercano di rincorrerlo ma Ricky è troppo veloce.
Porta la palla per qualche metro e poi serve Cafu nello spazio, il quale crossa per Shevchenko, che non sbaglia.
Mio padre mi guarda, e cercando di non scomporsi troppo mi dice: “mi sa che è bravo”.
Ad Ancelotti e compagni bastarono pochi giorni di allenamento per capire che quello era un fenomeno, si presentò resistendo alle spallate di Gattuso e lasciando sul posto un certo Maldini.
Il calcio italiano venne lacerato in due dal ragazzino, non si era mai visto niente del genere prima. Non così, con quella velocità, con quella semplicità.
Si accaparra subito il posto da titolare, ai danni di Rui Costa, il quale dichiarò:
Stare in panchina mi dispiace. Ma sono il primo a riconoscere che davanti ho un giocatore che presto vincerà il pallone d’oro”.
Risulta troppo decisivo, non è concepibile pensare di lasciare in panchina una forza della natura del genere. Strappa le partite con i suoi cambi di velocità, salta sempre l’uomo, ma non solo uno, tutti quelli che si trova davanti. E’ in grado di fungere sia da vero trequartista, servendo alla perfezione i propri compagni, ma anche da realizzatore, non disdegnando di cercare la soluzione personale arrivando al gol spesso e volentieri. Il suo adattamento al calcio italiano è qualcosa di meraviglioso.
Non è il solito brasiliano cresciuto nella miseria, il passato di Ricardo, economicamente parlando, è stato dei più rosei. Cresce nella borghesia brasiliana, papà ingegnere e madre professoressa di matematica, ha la possibilità di studiare e giocare a calcio sin da piccolo, a tutto questo aggiunge educazione e intelligenza impeccabili. Il classico ragazzo che ogni madre vorrebbe per la propria figlia.
Tutto questo gli ha permesso di non perdere la testa, una vola arrivato in una città come Milano.
I problemi di Ricky da piccolo sono stati più che altro fisici. Dopo essere approdato nella sua prima e unica squadra brasiliana, il San Paolo, il ragazzino inizia a fare i conti con un ritardo della crescita. Fisicamente è sempre indietro di due anni rispetto ai suoi coetanei. Questo lo mette in difficoltà, ma sin da quei momenti  impara a non mollare, a perseverare e impegnarsi. Saranno anni difficili, di sacrifici e sudore, ma da quello che pareva uno svantaggio ne viene fuori una bella scoperta.
Kakà infatti nasce come vera e propria punta, ma il fisico esile gli impediva di riuscire ad essere efficace quando era accerchiato dai difensori, così l’allenatore decise di spostarlo più indietro, in modo tale da avere più spazio per muoversi. È in quel momento che nasce Kakà, il trequartista atipico. Proprio quando tutto il Brasile si stava accorgendo del suo talento, una caduta rischia di portarlo alla paralisi. Molto probabilmente in quel momento avviene l’incontro che gli cambia radicalmente la vita, l’incontro con la fede. L’incidente non ebbe conseguenze negative per il ragazzo, che tornò a correre dietro al suo amato pallone.

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Dopo lo splendido debutto in maglia rossonera, il primo gol arriva nel miglior momento possibile, in un derby. Il Milan vince tre a uno contro i cugini neroazzurri e Kakà segna la sua prima rete in rossonero, entrando dritto nel cuore dei tifosi.
Dopo pochi mesi però, deve subito fare i conti con una sconfitta pesante. Il Milan si gioca la coppa Intercontinentale contro il Boca Juniors, e sono gli argentini ad avere la meglio ai rigori.
Sarà così la carriera del brasiliano, un’altalena di alti e bassi, senza una sequenza precisa, che lo porterà a provare enormi delusioni, ma anche ad arricchire la sua bacheca con qualsiasi trofeo.
L’annata del debutto è anche quella della vittoria dello scudetto, il diciassettesimo per il diavolo. A dir poco decisivo il numero 22, segna dieci reti ed è sempre titolare.
Suo l’assist per Shevchenko, nella partita contro la Roma dove i rossoneri si laureano campioni d’Italia. Un’annata nella quale il Milan avrebbe potuto riconfermarsi anche in Europa, se non si fosse imbattuto in una delle più brutte notti europee, la maledetta sera del Riazor. Nella quale gli uomini di Ancelotti subirono quattro reti dal Deportivo la Coruna e abbandonarono prematuramente la competizione. È un rapporto difficile quello con la Champions League per Ricardo, nel 2005 i rossoneri arrivano in finale, ma ad attenderli c’è la più grande delusione della loro storia. Kakà può solo assaporare il sapore della coppa dalle grandi orecchie, ma è costretto a vederla nelle mani del Liverpool, non sa che il destino gli darà la possibilità di rifarsi.
La sua fama, il suo talento e la sua immagine sono in continua ascesa, ma è soprattutto fuori dal campo che dimostra di essere un ragazzo diverso. Sposa la sua ragazza storica, quella con la quale ha passato gran parte della sua vita, con la quale arriva vergine al matrimonio. Ecco sì, basta questo ultimo particolare per capire che non stiamo parlando del solito calciatore.
Il 2006 porta un’altra cocente delusione a Ricardo, ancora più difficile da digerire perché riguarda il suo amato paese. Il Brasile infatti, parte favoritissimo alla vigilia dei mondiali tedeschi, il reparto avanzato dei Carioca è qualcosa di illegale.
Kakà, Ronaldinho, Adriano e Ronaldo.
Ricky gioca bene la prima partita, dove risulta decisivo segnando alla Croazia, poi però più nulla.
Per quanto quei quattro insieme possano essere difficili da fermare, l’equilibrio della squadra ne risente e i verde-oro vengono sbattuti fuori ai quarti dallaFrancia. Un eterno incompiuto, in termini di nazionale, anche il mondiale 2010 sarà una delusione; eppure le premesse con il Brasile erano state delle migliori, c’era anche lui nella selezione campione del mondo del 2002, anche se giocò soltanto diciotto minuti.
Dopo la tempesta però, arriva sempre l’arcobaleno, e così finalmente arriva l’anno della consacrazione per il brasiliano. Un’annata che parte da lontano, dai preliminari di Champions contro la Stella Rossa, un’annata particolare, che vede i rossoneri fare una fatica immane in campionato, e trasformarsi in quello che è da sempre stato il loro habitat naturale, le notti europee. É Ricky a prendere letteralmente per mano la squadra e guidarla nella cavalcata trionfale; strepitoso nel giro eliminatorio, permette ai rossoneri di raggiungere gli ottavi di finale da primi del girone.
Ai quarti ci sono i sempre ostici Scozzesi del Celtic, non bastano 180 minuti, al ritorno infatti sono necessari i tempi supplementari. Ed è qui, che il brasiliano realizza il gol che mi fa emozionare ancora oggi. Riceve palla a centrocampo, resiste alla spinta di un avversario e poi mette il turbo, è incontenibile, nessuno gli si fa sotto, solo una volta arrivato in area è costretto a spostarsi verso sinistra per evitare l’intervento del difensore, il portiere dei biancoverdi nel frattempo è uscito, ma Ricky lo trafigge con un delicato piatto sinistro che passa in mezzo alle gambe dell’estremo difensore.
Non puoi essere in grado di fare un allungo del genere, con una tale lucidità, durante un tempo supplementare, se non sei Kakà.
Ai quarti ci sono i tedeschi del Bayern Monaco, al quale il Milan dà una ripassata di calcio all’Allianz Arena.
La semifinale mette di fronte i due volti più noti del momento, da una parte Cristiano Ronaldo e dall’altra Kakà. Andata a Manchester e ritorno a Milano.
I red devils partono subito forte e si portano in vantaggio, sembra la classica trasferta dove la squadra italiana è chiamata ad evitare la catastrofe, ma no, questa è una partita diversa, perché dopo il gol subito il ragazzo dalla faccia pulita si trasforma in diavolo.
Due gol in pochi minuti, Old Trafford ammutolito, il Manchester si rende conto che dall’altra parte c’è un fenomeno. Il secondo gol rimarrà nella storia dello sport, quando riceve il lancio di Dida, Kakà si trova da solo nella metà campo dei devils contro tre avversari. Vince un contrasto di spalla con Fletcher, supera in scioltezza Heinze con un pallonetto, il quale si rifà sotto insieme ad Evra, ma Ricky si prende letteralmente gioco di loro, toccando la palla di testa e facendola passare in mezzo ai due, pochi attimi prima che si scontrino. Una volta davanti a Van Der Sar non può far altro che appoggiare in rete.
Un gol monumentale, degno del teatro dei sogni.

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I red devils rimontano, vincendo 3 a 2, ma la sensazione dopo il fischio finale è che il Milan può mangiarselo a colazione quel Manchester. Così sarà, nella notte della partita perfetta. Milan 3 – Manchester 0. Dopo il primo gol del solito Ricky, Compagnoni lo definisce “l’extraterrestre”. È la serata perfetta, a Milano piove, il campo è in condizione eccellenti, San Siro è stracolmo e il Milan mette in mostra una delle migliori prestazioni della storia del club.
Kakà sembra giocare una partita tutta sua, ogni momento è buono per accelerare e far impazzire gli avversari. Milan in finale, e ad Atene il destino dà la possibilità ai rossoneri di vendicarsi. La prestazione dei rossoneri in finale è una delle peggiori della stagione, nel primo tempo si vede solamente il Liverpool, ma a pochi secondi dal rientro negli spogliatoi il brasiliano si procura la punizione che permette al Milan di portarsi in vantaggio. Nella ripresa è lui a servire un assist al bacio ad Inzaghi per il due a zero. Il Liverpool sogna un’altra rimonta, ma questa volta la storia è diversa. La vendetta è servita.
La consacrazione di Kakà, che dopo il triplice fischio si inginocchia, chiude gli occhi, alza le mani al cielo e ringrazia. Dopo la Champions arriva anche il meritato pallone d’oro.
Si sa che quando arrivi in cima è dura restarci, e può capitare che tu possa iniziare a scendere e non fermarti più. Esattamente quello che succede al brasiliano.
Nel gennaio del 2009 si arriva a qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima, ovvero la possibile cessione del ragazzo.
I soldi che il Manchester City offre sono veramente tanti e la società accetta, sembra che ormai il trasferimento sia cosa fatta, ma poi Ricky regala un gesto d’amore che fa letteralmente impazzire il popolo milanista. È una fredda serata di gennaio, quando il ragazzo si affaccia alla finestra di casa sua per dare la buona notizia ai suoi tifosi,
Siamo venuti fin qua – siam venuti fin qua – per vedere segnare Kakà” cantano in strada i supporters rossoneri. La magia del ragazzo perfetto, con il cuore solo per il Milan dura solo un’altra mezza stagione. A giugno il brasiliano non può rifiutare la chiamata che arriva da Madrid, cosa puoi fare se il Real Madrid ti vuole? Ringraziare e accettare l’offerta.
Questo è stato il suo unico errore, accettare quella proposta, ma come biasimarlo. A Madrid però non è l’unico fuoriclasse, anzi, il destino vuole che insieme a lui arrivi un altro alieno, Cristiano Ronaldo. Uno capace di rubarti la scena, uno abituato a stare al centro dell’attenzione, uno adatto a tutto quello che  la quotidianità madrilena vuole.
Uno capace di non far sentire la tua assenza in campo, e così, di quel ragazzo in grado di sfondare letteralmente le difese di tutto il mondo, si persero per sempre le tracce. Dei quattro anni in maglia bianca non c’è molto da ricordare, se non il  suo addio per ritornare a casa.
Tutti lo aspettano con lo stesso affetto di sempre, il 22 è lì pronto per lui, e anche se non è più quello di una volta, fa sempre bene al cuore vederlo con quei colori addosso.
Resta un anno, giusto in tempo per segnare il suo centesimo gol con il Milan.
All’età di trentadue anni decide di lasciare il calcio europeo, saluta tutti e se ne va prima in Brasile e poi in America.

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È stata una fiamma, durata purtroppo solo quattro anni, nei quali ha mostrato un modo di giocare a calcio che non si era mai visto. Accelerazioni incontenibili, capacità di trasformare un campo di calcio in una vera e propria prateria, nella quale mettere in mostra tutto il suo talento, abbinando velocità, potenza, concretezza e tecnica.
È sempre stato semplice, sia in campo che fuori. Il più europeo dei brasiliani, nessun numero da circo, concretezza e linearità, come il vecchio continente desidera. Dagli occhiali da vista alla numero ventidue cambiava poco, soltanto che quando sulle spalle c’era quella cifra, dietro a quella faccia da angioletto prendeva vita un vero e proprio tornado, che nessuno era in grado controllare. Lo ricorderemo per le sue accelerazioni, per la sua faccia da ragazzino educato e gentile, per il suo numero, per la sua esultanza.
Quelle mani rivolte al cielo dopo ogni i gol. Un gesto di ringraziamento, ma anche un modo per mostrare a noi comuni mortali il luogo della sua provenienza.
Perché solo dal cielo poteva arrivare uno così.

 

Articolo di: Gezim Qadraku

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