Usain Bolt, un momento per l’eternità

Usain Bolt, un momento per l’eternità

Alzi la mano chi di voi ieri alle 15.15 italiane si è seduto sul divano o si è schiacciato il cuscino dietro la schiena per stare più comodo sul letto e gustarsi “quel momento”. Oppure chi si è alzato dal lettino, dalla sdraio della piscina o della spiaggia per dirigersi verso il bar che ha la televisione o semplicemente la radio e ha ordinato un birra o anche solo una granita per vivere “quel momento”. Chi di voi ha rinunciato alla pennichella, chi è contento che il fuso orario di Pechino non abbia accavallato il ritorno della Serie A a “quel momento”. Insomma alzi la mano chi non ha voluto perdersi per alcuna ragione al mondo “quel momento”, i 100 metri di Usain Bolt.

Sì io li chiamo così, i 100 metri di Bolt. Non la finale mondiale di Pechino. Non la finale dei 100 metri. E nemmeno la tanto attesa (dalla stampa) sfida tra Usain e Gatlin. No, semplicemente i 100 metri di Bolt. Quello è il momento.

Sono certo di non essere l’unico a pensarla così. Questo ragazzone giamaicano, sempre col sorriso stampato in faccia, ci è da subito entrato nel cuore, fin dai tempi di Pechino 2008. Con la stessa velocità con la quale ha frantumato record su record. Questo ragazzone di 1 metro e 95 per 94 chili (fonte Wikipedia) che l’anno prossimo di questi tempi avrà compiuto 30 anni, ieri è riuscito nell’ennesima impresa. Stavolta non contro il cronometro o contro i limiti umani. Stavolta contro le brutte sensazioni, i cattivi presagi, la paura di non essere più quello di una volta.

Erano due anni che tra infortuni vari ed errori tecnici (quelle sempre più frequenti partenze a rilento), Bolt non si sentiva più invincibile. O meglio, noi non avevamo più la percezione della sua invincibilità. In questi due anni, lo abbiamo visto sorridere, quello sempre, ma molto meno. Sorrisi forzati, un po’ tirati. Sorrisi di circostanza.

Nell’atletica di questi giorni distrutta per l’ennesima volta da uno scandalo doping (secondo uno studio condotto dall’università tedesca di Tubinga, finanziato dalla Wada, il 34% degli atleti dei Mondiali di Daegu 2011 erano dopati), non avremmo voluto per alcuna ragione al mondo veder vincere un ex atleta dopato come Gatlin. Noi non siamo nessuno per lanciare accuse sulla seconda giovinezza del 33enne statunitense squalificato per 4 anni dalle corse, tra il 2006 e il 2010 perché positivo al testosterone nel 2006 (recidivo, nella prima squalifica fu positivo per anfetamine). Però il tarlo del dubbio si insinua tagliente quanto Justin nel vento.

I numeri di Gatlin quest’anno erano lì, come un sasso legato alla caviglia di Bolt. Prestazioni da urlo che contribuivano ancora di più ad innervosire e preoccupare Usain. Lui non lo ha mai detto né lo dirà mai. Però tra i suoi nemici, oltre a quello più pericoloso, la testa, c’era pure Justin.

Un 9’77” in scioltezza dello statunitense in semifinale contro il 9’96” faticato di Bolt. E poi ancora la migliore prestazione dell’anno per Justin con 9’74” contro i 9’87” del giamaicano. No, nemmeno il più ottimista tra i tifosi di Bolt credeva nel miracolo.

Eppure la mia sensazione quando mi sono seduto sul divano, non era quella della quasi totalità degli addetti ai lavori e dell’opinione pubblica. Sono sincero non ho visto le semifinali. Mi sono catapultato sul divano che ha preso la forma delle mie natiche, senza sapere niente, se non che Usain non era considerato il favorito. I telecronisti sembravano rassegnati “vorremmo non vederlo fuori dal podio o comunque fuori dai primi due”. Il sorriso di Usain era quello visto già negli ultimi due anni: tirato, non spontaneo. Concentrazione? Certamente. Ma non solo. Eppure io, che ho la stessa età di Usain, lo vedevo con gli occhi di un bambino che sta per scartare i regali di Babbo Natale. No dai, lui è invincibile. E’ per forza favorito. Uno che si ferma 30-40 metri prima nel 2008 (sempre Pechino…) guardandosi indietro e ferma il cronometro a 9’69” non può avere rivali. Non lo posso concepire.

Solito mini show quando lo speaker lo annuncia e le telecamere lo inquadrano. Non è spocchioso, anzi. Si copre la faccia quasi a nascondersi. Poi apre le mani e lo si vede sorridere. Perché Usain lo ha capito, forse aiutato dal tecnico Mills: no il tuo rivale non è Gatlin e non è nemmeno la partenza, che hai provato migliaia di volte in carriera. Il tuo unico rivale è la testa. La mente deve essere sgombra. Sono meno di 10 secondi. Vivili tutti, centimetro per centimetro. Concentrato ma fiducioso. Se ti fai sconfiggere dallo stress hai perso in partenza.

Quel sorriso è tutto. Lì ho capito. Quanto aveva da perdere Usain? E’ l’uomo più veloce al mondo. Fino a ieri aveva vinto 8 ori iridati, 5 individuali. E’ indubbiamente l’icona dell’atletica leggera. Quanti ti aspettano al varco Usain? E tu cosa fai? Sorridi.

In “quel momento”, quello che volevo vedere, quello che speravo di vedere, ho capito. Quel sorriso ha distrutto tutte le paure, le incertezze, le insicurezze. E ha probabilmente distrutto anche le speranze di Gatlin.

Al momento dello sparo lo vedo bene, lo vedo lanciato, non ha perso metri. Dura tutto un attimo, come un fulmine. Non a caso il suo soprannome “Lightining Bolt”. Agli 80 metri affianca Gatlin che per “paura” allunga il collo per superarlo al fotofinish. Il capolavoro di Usain è compiuto: annientati i nemici della testa, annientato il rivale in pista.

Tutto questo l’ho potuto assaporare solo al secondo replay. Perché quei 9’79” (buon tempo, ma non favoloso) sono bastati per vincere ancora. E sono durati un momento. Un momento per l’eternità.

 

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy