La leggenda di Tomàs Felipe Carlovich, detto “El Trinche”

La leggenda di Tomàs Felipe Carlovich, detto “El Trinche”

Nel 1978 Menotti, nel frattempo nuovo ct dell’Argentina, memore di quella partita lo chiamò e gli propose:

Una delle nostre rubriche più seguite è certamente quella dei “precursori del bomberismo”, quei calciatori che hanno sprecato il loro talento per via del loro carattere unico, l’amore per la vita, per i loro vizi fuori dal campo, per i night e le discoteche, per le belle donne…

Ma ci furono talenti che si persero per altri motivi, completamente diversi da questi. Talenti amarono il gioco del pallone ma non più di quanto potevano amare la pesca, gli amici, la routine quotidiana del proprio paese. Questa è la leggenda del più grande giocatore mai esistito:  Tomàs Felipe Carlovich, detto “El Trinche”, la leggenda di Rosario (prima di quell’altro…un certo Diego Armando Maradona).

<<Carlovich fu uno di quei ragazzi di quartiere che, da quando sono nati, hanno come unico giocattolo la palla. Tra lui e la palla c’era un rapporto molto forte. La tecnica che aveva lo rendeva un giocatore completamente differente. Era impressionante vederlo accarezzare la palla, giocare, dribblare. Certamente durante la sua carriera non trovò riserve fisiche che si abbinassero a tutte le qualità tecniche che aveva. Inoltre, sfortunatamente, nemmeno ebbe qualcuno che lo guidasse o comprendesse . E’ un peccato, perché Carlovich era destinato ad essere uno dei giocatori più importanti del calcio argentino. Mi ricordo che lo vidi giocare un una selezione di Rosario contro la squadra argentina e fu il miglior uomo in campo. E dire che, tra i molti rivali, c’erano mostri come Miguel Brindisi. Vederlo era una delizia. Dopo non so cosa gli successe. Forse il calcio professionale lo annoiava. A lui piaceva divertirsi e non si sentiva a suo agio con nessun compromesso.>> (César Luis Menotti, ct campione del Mondo con l’Argentina 1978).

E’ un pomeriggio di aprile del 1974 quando il mito incrocia la storia: la Seleccion argentina, prossima alla partenza per la Germania per la decima edizione della Coppa del Mondo, passa da Rosario per sfidare una compagine locale. Uno di quei classici match senza storia, dove l’unico obiettivo è quello di non infortunarsi, trovare la forma e l’intesa in campo e divertire possibilmente quelli che assisteranno alla partita. Invece a divertirsi sarà soprattutto il venticinquenne “volante” (il numero 5 schierato davanti alla difesa, il ruolo che occupa magistralmente Pirlo oggi) del Central: un tale Carlovich, detto “El Trinche”.

Coloro che assistettero alla partita possono dire di aver visto in campo uno dei giocatori argentini più forti di sempre (anche se a differenza di Maradona, Di Stefano e Messi il suo nome non sarà mai scritto negli almanacchi). E non giocava in Nazionale. Un repertorio vastissimo e completo: dribbling, finte, tunnel, lanci millimetrici ma pure contrasti duri e puliti. I difensori della Seleccion guidata da “El Polaco” Vladislao Cap che non sanno minimamente come fermare quell’ira di Dio quando parte palla al piede. E il primo tempo che si conclude con l’incredibile risultato di 3-0 per la selezione locale. A quel punto, leggenda vuole che, tra il primo e il secondo tempo, il ct dell’Argentina preghi il collega di levare quel fenomeno dal campo. Dopo quindici minuti Carlovich si siederà in panchina, l’Albiceleste segnerà un gol e nonostante l’inaspettata sconfitta eviterà una crisi di nervi.

<<Non capisco perché non arrivò a giocare in nessun club importante. Aveva delle qualità tecniche straordinarie. Era abbastanza lento ma molto abile. E ‘guapo’. Ancora non ho visto un altro “cinque” come lui. In quella partita dell’Argentina contro la selezione di Rosario, in cui io giocai per la Nazionale, Carlovich ci sbaragliò. Non potevamo fermare né lui né i suoi compagni. Perdemmo 3 a 1 solo perché tirarono fuori il Trinche al quindicesimo del secondo tempo. Altrimenti…>> (Aldo Poy, nazionale argentino nel 1974) 

Per Josè Pekerman, futuro ct dell’Albiceleste che per anni seguì le partite del Central, “El Trinche” era semplicemente il miglior centrocampista mai visto. Quando ad Ubaldo Fillol, portiere campione del Mondo nel 1978, chiesero di stilare un’ipotetica formazione con i migliori della storia del calcio argentino, lui inserì Carlovich lasciando fuori al suo posto un certo Daniel Passerella. Persino Diego Armando Maradona, accolto nel 1992 a Rosario come una star da un giornalista che gli disse <<Benvenuto al più grande di sempre>>,  rispose che il migliore aveva già giocato a Rosario ed era “El Trinche”.

Nel 1974 tutto il Paese parla di come un uomo abbia ridicolizzato da solo la squadra in procinto di affrontare un Mondiale deludente in Germania. Carlovich fa un’altra stagione nel Rosario Central, poi passa al Colòn de Santa Fe dove però viene bloccato da diversi infortuni, soprattutto all’anca, che non gli danno pace. La stagione seguente torna assoluto protagonista nel minuscolo Deportivo Maipù, club che però di sede dista a 1000 km di distanza da Rosario, casa sua, dove “El Trinche” vuole tornare ogni fine settimana. Per farlo una volta si fece espellere prima della fine del primo tempo: se avesse disputato il secondo avrebbe perso il treno.

Nel 1978 Menotti, nel frattempo nuovo ct dell’Argentina, memore di quella partita lo chiamò e gli propose: <<Vieni a Buenos Aires, facciamo quattro chiacchiere, un provino e magari fai i Mondiali con noi>> . La linea sottile tra mito e realtà ancora una volta si stava toccando: si dice che dopo averci pensato a lungo, Carlovich accettò. Si dice anche che durante il tragitto verso la capitale, Carlovich trovò un fiume pieno di pesci e cominciò a pescare. E dato che i pesci abboccavano lui non proseguì il viaggio.

<<A chi mi domanda perché non sono arrivato chiedo: cosa significa arrivare?
Io volevo solo giocare a pallone e stare con le persone che amo, e loro vivono tutte qui, a Rosario.>>

<<La verità è che non avevo nessun altra ambizione se non giocare a calcio. E farlo non lontano dal mio quartiere, dalla mia vecchia casa dove vado ogni sera, per stare con Vasco Ortola uno dei miei migliori amici>>

<<Hanno inventato molte cose su di me. Alcune sono vere, altre no. Se vi ricordate qualcosa significa che uno è vivo. Che è entrato e ha giocato. Si è divertito. Questo è un gioco e deve rimanere tale.>>

Tomàs Felipe Carlovich, uno di sette figli di un immigrato croato, che come tutte le belle favole si innamora del pallone, fino a stringerci un rapporto unico: il compagno dei pomeriggi nei polverosi campetti del “barrio”. “El Trinche” colui che unì, col suo talento e le sue imprese soltanto narrate e non registrate in almanacchi, la storia alla leggenda. L’epicità di un campione riconosciuto da tutti coloro che lo videro, ma che per la stragrande maggioranza degli appassionati di calcio non è mai esistito. Se non in ognuno di noi.

Admin Riccardo 

Fonti:
blog.futbologia.org
www.1000cuorirossoblu.it
La leyenda del Trinche – CanalPlus.es
 

 
 
 

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