I precursori del bomberismo: capitolo quarto, GIUSEPPE “EL PEPIN” MEZZA

I precursori del bomberismo: capitolo quarto, GIUSEPPE “EL PEPIN” MEZZA

Siamo nel 1937.

Quello che probabilmente è considerato il più forte calciatore italiano di tutti i tempi era un “bomber”. Con parecchi meriti sportivi ovviamente. Parliamo di Giuseppe Meazza, detto “Il Balilla” o più semplicemente “Pepin”.
 
Pepin, un ragazzino mingherlino che sembrava più piccolo dei suoi coetanei, cominciò la sua carriera di calciatore a 6 anni nei campetti del quartiere popolare di Porta Vittoria (Greco Milanese e Porta Romana) inseguendo una palla di stracci. Si narra che tornando da scuola tutti i giorni, percorresse 150-200 metri palleggiando di testa lungo i muri, senza che la palla toccasse terra.

A 12 anni fondò una squadra di cui era presidente, capitano e centravanti. Dopo ogni partita lui e i suoi compagni passavano tra gli spettatori con un piattino tra gli spettatori per raccogliere i soldi per comprare scarpini, magliette e i tanto sognati palloni di cuoio.

A 14 anni il Milan lo scartò per via del suo fisico gracilino, ma puntò su di lui l’altra squadra di Milano: l’Ambrosiana Inter.

In pochi avrebbero predetto che Giuseppe Meazza sarebbe passato sul calcio italiano e mondiale con la stessa potenza di una stella cometa.
“Adesso andiamo a prendere i giocatori fino all’asilo, facciamo giocare anche i balilla” disse l’anziano compagno di squadra Leopoldo Conti quando il tecnico Weisz annunciò negli spogliatoi la presenza in campo del 17enne Meazza. Il “Balilla” sarebbe rimasto il suo soprannome per tutta la vita. Pepin fin da subito zittì i compagni gelosi con tre gol alla prima partita, e a nemmeno vent’anni aveva già trascinato l’Ambrosiana al titolo e vinto la classifica cannonieri con 31 gol. Leggendarie le sue fughe solitarie in dribbling verso il rivale di sempre, il portiere avversario.

Nel 1927 il portiere del Novara, uscendo dal campo scosso per gli otto gol presi dall’Inter guardando il ragazzino aveva detto: “Quello non è un centravanti è il demonio”.

Meazza, che possedeva un dribbling ubriacante e invenzioni geniali, fu uno dei primissimi calciatori del globo a calciare le punizioni “a foglia morta”. Unico anche nel calciare i rigori. Celebre quello nella semifinale Mondiale nel ’38 contro il Brasile. Calciò tenendosi con una mano i pantaloncini cui si era rotto l’elastico.
Già la nazionale. Il capitolo forse più bello della carriera leggendaria di Pepin
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Esordì in azzurro non ancora ventenne il 9 febbraio 1930 in Italia-Svizzera 4-2 giocata a Roma. Due reti.

L’11 maggio del 1930 la partita che proiettò definitivamente il Balilla tra le leggende del calcio mondiale. A Budapest era in palio il primo trofeo internazionale, un campionato d’Europa dell’epoca e l’Italia sfidava la fortissima Ungheria battuta solo una volta in precedenza. Una tripletta di Meazza spianò la strada agli azzurri che poi nel finale dilagarono con altri due gol. Cinque a zero, ungheresi umiliati in casa.

L’altra partita della leggenda è quella dei “Leoni di Highbury”: 14 novembre 1934. Una battaglia più che una partita di calcio. L’Italia aveva già fermato l’Inghilterra un anno primo in amichevole a Torino, ma in casa loro era un’altra storia. Gli inventori del calcio non ci consideravano proprio pur essendo noi i campioni del mondo (1934). Anche solo far loro un gol era considerato impossibile. L’Italia partì subito male con l’infortunio di Luisito Monti (che non si poteva sostituire a quei tempi) dopo appena due minuti, l’Inghilterra in un quarto d’ora aveva già segnato 3 gol e poco dopo sbagliò il rigore dello 0-4. Sembrava finita.
Negli spogliatoi degli azzurri riecheggiò l’urlo del veterano Attilio Ferraris, romano del rione di Borgo: “Chi desiste dalla lotta è ‘n gran fijo de ‘na mignotta!”. E non era una battuta di spirito, ma una minaccia, un urlo di guerra che rintronò nelle orecchie del milanese Giuseppe Meazza. L’Italia tornò in campo con l’intento di divorarsi gli spocchiosi inglesi. Pepin segnò due gol e colpì una traversa che poteva essere il 3-3. Il pubblico di Highbury restò ammutolito, per poi applaudire fragoroso il gran coraggio e l’orgoglio degli italiani che li avevano fatti tremare.

Ma la leggenda di Meazza non era solo quella di campione in campo: Meazza girò altre squadre, passò dal Milan e arrivò anche alla Juventus, ma visse gli anni di Milano come una star del cinema. Un latin lover, il Rodolfo Valentino del pallone. Già a quel tempo il calcio dava ricchezza, agi, popolarità, fascino. E il Pepin aveva altre due passioni oltre al pallone: le donne e le macchine. Girava per le notti milanesi con i capelli impomatati (la cresta di quei tempi), in smoking, su macchine costosissime per l’epoca e si faceva accompagnare nei locali ogni volta con una ragazza nuova al fianco. Non si allenava granché volentieri, sapeva di essere un fenomeno, e il rigidissimo Pozzo in nazionale chiudeva un occhio. Ad esempio, dopo la risicata vittoria contro la Norvegia all’esordio dei mondiali del 1938 (giusto sessant’anni dopo, sempre a Marsiglia, il grande Bobone purgherà i nordici…) il Pepp convinse l’inflessibile e bigotto c.t. a portare i suoi a sfogarsi in una casa chiusa parigina. Risultato? L’Italia diventa per la seconda volta consecutiva campione del mondo.

Un altro aneddoto della sua vita in campo, ma soprattutto fuori ci spiega chi era Giuseppe Meazza. 
Siamo nel 1937. Vigilia di Inter-Juve. Ad un’ora dalla partita, i nerazzurri e i bianconeri erano tutti allo stadio. Tutti tranne uno, Meazza. Il numero uno dei numeri uno. La stella, il cannoniere, il divo, il campione, quello con lo stipendio più alto e l’automobile più bella. Meazza centravanti dell’ Ambrosiana Inter non c’era e tutti i dirigenti erano in ansia. Raccontano di quelli della Juventus già si fregavano le mani e si guardavano intorno con aria furtiva.
“Non si sarà mica fatto male? Magari su quella maledetta automobile… Lui va forte, gli piace guidare, andare in giro.
Ma ieri era sabato e lo sapeva che c’era la Juve, lo sapeva…” 

Il massaggiatore, amico di Pepin aveva già capito: senza dire nulla a nessuno, salì con un accompagnatore su un’auto e prese la direzione del centro. Entrarono in una rinomatissima casa chiusa, in quei tempi casino.
Lo trovarono. Pepin Meazza era ancora a letto alle 2 di pomeriggio.
Lo svegliarono, lo portarono allo stadio, senza nemmeno fargli lavare la faccia.
 
Pepin, in confidenza con il massaggiatore, racconta di una pesante notte di sesso. El Pepin non sapeva resistere, era giovane e voglioso. Diretti a San Siro confidò stiracchiandosi all’amico di sentirsi un leone. E lo dimostrò in campo da lì a poco. Due gol e Juve sconfitta. Lui migliore in campo.
 
Non tradiva i suoi compagni, i suoi dirigenti, i suoi tifosi e le sue amanti. Si diceva che ne avesse davvero tante, el Pepin. Era solo infastidito dai ritiri, dal sabato tutti insieme. Lui amava il calcio e pure la vita.

Per questo era diventato l’idolo di tutti. Pare che i garzoni ai tempi consegnassero il pane canticchiando: “La donzelletta vien dalla campagna/ leggendo la Gazzetta dello Sport./ E come ogni ragazza lei va pazza per Meazza…”. Il coretto che si cantava allo stadio tutte le volte che Meazza faceva gol.  “Una ragazza per Meazza”, era il grazie dei tifosi al proprio beniamino.
Nel 1980, un anno dopo la sua morte, lo stadio di San Siro, il tempio del calcio italiano, fu intitolato al più grande dei giocatori.
 
Ritiro, sesso, gol, fughe, scappatelle e altri piccoli peccati: il più grande calciatore della storia italiana era un precursore del bomberismo.

Admin Riccardo

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