I PRECURSORI DEL BOMBERISMO: Joseph Mermans, il bomber con la palla rossa

I PRECURSORI DEL BOMBERISMO: Joseph Mermans, il bomber con la palla rossa

Non ne voleva proprio sapere di stare fermo, il piccolo Joseph. Il fotografo doveva scattargli un primo piano per il suo quarto compleanno, ma il bambino era tr…

Non ne voleva proprio sapere di stare fermo, il piccolo Joseph. Il fotografo doveva scattargli un primo piano per il suo quarto compleanno, ma il bambino era troppo irrequieto quel giorno, la foto sarebbe risultata mossa. Allora aveva deciso di aspettare un po’, gli aveva dato una piccola palla rossa nella speranza che, a forza di giocare, si stancasse. E Jef, alla lunga, si era stancato. Il fotografo aveva così potuto fargli il ritratto, ma lui quella palla rossa non voleva più lasciarla andare. Ne era attratto, quasi ipnotizzato. Allora mamma Mermans era stata costretta a comprarla, sborsando 10 Franchi, che dovevano essere una bella somma, per una palla. E ne avrebbe spesi altri di soldi, per tutte le finestre rotte da Jef a forza di tirare calci a quella sfera. 

In modo così naturale, rispondendo alla pura necessità di sfogarsi, tipica dei bambini, Joseph Mermans aveva conosciuto il calcio. Poi, col passare degli anni, se ne era addirittura innamorato. Passava i pomeriggi a giocare con il gruppetto di amici sul campo in rue Eugène Mees, vicino al palazzetto dello Sport di Anversa, e si facevano chiamare “Les jeunes loups”. Indossavano una maglia biancorossa, in onore del Royal Antwerp FC, la principale squadra di Anversa e la loro preferita. Jef sognava di giocarci, un giorno, e probabilmente nella sua testa la maglia che aveva addosso doveva essere proprio quella del Royal Antwerp. Un po’ come sempre si fa da piccoli, si fantastica e si sogna: una qualsiasi maglietta azzurra è quella dell’Italia, un qualsiasi parco è San Siro o il Camp Nou.

A 10 anni, nel 1932, si era anche proposto all’Antwerp, ma allora la squadra non aveva le giovanili e quindi si era accasato al Tubantia Borgerhout. Attaccante puro, di quelli che segnano tanto, e pure molto bravo con i piedi, era stato presto aggregato alla prima squadra; nel suo debutto contro l’Olse Merksem ne aveva messi 10 dei 17 (a 0) totali. 

Era presto entrato nel giro della Nazionale giovanile belga, e molti altri club avevano messo gli occhi su di lui. Si erano presentati al capezzale del Tubantia l’Antwerp, il Beerschot, con una offerta di 100’000 Franchi e l’Anderlecht, arrivato ad Anversa con un assegno in bianco, deciso a tutto per il giovane talento. Jef, che nel frattempo era maturato, non si era lasciato trascinare dal cuore biancorosso: aveva fiutato la grande occasione e aveva firmato per l’Anderlecht, squadra ambiziosa e desiderosa di conquistare le prime vittorie. L’assegno venne riempito con 125’000 Franchi, una fortuna: 12’500 palline rosse, per intenderci.

Era il 1941 quando il giovane Mermans aveva deciso di trasferirsi a Bruxelles. l’Anderlecht, fondato nel 1908 per “sviluppare […] lo sport in generale e il calcio in particolare”, aveva vivacchiato fino a quel periodo tra prima e seconda divisione, senza aver mai ottenuto grandi risultati. Ma poi, aveva deciso di puntare tutto su quel ragazzo di 19 anni.

Aveva esordito in una partita di fine stagione contro La Gantoise e aveva messo a segno una tripletta nel 6-1 finale, ma non era ancora stato tesserato regolarmente e quindi Les Mauve (così chiamati per il colore della maglia) avevano perso 0-5 a tavolino. Poco male, perché Jef avrebbe segnato ancora e ancora. E infatti fu capocannoniere del campionato belga tre volte (’47-’48-’50) e protagonista della vittoria di 7 scudetti tra il 1947, il primo della storia della compagine, e il 1956; in Europa, invece, non andò mai oltre gli ottavi di finale di Coppa dei Campioni. In 16 stagioni con l’Anderlecht, mise a segno 339 gol: il miglior realizzatore di sempre del club belga. Semplicemente, era “the bomber”, o “bombardier”, un giocatore che “gioca bene e fa giocare meglio i compagni, di una correttezza esemplare”, per Robert Jonquet, difensore francese dello Stade Reims, che l’aveva affrontato (e ne era uscito sconfitto). Secondo Pierre Bini, compagno di Jonquet, tra tutti i centravanti d’Europa era addirittura “il migliore, indiscutibilmente”, e dello stesso avviso era Gunnar Nordahl. Ma non erano gli unici a pensarlo, perché Racing Paris, Arsenal, Torino, Roma, Lazio, Atalanta, Real e Atletico Madrid provarono a prenderlo, con laute offerte. Lo fecero in ogni modo, la Roma si era addirittura presentata a Bruxelles su un’Alfa Romeo, con un bel corredo di dirigenti, e gli aveva offerto, tra le altre cose, un appartamento con sette stanze (non cose da poco, ai tempi). Ma Jef, forse più per volere del club che suo, non si mosse mai dal Belgio.

Con la Nazionale partecipò ai Mondiali del ’54, quelli che il destino aveva scippato all’Ungheria. Ma in quel Belgio predicava nel deserto, non era la nazionale degli anni ’80, quella della finale europea e del quarto posto mondiale, e nemmeno quella giovane e talentuosa dei nostri giorni, da cui tanto ci si aspetta, e così, “the bomber”, uscì ai gironi. Chiuse con i “Diables Rouges” due anni più tardi , senza gloria ma con 27 gol in 56 presenze (terzo marcatore di sempre).

Nel ’58, dopo aver contribuito alla nascita del dominio nazionale dell’Anderlecht, ad oggi la squadra più titolata del Belgio,  lasciò Bruxelles e tornò ad Anversa per chiudere la carriera. Lo fece nell’Olse Merksem, la squadra del suo quartiere, quella a cui aveva segnato dieci reti all’esordio, il cui stadio, ora, è intitolato a lui. Così, chiuse il cerchio (forse, mancava solo la palla rossa). 

E’ morto il 20 Gennaio 1996, “the bomber”, il bombardiere, il più forte centravanti d’Europa. Indiscutibilmente.

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