1307 con Davide Nicola

1307 con Davide Nicola

Abbiamo intervistato Davide Nicola a Vigone, al termine dei suoi 1307 km in bici.

Dopo una decina di giorni di bicicletta per un totale di 1307 km a partire da Crotone, Davide Nicola arriva a Vigone alle 18.00 di una domenica caldissima, puntuale come un orologio svizzero. Al fotofinish prende la mano di uno dei suoi compagni di viaggio e la alza in cielo davanti ad un intero paese, che si è raccolto in piazza per salutarlo e rendere omaggio al vero protagonista di questa Serie A. Perché, per quanto vogliamo raccontarci di trofei e di Champions League, le storie che colpiscono davvero il cuore sono queste. E quella di Davide Nicola ha sempre avuto un senso epico alle spalle, tanto da non lasciare stupiti del fatto che abbia scelto un fioretto così fisicamente estenuante per la salvezza del suo Crotone.
Quando scende dalla bici zoppica un po’, bacia i bambini, abbraccia la famiglia e si perde nella folla. Mentre aspettiamo di intervistarlo, tutto il paese ne approfitta per scattare foto e ringraziarlo; e qui possiamo capire perché questa storia sia così coinvolgente.

Possiamo capire che l’impresa di Crotone e il successivo grande giro in bici siano solo gli ultimi atti di una storia che ha un antefatto talmente commovente e talmente crudo da renderci tanto contenti che quest’impresa sia toccata proprio a lui. Per chi non lo sapesse, Davide è stato uno di quei terzini destri di categoria, di quelli da 400 gettoni in Serie B. Ha regalato la Serie A al Torino con un gol ai play-off, ma l’ha giocata solo per quindici volte con un’altra maglia. Così ha deciso di rincorrerla da allenatore e ci è riuscito al primo colpo con il Livorno, pur perdendola dopo una sola stagione. Poi è successo l’imponderabile. È successo quanto di più innaturale ti possa capitare nella vita: perdere un figlio. Alessandro, allora 14 anni, è morto a Vigone, in bicicletta, investito da un pullman.
Non potremo mai sapere cosa c’è nella testa di Davide Nicola oggi, ma possiamo ammirarlo come uomo per il modo in cui ha reagito. Davide lo sa che un dolore così grande non te lo dimentichi, ma ha trovato il modo per trarre insegnamento anche dalla tragedia. Non è una virtù di tutti. In queste settimane ha detto che ha imparato a essere contento anche senza motivo, a sentirsi sempre occupato al 101% in qualcosa e a trasmettere la vita di suo figlio attraverso la sua persona.
Il resto è storia nota: dopo la scomparsa di Alessandro, Nicola ha allenato in una piazza – Bari – che ha compreso i suoi nobili princìpi di pragmatismo e concretezza troppo tardi. E poi è andato a Crotone, a guidare una squadra data per spacciata da tutti a inizio campionato e soprattutto alla fine del girone di andata.
Ma Nicola è uno che non molla mai e con il suo modo unico al mondo  di allenare e di parlare ha trasmesso prima serenità, poi fiducia e poi vittorie.
Ha pedalato per tanti km con un tendine malconcio ed è arrivato alla fine di un viaggio con la consapevolezza di avere raccolto la stima e l’amore di tutti. Con la certezza di aver portato onore alla sua storia, alla sua persona e ad Alessandro, che ha tanti motivi per essere orgoglioso di suo padre.

 

Davide, hai fatto un grandissimo giro. Raccontacelo un po’.
Il primo giorno pensavamo di essere diventati imbecilli, perché secondo me era difficile pensare di fare tutto in bici; ma poi come tutte le sfide scatta qualcosa dentro di te che ti permette di continuare. E allora stai lì a dirti che magari è un problema di velocità, che è meglio fare con più calma, purché il viaggio continui in bicicletta. Poi scatta un altro tipo di imbecillità, che è la competizione quando non hai niente da guadagnare. E dunque progressivamente si è alzata la velocità e ne è nata una competizione molto sportiva.

Riavvolgo il nastro con una mia opinione personale: da Bari ti hanno esonerato piuttosto immeritatamente e una fetta di pubblico non ti gradiva.  Quando hai scelto Crotone, era però quasi impensabile una salvezza e allora mi sono chiesto tra me e me perché fossi andato a prenderti una sfida così difficile. E col senno di prima, ti chiedo se Crotone non era un rischio troppo grande per la tua carriera.
Perché il Crotone era l’unica squadra che mi aveva cercato con insistenza e che poteva mettermi nelle condizioni di allenare in Serie A. Non ho pensato se fosse difficile o facile, ma solo a fare del mio meglio e siamo riusciti a raggiungere quello che volevamo. Io ci ho messo tutto l’impegno del mondo, poi – fa parte della vita – a volte ce la fai e a volte non ce la fai. Non bisogna sentirsi più o meno capaci per questo.

È vero che hai detto al tuo presidente che nelle prime giornate avreste fatto pochi punti?
Avevamo stabilito con loro un piano per capire – non avendo numeri per la categoria – cosa poteva succedere e quali erano i pericoli e le minacce. Avevo pronosticato degli step di miglioramento e così è stato. Loro sono stati bravi ad avere fiducia e supportarmi in tutto e per tutto. Adesso ci dobbiamo incontrare per capire se costruirci di nuovo dei numeri, sapendo che non è facile, o fare uno step migliorativo.

Conoscendo il tuo modo di vedere le cose, so perfettamente che tu con 9 punti in classifica continuavi a credere alla salvezza. Vorrei chiederti però come hai fatto a convincere i ragazzi che bisognava crederci. Tutte quelle sconfitte avrebbero abbattuto chiunque.
Da questo punto di vista sono stato fortunato. Avevo ragazzi normali che pensavano a divertirsi e cercare di dimostrare che potevano starci in questa categoria. Dopo ogni sconfitta, resettavano e si rimettevano a lavorare. Io ero la guida e dovevo essere il primo ad azzerare tutto, ma vi assicuro che loro hanno questa qualità incredibile: entusiasmo alle stelle, sempre.

I tuoi studi sulle neuroscienze e la fisica quantistica incidono in questo discorso?
Mi interesso di tutto ciò che serve a migliorare il mio lavoro e comprenderne le sfaccettature. L’ho visto nel giro in bici: quando sei tu a dover decidere e faticare, dipende tutto da te. Ma quando devi trasferire dei concetti a qualcuno, sono gli altri a lavorare per le tue idee; e lì tu devi capire come fare a trasmetterle e vederle applicate nel modo che desideri.

Per esempio?
Se devono fare dei movimenti che sono convinto possano essere produttivi, non basta farglieli vedere. Devi convincerli che le cose accadono se ne fanno determinate altre. C’è un discorso legato all’apprendimento e a delle strategie per arrivarci.

Il tuo percorso da allenatore poi affonda le radici negli spogliatoi in cui tu giocavi. So che hai un quadernetto con tutte le annotazioni sui tuoi vecchi allenatori.
Annotavo tutto. Sono un collage degli allenatori che ho avuto, ma non mi riconosco in nessuno di loro. Ognuno è unico e riconosco la mia unicità. Ma so che per arrivare fino qui ho dovuto apprendere molto dagli altri e dal loro modo di risolvere problemi.

Mi racconti l’ora prima di Crotone-Lazio?
L’ora prima di Crotone-Lazio eravamo già negli spogliatoi. Ero molto sereno, quasi distaccato. Avrei accettato ogni verdetto, anche se speravo andasse nel modo in cui è andata. Ma ero consapevole di aver fatto un ottimo lavoro insieme ai ragazzi.

Hai detto che sogni di allenare Ibra.
Non ho detto che sogno di allenare Ibra. Ho detto che mi interesserebbe avere  a disposizione un tipo di giocatore del genere, con quel carattere e quel talento.

Okay, diciamo che per questioni anagrafiche mi sembra difficile che tu possa allenare Ibrahimovic. Però per i tuoi trascorsi e i tuoi risultati potresti presto allenare giocatori del genere. Cosa ti manca per arrivarci?
Mi manca fare uno step migliorativo in una squadra di mezzo e vedere come mi comporto. Finché non arriva, non potrò saperlo.

Intervista a cura di Marco Fornaro

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