I campetti di periferia e noi che guardavamo oltre

I campetti di periferia e noi che guardavamo oltre

Poeti e scrittori hanno sempre avuto il vizietto di guardare al di là. Di vallate nebbiose o di colli. Di oceani in tempesta o di amori impossibili. Di limiti. Eppure, ripensandoci, anche noi guardavamo oltre. Lo facevamo senza scomodare ermi colli e finire sui libri di letteratura. Succedeva praticamente sempre. Succedeva sui campetti ad ogni partita, a tutte le latitudini. Parrocchie, cortili o parchi giochi non faceva differenza.

Quel limite si chiamava rete, oppure muro, a seconda dei casi. Quando al termine di discese impossibili sulla fascia meno disastrata del campo all’urlo di «Ronaldo!» si calciava un pallone che portava i segni dell’asfalto poteva capitare che quella rete, quel muro, non fossero alti a sufficienza. Il limite era superato senza troppi proclami, senza nemmeno l’ombra di poesia. Ci voleva poco a passare da «Ronaldo!» a «E adesso chi va a prenderla?».

C’era chi proprio non voleva saperne di scavalcare temendo di mettere il naso per terra appena arrivato in cima e chi invece, quasi rassegnato, con un riflesso incondizionato, non aspettava nemmeno che il pallone cadesse in terra per partire alla sua ricerca. Chi conosceva quella rete palmo a palmo a volte non doveva nemmeno sporcarsi le mani per scavalcare. C’era sempre un passaggio, un punto dove quel limite si apriva. Altro che Leopardi e quella siepe che non voleva saperne di farsi da parte: uno strappo secco, due amici a tenere sollevato quello squarcio verso l’esterno. Dove finiva il campetto ed iniziava il mondo esterno. Dove di Ronaldo ce n’era uno soltanto ed il fuorigioco era una triste realtà.

L’Infinito non era tanto fuori: superare quel limite significava stoppare mondialiti dove l’ultimo gol era soltanto il primo di una lunga serie e scatenare conteggi di altissima precisione per chiarire una volta per tutte il punteggio della tedesca. «Ma tu come fai ad essere ancora a 15 punti?». «Dai, è impossibile».

Era allora che presi da una morsa sbottavate con un perentorio «ma non l’hai ancora trovato quel pallone?» e magari prendavate la stessa via per uscire dal campetto a cercare la vostra ispirazione, quell’unico pallone nel raggio di un paio di chilometri. Che se era per caso finito sul balcone del vicino al secondo piano era la fine. Altro che pessimismo cosmico: la strigliata era quotata 1 a 1, la restituzione della palla pagata con promesse degne dei titoli del calciomercato estivo. E via verso nuovi orizzonti con un occhio a quella rete che non era mai troppo alta.

Articolo di: Nicolò Premoli

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