Ci siamo azzurri. Tocca a noi!

Ci siamo azzurri. Tocca a noi!

Come ad ogni manifestazione internazionale degli ultimi anni, arriviamo pieni di dubbi, scetticismi, con tanti problemi: ma stasera, come sempre, metteremo da parte tutto.

Sono già passati quattro anni. Sembra che l’Europeo di Polonia e Ucraina del 2012 si sia giocato solo qualche settimana fa. Eppure, se ci si pensa bene, ci si ferma a riflettere, di tempo ne è trascorso parecchio. Molte amicizie sono nate, chissà quante altre si sono dissolte. E magari quella che speravate potesse essere l’amore di tutta una vita oggi non è altro che un ricordo.

Un ricordo come quella finale di inizio luglio contro la Spagna. Dove le Furie Rosse si abbatterono con forza sugli azzurri. In quattro anni il calcio cambia, cambia tantissimo. Interpreti sempre diversi si affacciano sul palcoscenico, ricevono applausi o si rifugiano dietro le quinte sommersi dai fischi. Prendete Balotelli: da quella semifinale combattuta, contro gli avversari di sempre, alla mancata convocazione dopo una stagione piena di ombre. Pensate a Pirlo che dirigeva l’orchestra e che ora è finito in platea. O a Di Natale, una delle ultime bandiere, ammainate dopo l’ultimo campionato con l’Udinese.

Le stesse bandiere che sventoleranno dai balconi o nelle piazze. Che tingeranno volti e strade. Perché, nonostante le solite discussioni da bar sulle convocazioni, malgrado le uscite alla «è già tanto se passiamo i gironi», quella maglia azzurra ci rende tutti più simili. Per novanta minuti più recupero si fa di tutto per lasciare da parte fedi e rivalità, si cerca di sopire il rancore verso questo o quel giocatore. E si soffre insieme. Magari mentre si tiene d’occhio quel cielo che da azzurro potrebbe diventare grigio in questa pazza estate. E si scrive agli amici che, nemmeno a dirlo, arriveranno con qualche minuto di ritardo.

Thiago Motta avrà pure un numero pesante come un macigno, di Balotelli si parla solo nelle brevi di calciomercato e forse nemmeno lì. Perché quattro anni sono lunghi, lunghissimi. Ma sotto sotto, a noi, popolo di CT e tattici da tastiera, poco importa.

Quella maglia azzurra, volente o nolente, la indossiamo tutti. Anche chi durante l’intero campionato ha visto forse una partita, magari due. Anche chi alle nove sarà al lavoro, maledicendo la scelta di quel turno notturno compiuta quando ancora l’Europeo era lontano, il calendario un miraggio. Siamo un popolo strano, noi italiani. Strano ed unico in tutta Europa, in tutto il mondo. Pronti ad azzannarci un attimo prima, magari per il più futile dei motivi. Per un parcheggio azzardato o per la freccia non messa.

Ed altrettanto pronti ad urlare insieme verso quel megaschermo piazzato in città. A saltare ed abbracciare qualcuno conosciuto soltanto ad inizio partita. Assurdo come un semplice pallone possa unire un paese pieno zeppo di contraddizioni.

Articolo di: Nicolò Premoli

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy