Elogio al “vero nueve”

Elogio al “vero nueve”

Il calcio, come tutti i fenomeni sociali, vive di mode, di momenti. Attimi lunghi una partita o un’intera stagione. Mode destinate a far impazzire mezzo mondo salvo poi essere tacciate come «vecchie» dopo qualche tempo. Negli ultimi anni la rivoluzione calcistica è partita dalla Spagna, sponda blaugrana. Possesso palla più che esasperato, rete di passaggi da mal di testa e gestione degli spazi al millimetro. Il tutto mentre in attacco non c’è nessuna punta degna di questo nome: c’è soltanto un «falso nueve», il falso nove. Magari un centrocampista prestato all’area di rigore, un giocatore che fino ad una decina di scudetti fa sarebbe rimasto sulla trequarti a tentare l’inserimento.

Eppure in mezzo a tanti «falsi» c’è anche chi non rinuncia a quell’area di rigore. E per farlo ricorre alle buone vecchie maniere. C’è chi nasce piccolo e agile e chi invece appena sceso in un campo da calcio è già più alto una spanna più degli altri. Magari non ha un dribbling secco, di quelli da mandare a vuoto i difensori. Ma in quel destro, o nel sinistro, c’è una potenza che quasi spaventa chi si è trovato a fare il portiere.

Un «vero» nueve cresce a suon di marcature strette, di insulti sussurrati sottovoce e di gomiti alti. Quando la palla arriva lì, nel bel mezzo dall’area, quasi mai è come ce la si aspetta. Magari qualcuno l’ha sfiorata, altre volte è troppo alta o troppo veloce. In poche parole il pallone è sporco. Eppure chi ha il nove stampato sulla schiena sa che quel pallone potrebbe essere quello buono. Gli va incontro con il centrale distante meno di un passo pronto alle maniere cattive se l’anticipo non dovesse andare per il verso giusto.

Nei diciotto metri dell’area il «vero nueve» pare quasi vivere in una dimensione a sé stante. Una dimensione dove resta in aria per secondi lunghi minuti, carica il colpo di testa disegnando parabole pronte a vivere un destino tutto loro.

Non c’è solo un modello di «vero nueve», non c’è un solo modo di indossare quella maglietta pesante come un macigno. Ci sono i nove della terza categoria con quella pancetta che traspare dal sudore della maglietta. Nove che un menisco l’hanno già lasciato per strada ma che mai rinuncerebbero a prendersi a sportellate per novanta minuti con qualche difensore che davanti all’eterno dilemma «piede o palla» punta direttamente alle caviglie.

C’è poi chi come Bocalon, attaccante dell’Alessandria, si è concesso il lusso di portare la sua squadra in semifinale di Coppa Italia. Prima con un gol nei tempi supplementari contro il Genoa e poi con una doppietta nel giro di una decina di minuti contro lo Spezia. Il tutto in rimonta, tanto per rendere le cose meno scontate ed imprevedibili. Perché ai numeri nove, quelli veri, le cose facili non piacciono.

Non è per nulla semplice sfidare tacchetti ad ogni tocco, puntare difensori quando si è già entrati nei minuti di recupero e buttare quel pallone sporco alle spalle del portiere. Ma il «vero nueve» non passa mai di moda. A lui del tiki-taka poco importa: quello che conta è il gol. Che arrivi con una rovesciata o con un tocco sotto-porta non fa differenza.

Articolo di: Nicolò Premoli

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