Storie di capitani: Francesco, il figlio della Lupa

Storie di capitani: Francesco, il figlio della Lupa

La leggenda narra che la lupa allattò Romolo e Remo finché i due gemelli non furono trovati dal pastore Faustolo. Si sono dimenticati di raccontarci un pezzo della storia. C’era un terzo neonato con quei due, il suo nome era Francesco, il pastore non si accorse di lui e il piccolo fu cresciuto dalla lupa.
Gli dei gli delegarono un incarico importante:
“Ama la città di Roma fino all’ultimo dei tuoi giorni e mostra al mondo come si gioca a calcio”.totti-10-as-roma-wallpaper

E’ in via Vetulonia che il ragazzo incomincia ad adempiere al suo dovere, prima inizia a calciare e solo dopo a camminare. Lo chiamano gnomo, non ne vuole proprio sapere di crescere, è un piccolo giocherellone, rompe le scatole a tutti. Sarà anche piccolo, ma per le strade di Roma è lui il più forte, calcia già fortissimo. Tanto che il barista dove compra sempre il gelato, glielo dice ogni volta “non tirare forte Francesco”, ma è tutto inutile.

“Quando ero piccolo e annavo a giocà a’ pallone con ragazzi che non conoscevo e stavano a fa le squadre se finiva sempre con “palla o regazzino?” poi dopo 2 minuti di gioco ed un paio di tunnel tutti: “Refamo le squadre, refamo le squadre il regazzino è troppo forte!”
Il padre segue ben volentieri il talento del figlio, dopo i primi anni passati per la Fortitudo Luditor, la Smit Trastever e la Lodigiani, nel 1989 quando il ragazzo ha dodici anni parecchie squadre si fanno avanti.
Tra tutte ci sono le due  più rappresentative della capitale, Lazio e Roma. Che si fa?
La famiglia decide di parlarne a tavola, la madre propone di mandare Francesco alla Lazio, la reazione degli uomini della famiglia è immediata. Il fratello tira i calci alla madre sotto il tavolo, il marito la guarda male e la decisione è presa. Roma, non poteva essere altrimenti.
La Lazio proprio no, non si può.
Nella Roma c’è il suo idolo, il principe Giuseppe Giannini, ora può finalmente vederlo dal vivo non si deve più accontentare del poster in camera. L’esordio tra i grandi arriva presto, a sedici anni Boskov decide di buttarlo nella mischia negli ultimi minuti di un Brescia- Roma.
Nei tre anni successivi l’allenatore dei giallo rossi sarà Carlo Mazzone, una figura importantissima per il giovane ragazzo. Ormai tutti si sono accorti di lui, è forte, è romano, deve giocare. Tutti vogliono vederlo partire dal primo minuto. Mazzone distribuisce le sue presenze in maniera impeccabile, lo protegge dalle critiche e controlla anche la sua privata.
Un anno e qualche mese dopo il suo esordio in prima squadra arriva anche il primo gol in serie A, la vittima è il Foggia. Si era preparato l’esultanza la sera prima, ma quando la palla entra non sa cosa fare, dove andare, corre e gesticola a caso. Sarà un episodio, perché poi col tempo Totti le preparerà molto bene le sue esultanze. Dopo il difficile rapporto con l’allenatore argentino Carlos Bianchi, sulla panchina della Roma arriva Zdenek Zeman.
Il ragazzo apprende molto dal boemo, matura mentalmente e fisicamente, dimostra di essere compatibile con le difficili richieste dell’allenatore. Viene investito dai compagni di squadra della maglia numero dieci, non la veste semplicemente, si fa cucire quel numero sulla pelle. Non lo cambierà più. L’anno seguente diventa anche capitano, pure la fascia se la fa cucire. Quando viene sostituito chi entra al suo posto ha un’altra fascia da dare al vice capitano.
La stagione 99-00 è il preludio al successo, arriva Capello che decide di costruire una grande squadra sulle spalle del numero dieci. Nel 2001 arriva il tanto atteso trionfo, il trio delle meraviglie Batistuta-Montella-Totti distrugge tutto quello che trova davanti, segnano tutti e tre anche nell’ultima giornata di campionato. La Roma sconfigge il Parma per tre a uno, in uno stadio Olimpico che rischia di scoppiare. La Roma è campione d’Italia e Totti si classifica quinto nella lista del pallone d’oro.
Ha vinto lo scudetto da capitano, da protagonista, da leader. E’ diverso vincere a Roma, l’ambiente è sempre bollente, la gente chiede tanto e non si accontenta mai. Uno scudetto con la Roma ne vale almeno dieci vinti con Milan, Juventus o Inter.
Le stagioni passano, gli allenatori iniziano a cambiare velocemente, ma lui è sempre lì. La maglia numero dieci, la fascia di capitano e i gol che piovono a raffica. La stagione 2005-2006 è una stagione chiave della carriera di Francesco. Sulla panchina della Roma si siede Spalletti, i giallo rossi sono protagonisti di un record mai stabilito fino a quel momento, vincono undici partite di fila. La prima svolta arriva a Genova, la Roma incontra la Sampdoria e tutti e quattro gli attaccanti sono infortunati.
“Te la senti di fare la prima punta?” Gli chiede l’allenatore. “Ci provo, massimo finisce zero a zero” risponde il capitano. Totti segna e in quel preciso istante capisce che quello è il suo ruolo. E’ la stagione del mondiale e cento giorni prima dell’inizio del torneo prende forma la tragedia, il capitano si infortuna gravemente. In un contrasto con il difensore dell’Empoli Vanigli la caviglia fa un movimento innaturale, lo si capisce subito che è grave. Il tempo è poco, si parla addirittura di carriera finita, tutti vogliono sapere se ce la farà o meno.
Lippi lo aspetta, Francesco abbassa la testa, si tira su le maniche e incredibilmente riesce a presentarsi in forma in Germania. Quello degli azzurri è un cammino emozionante, favoloso, ricco di colpi di scena. Il primo vero brivido arriva negli ottavi di finale, il risultato è fermo sullo zero a zero, è l’ultimo minuto di recupero e Fabio Grosso si è procurato un calcio di rigore. Calcia Totti, chi altro se no?
(mi ricordo ancora quanto tremavo in quel momento)
Hanno tutti paura che faccia il cucchiaio, ci ha pensato, ma poi ha cambiato idea. Calcia forte alto alla sua sinistra, GOL. Italia ai quarti di finale. Diventa campione del mondo Francesco, tre mesi prima si pensava che dovesse smettere di giocare e invece la sera del 9 luglio bacia la coppa più bella che esista. Condivide la propria felicità con il suo popolo, al circo massimo, dove sembra che sia arrivata tutta l’Italia a gioire.

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Prende una decisione coraggiosa dopo il trionfo, lascia la maglia azzurra. Ha una certa età, si conosce e sa che non potrebbe dare il massimo sia per la Roma che per la nazionale. La decisione si rivela opportuna, l’anno seguente mette a segno la bellezza di ventisei reti in campionato che gli valgono la scarpa d’oro, cannoniere più prolifico d’Europa.
A trentuno anni, un’età nella quale in teoria un calciatore inizia ad andare più piano a giocare di meno, invece Totti sembra vivere un’altra giovinezza. Arrivano altri allenatori nella capitale, ma lui è inamovibile, ma non perché è il capitano, perché è Totti e allora tutto gli è dovuto.
No, Francesco continua a segnare e ad incantare. Sfracella i record con una facilità disarmante.
591 presenze nel campionato di Serie A, quarto di sempre.
68 rigori realizzati, primato che detiene insieme a Roberto Baggio.
Il 25 novembre a 38 anni e 59 ha stabilito il record del più longevo marcatore della Champions League.
315 le reti realizzate a livello professionistico, detiene il record del maggior numero di gol con la stessa squadra.
Più di una volta nella sua carriera si è presentata la possibilità di cambiare squadra, come fai a non volerlo uno così? Tutti hanno cercato di prenderlo, anche il Real Madrid, ma non ci sono riusciti neanche loro. Tanto che è rimasto uno dei più grandi rammarichi di un certo Florentino Perez:
“Ho speso tantissimi soldi nella mia vita per costruire una squadra potente come il Real Madrid, ma il mio desiderio sarebbe stato quello di avere con me il capitano della Roma: Francesco Totti. Purtroppo è uno dei pochi campioni che è rimasto, una vera bandiera che ha sposato un progetto: quello di voler giocare per sempre nella squadra della sua stessa città e ciò non può che fargli onore. Era impossibile arrivare a Totti: paradossalmente, più difficile prendere lui che chiunque altro proprio perché le motivazioni che lo tengono a Roma sono importanti”.

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E’ sempre stato al centro dei riflettori, molte volte perché faceva comodo mettercelo, è capitato anche che il capitano sbagliasse. Come fece per esempio durante l’Europeo del 2004 quando sputò in faccia al danese Poulsen e venne squalificato. In quel caso ci fu qualcuno che lo difese, qualcuno che proprio non ti aspetti,
“Caro Totti, capisco le necessità professionali, ma io non avrei chiesto scusa a nessuno. Erano tre ore che quel danese la prendeva a gomitate, pedate, stincate. Pur non essendo una tifosa di calcio, guardavo ed ho visto tutto. Con sdegno. Unico dissenso: io avrei tirato un cazzotto nei denti e una ginocchiata non le dico dove. Stia bene, dunque, non si rimproveri ed abbia le più vive congratulazioni di Oriana Fallaci”.
Col passare degli anni è diventato un personaggio anche fuori dal campo, svariate pubblicità sono riuscite a trasformare la sua timidezza in una forma genuina di simpatia. Ogni suo gesto viene amplificato all’ennesima potenza. Le sue particolari esultanze, soprattutto nei derby, la maglietta “vi ho purgato ancora”, il selfie. Le sue entrate non sempre pulite, una su tutte il calcione rifilato a Balotelli. Ma si sa che un errore viene sempre ingigantito, ma sarebbero dovute essere ingigantite anche le parole del padre di Gabriele Sandri (il giovane tifoso laziale ucciso in una stazione di servizio, dal colpo di pistola di un carabiniere)
“Sono laziale da sempre, ho fatto 44 anni di stadio, e Francesco Totti era il mio nemico sportivo, calcisticamente e campanilisticamente non lo sopportavo. Poi l’ho conosciuto il giorno del funerale di Gabriele e ho scoperto una bellissima persona. Di quel giorno tremendo ho pochi ricordi nitidi, uno è la faccia di Totti. Non lo sapevamo nemmeno che sarebbe passato. Venne alla celebrazione evitando le telecamere e mettendosi in disparte senza dire parole. Nella stessa maniera in chiesa venne da noi per farci le condoglianze. Tante persone sono venute a stringerci la mano, a darci un abbraccio, tanti volti non me li ricordo, ma quello di Francesco si, e questo già dice tanto: era semplicemente dispiaciuto, toccato dal dramma che stavamo vivendo. Fu discreto, pudico, composto, sincero, queste cose un padre a cui hanno ucciso un figlio le capisce. Abbiamo avvertito la sua partecipazione al nostro dolore, stando sempre defilato, senza dire una parola tranne quel venire a cercarci per far vedere, ma solo a noi, che c’era pure lui il giorno del funerale di Gabbo”.
E’ stato un privilegio per quelli della mia generazione poter ammirare un talento del genere, è riuscito sempre a farci pensare che giocare ai suoi livelli fosse facile, ha trasformato l’impossibile in facile. Il suo autografo? Il cucchiaio, il modo più incosciente per tirare un calcio di rigore. Mostrato al mondo intero per la prima volta negli europei del 2000 ai danni del povero Van Der Sar e poi utilizzato in tutti i modi, non solo dal dischetto.
Questa è arte signori miei:

Nel suo repertorio ce n’è per tutti i gusti, destro e sinistro come se fosse lo stesso piede. Il gol contro la Sampdoria l’hanno applaudito anche gli dei del calcio. Quel tiro forte che aveva da ragazzino per le vie della città non ha fatto altro che aumentare di potenza, tanto che i suoi tiri si sono trasformati in missili terra aria. Calcia forte, magari la palla non prende chissà quale traiettoria, il problema è che non la vedi proprio. Dotato di una tecnica e di una visione di gioco favolosa. Sono quasi dieci anni che fa la prima punta, ruolo al quale è richiesta la sponda per il centrocampista, il quale ha il compito di lanciare nello spazio gli esterni.
Con Francesco i centrocampisti devono solo preoccuparsi di passargli la palla, ci pensa lui a lanciare gli esterni. Viene incontro, spalle alla porta, ha già preparato la giocata e di prima, di destro o di sinistro con una precisione pazzesca lancia nello spazio i suoi compagni, il tutto è reso ancora più complicato dal fatto che ha una visuale ridotta, è girato di spalle verso la porta avversaria, il corpo non è nella posizione ideale per fare un movimento del genere, ma queste sono tutte teorie che lui ogni volta butta nel cestino.
E’ come metterla in banca la palla, puoi dargliela nella peggior maniera possibile, tanto lui in qualche modo la stoppa e fa ripartire l’azione. Non puoi dire che non te lo aspettavi il suo passaggio, se ha la palla Totti devi solo attaccare lo spazio, lui ti trova, sempre .
Gli assist in rovesciata non gli avevo neanche mai concepiti, per Francesco sembrano una passeggiata di salute. Neanche lui si capacita di quello che sa fare, quando riguarda le partite in televisione è il primo a chiedersi come abbia fatto, ma quando è su quel prato verde tutto gli viene naturale, perché è nato per fare questo, è nato per giocare a calcio. Nonostante da piccolo pensava di fare il benzinaio, gli è sempre piaciuto l’odore della benzina ed era convinto che i benzinai guadagnassero bene. Fortuna che non è andata così.
Non vuole che la sua maglia venga ritirata, non vuole togliere l’opportunità a nessuno di indossarla, il problema è che per vestire quella maglia bisogna avere un coraggio da pazzi. Probabilmente dal giorno in cui smetterà di giocare, nelle scuole romane un capitolo del programma di storia sarà dedicato a lui.
Chiesero a Zeman quali fossero i cinque migliori giocatori italiani, il boemo rispose così:
“Totti, Totti, Totti, Totti e Totti”.
Pelè lo ha definito il miglior giocatore del mondo, solo un po’ sfortunato.

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Ormai non fa più notizia Totti. Lo sai che se gioca segna, che se entra cambia il volto della partita, che avere lui in campo diventa un problema impossibile da risolvere per gli avversari. Ma ormai tutto questo è diventata una costante. Però nel calcio nulla è scontato.
In questo sport ogni pallone, ogni partita, ogni stagione è una storia a sé. Se sei diventato scontato, se anche la cosa più bella che fai non fa più notizia, vuol dire che in quello che fai non sei forte, non sei un campione, non sei un fuoriclasse, sei un mostro.
L’incarico che gli fu dato dagli dei era parecchio difficile da realizzare per un essere umano, ma Francesco ha trasformato la richiesta in realtà.
Ha amato la sua città, non l’ha mai abbandonata, ha onorato la sua maglia e ha mostrato al mondo intero come si gioca a calcio.

 

Articolo di: Gezim Qadraku

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