Javier, il ragazzo dalla pelle nerazzurra

Javier, il ragazzo dalla pelle nerazzurra

L’ho odiato.

Sì, mi vergogno a dirlo ma ho odiato Javier Zanetti.
Sono milanista e sin da bambino la squadra rivale per eccellenza è stata l’Inter, come è normale che sia. Loro, i nemici di sempre. Quelli della stessa città, quelli del derby, quelli contro cui non si può perdere.
Ne sono passati di anni, quante stracittadine, vittorie, sconfitte, sfottò. Ogni stagione qualche giocatore diverso, sia da una parte che dall’altra.
Una cosa non è mai cambiata in tutto questo tempo, lui, il numero 4 dei rivali, il loro capitano, Javier Zanetti.
L’ho odiato perché era l’unico del quale mi preoccupavo. Ne hanno avuti di calciatori forti, Ronaldo, Adriano, Ibrahimovic e tanti altri. Ma con gente del genere puoi sempre sperare che non siano in giornata. Con Zanetti no, Zanetti era sempre in giornata, Zanetti non sbagliava mai una partita.
Quando ero piccolo la battuta nei confronti degli interisti era sempre la stessa:
“non vincete mai”.
Ci fu un periodo in cui il Milan dominò nettamente nei derby, dal 0-6, alle vittorie in Champions. Lui era sempre lì, l’ultimo ad arrendersi, quello che riusciva sempre a mettere in difficoltà i miei idoli.
Passavano le stagioni e iniziavo a chiedermi perché non se andasse.

“Perché rimane?  Non vincono mai niente!”

Non capivo, non potevo ancora capire. Crescendo l’odio è svanito e ha lasciato spazio prima al rispetto, poi all’ammirazione. Il calcio è cambiato molto negli ultimi anni. Tanti soldi, cifre incredibili per i cartellini dei calciatori, si sta trasformando in business, la partita in sé sta diventando quasi superflua, le bandiere non esistono più. Le ultime rimaste a breve appenderanno le scarpe al chiodo. Sono ancora giovane, ma quando parlo di calcio mi capita spesso di parlarne al passato. Di ricordare com’era prima, che giocatori c’erano, le sfide memorabili, i capitani di una volta.
Lui è sempre nei discorsi. Lui, il nemico odiato.

13962534_550167038508494_2367097885686412090_n

L’avversario più difficile che abbia mai incontrato è stato Javier Zanetti. Lo incontrai per la prima volta nel ’99, ai quarti di Champions. Lui terzino destro, io ala sinistra. M’impressionò per le sue qualità: rapido, potente, intelligente, esperto. Ci ho giocato contro altre due volte. È stato l’avversario più duro in assoluto. Un campione completo.
(Ryan Giggs)

Lui c’è sempre stato, ha difeso per 19 anni i colori della sua pelle. Eppure non aveva le caratteristiche per diventare una bandiera, nato in Argentina e arrivato a Milano che aveva ventidue anni. Sarebbe potuto essere uno dei tanti giocatori sudamericani che girano l’Europa. No, lui è stato l’eccezione. Lui si è ambientato subito, si è innamorato di quella maglia e l’ha difesa. Una coppa Uefa all’inizio, poi per molti anni niente. Sconfitte pesanti, delusioni dure da mandare giù e una squadra mai all’altezza.
Lui sempre lì, con la fascia al braccio a combattere.

“No, non se ne va. Resterà all’Inter a vita, ma perché lo fa?”

Poi poco a poco le cose sono iniziate a girare per il verso giusto, sono arrivati i campionati e poi la stagione che si meritava uno come lui. Il triplete, vinto alla Inter, soffrendo come solo loro sono capaci di fare. Avrebbe meritato di vincere tutto ogni stagione.
Non sono più riuscito ad odiarlo, sono cresciuto e ho capito quanto avrei dovuto imparare da uno così. Gli anni passavano e lui, nonostante l’età avanzasse, continuava ad essere il nemico che nei derby mollava solo dopo il fischio finale.
Impossibili da dimenticare le sue galoppate solitarie, con le quali attraversava tutto il campo, lasciando le briciole agli avversari. Ma Zanetti non è stato solo questo, sapeva fare tutto, ha giocato in quasi tutti i ruoli possibili. Difendeva, attaccava, contrastava, scartava, segnava. Probabilmente sarebbe riuscito a fare anche il portiere o la prima punta.
Zanetti si allenava fuori dall’aeroporto, mentre aspettava il volo dei suoi amici.
Zanetti si arrabbiava con la moglie, se nell’hotel in cui avrebbero passato le vacanze non c’era la palestra.
Zanetti si allenava anche il giorno del suo matrimonio.
No, non diventi Zanetti per caso.
Ormai era chiaro che avrebbe salutato tutti con addosso quella maglia, anche se il suo corpo decise di fargli un brutto scherzo a pochi metri dall’arrivo.
Zanetti infortunato. Assurdo, impossibile, lui? Con quel corpo?
Eppure sì, una domenica come tante, a Palermo si ruppe il tendine d’achille. Fine carriera a rischio dicevano in molti. No, non sarebbe finita con lui a terra dolorante, non poteva finire così e infatti non è andata così.
Si è rialzato, ha abbassato la testa e si è messo al lavoro.
Come ha sempre fatto, da quel 13 maggio del 1995, quando nessuno poteva lontanamente immaginare cosa avrebbe fatto quel ragazzo dalla faccia pulita.
Qualcuno invece ci mise poco a capirlo.

Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter.
(Giuseppe Bergomi)

Allenamento, sacrificio, correttezza e amore per la maglia. Sempre, in ogni partita, dalla più inutile alla più importante. Ogni tanto mi immaginavo i discorsi dei padri ai figli nelle case nerazzurre:.
“Guarda come si comporta il capitano figliolo, così si comporta un uomo”.
Non dev’essere stato difficile educare i figli per i padri interisti, ogni domenica Zanetti rendeva il loro lavoro più facile. Un esempio, dentro e fuori dal campo.

during the Champions League final soccer match between Bayern Munich and Inter Milan at the Santiago Bernabeu stadium in Madrid, Saturday May 22, 2010. (AP Photo/Antonio Calanni)

Ha sconfitto anche l’infortunio. E’ tornato come prima, la fascia al braccio e il 4 sulle spalle. Doveva realizzare il suo sogno, terminare la carriera con quei colori.
Diciannove anni dopo, quasi lo stesso giorno dell’arrivo, il mio odiato nemico ha giocato la sua ultima partita. Di tutto mi sarei immaginato tranne che di essere triste in quel momento. Finalmente lasciava, finalmente nei derby non ci sarebbe stato l’ostacolo insormontabile. Ero triste perché se ne andava un altro pezzo del calcio con il quale sono cresciuto. Un calcio fatto di valori, di capitani che hanno dato tutto per la loro maglia, di uomini che non si sono fatti comprare dai soldi.
Il mio odiato nemico è stato uno di questi. Sarei andato a San Siro a cercare di convincerlo quella sera.

“Capitano è proprio sicuro?”

Sì, a Zanetti bisogna dare del Lei. Solo ora ho capito perché non se ne voleva andare, perché è rimasto anche quando non vinceva niente, perché non ha mai tradito quella maglia. Si chiama amore, quello che questo uomo ha dimostrato ogni partita.
Per me rimarrà sempre il ragazzo dalla pelle nerazzurra, il ragazzo  che quando segnava esultava come un tifoso. Nella sua autobiografia ha spiegato cosa significa essere un tifoso nerazzurro:

Il tifoso interista è abituato a soffrire ma non molla mai, non abbandona mai la barca nel momento del bisogno. Il tifoso interista è un’innamorato cronico, un passionale, un sanguigno. Ha un carattere argentino.. È fedele, appassionato, nel bene e nel male. Ma è anche esigente, così come brillante, intelligente e ironico.

Gezim Qadraku

Inviateci le vostre storie all’indirizzo info@chiamarsibomber.com

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy