Klopp, il nuovo baronetto di Liverpool

Klopp, il nuovo baronetto di Liverpool

La sfida del tecnico tedesco del Liverpool: importare il suo “heavy metal” nella città dei Beatles. O sei pazzo o sei visionario. Oppure, appunto, sei Jurgen Klopp.

Se tenti di importare l’heavy metal a Liverpool, nella città dei Beatles, o sei un pazzo o sei un visionario. Oppure sei Jürgen Klopp, che non è tanto distante dall’essere le due cose miscelate. Il Mago è con ogni probabilità l’allenatore più amato del panorama calcistico moderno, perché Mourinho è brillante, ma arrogante, Guardiola un innovatore, ma narcisista, Luis Enrique ha vinto tutto, ma col Barcellona sono capaci tutti. Queste le tesi che si possono ascoltare dai vari espertoni nei bar in giro per l’Europa. Dimenticavo, c’è anche Benitez, ma lui non piace proprio a nessuno.

Nato a Stoccarda il 16 luglio del 1967, da calciatore non è stato un granché, collezionando poco più di 300 partite con il Magonza in Seconda Divisione. Il problema non era di testa, bensì le qualità tecniche, come ha ammesso il diretto interessato: “Ero un giocatore di 5a categoria con la testa da Bundesliga, in campo non riuscivo a trasmettere tutto quello che pensavo. Il risultato è un calciatore di 2a categoria”.

Se pensi a Magonza pensi fondamentalmente a tre concetti: Gutenberg, stampa a caratteri mobili ed editoria. Klopp, rimasto probabilmente folgorato dall’idea dell’inventore della stampa, ha poi ben pensato di applicare il vocabolo “mobili” ai suoi dogmi calcistici: sì, perché “mobili” è forse l’accezione che meglio descrive i calciatori che Jürgen manda sul rettangolo verde.

Motivatore impareggiabile, carisma fuori dal comune e grande ironia, così il Mago si è preso la scena mediatica del panorama europeo. Il campo ha poi realmente espresso la sua personalità: un calcio ritmato, veloce, aggressivo, totale. Scomodare il genio di Rinus Michels, padre biologico di quel calcio che negli anni Settanta impressionò il Mondo, potrebbe sembrare ai molti blasfemia, può essere, ma il credo di Klopp si avvicina tremendamente a quel modo di interpretare una partita.

A Magonza, dopo aver sfiorato la promozione in Bundesliga per un soffio nei due precedenti campionati, centra il salto di classe nel 2004. La Germania sta per conoscere Klopp.

Da una squadra di periferia che sta per salire sui palcoscenici più luminosi tedeschi ci si attenderebbe una preparazione estiva classica, fatta di corsa, tanta corsa, allenamenti intensissimi e interminabili sedute tattiche alla lavagna. Certo, ma prima un bel soggiorno in Svezia. Bionde mozzafiato? Pietanze a base di pesce? Zuppe proteiche? Niente di tutto ciò: un lago, delle tende e una canna da pesca, perché se vuoi del cibo, bisogna procacciarselo. Ah, niente elettricità, per ricreare al meglio l’atmosfera neanderthaliana. Qui nasce quel Magonza capace di far strabuzzare gli occhi ad una nazione intera, una macchina pronta ad abbandonare l’anonimato dei campi di periferia per sfrecciare tra le strade più lucenti. Non una limousine quella di Klopp, ma una Polo, cortissima, compatta, difficilmente forzabile.

Ma perché una destinazione tanto wild? La risposta arriva da mister stesso: “Gli altri preparatori mi chiedevano se non fosse meglio allenarsi giocando a calcio, il mio vice pensava che fossi un idiota, ma io volevo che la squadra sentisse di poter sopravvivere a qualsiasi cosa. È stato fantastico. Arrivammo in Bundesliga e tutti trovavano incredibile quanto fossimo forti”. Alla resa dei conti ha ragione ancora Lui: undicesimo posto e storica qualificazione alla Coppa Uefa grazie al premio fair play. Dopo due stagioni in Renania ecco la nuova sfida: il Borussia Dortmund.

Stadio magnifico, tifo incandescente e giovani calciatori da lanciare. Questo è quello che Klopp trova sulla Ruhr. Località industriale, il Mago non può fare altro che indossare la salopette e mettersi al lavoro, costruendo poi quella favola tedesca che per anni ha incantato l’Europa calcistica intera. Tenacia e tanto lavoro sono scaturiti i un gruppo perfetto, irrorato di geometrie quasi poetiche, distanze sempre accorte e tanto furore. Il Dortmund dell’era Klopp è uno sballo, assembla un’intensità straripante ad una padronanza tattica fuori dagli schemi. Tutti sanno cosa fare e quando farlo. Heavy metal appunto, così è il calcio proposto dai gialloneri, non una sinfonia melodica che mette in pace in sensi, ma un ritmo incalzante che su quel giradischi scivola per novanta minuti a settimana.

Il Dortmund è ciò che di ottimo c’era a Magonza, elevato alla massima potenza. L’ambiente è pazzo di lui, che riporta il titolo in Renania nel 2011, bissando il Meisterschale l’anno dopo. A bordo campo poi ogni volta la stessa scena: un pazzo indemoniato che si dimena entro e fuori l’area tecnica per dirigere le operazioni.

Nel 2013 il Dortmund torna di prepotenza sul palcoscenico più importante, la finale di Champions League, in quella che sarà ricordata come la grande serata del calcio tedesco. Ad attenderli non un avversario qualunque, ma il rivale del momento, quello che annualmente va a pescare a suon di quattrini un campione formato in casa Borussia per schierarlo all’Allianz Arena, il Bayern Monaco, che grazie a Robben centra il successo.

La storia con il Dortmund finisce di fatto al ritorno degli ottavi di Champions del 2015, quando la Juve di Tevez elimina i tedeschi con un perentorio 3-0 al Signal Induna Park. Klopp, abbacchiato, se ne torna a casa a piedi, zaino in spalla e il dolore nel cuore nella nostalgica notte di Dortmund. Ha già capito, il suo momento sta per concludersi, il supereroe ha terminato il lavoro.

A fine anno il divorzio annunciato, con il doveroso tributo che il muro giallo gli regala.

Un calcio senza Klopp è però impensabile e il 9 ottobre il fato rimette assieme tutti i pezzi del puzzle: a Liverpool si sono stufati di Brandon Rodgers, troppe le occasioni concesse, poche quelle veramente sfruttate, e decidono di ripartire con il gigante tedesco: Klopp sotto la Kop è uno slogan inevitabile. L’uomo giusto al posto giusto, una gloriosa squadra che da troppi anni vive all’ombra di Manchester e Londra che ha voglia di tornare a rivaleggiare in Inghilterra. Lasciate fare al Mago e vedrete che anche a Liverpool l’heavy metal non sarà più visto con sdegno.

 

Articolo di: Fabio Dotti

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