Storie di Bomber: Matthew Le Tissier, Le God

Storie di Bomber: Matthew Le Tissier, Le God

Voglia di allenarsi inversamente proporzionale alla quantità di magie regalate in campo, pancetta da scaricatore di porto e classe sopraffina. E una sola maglia indossata, quella del Southampton. Matt Le Tissier, il fenomeno svogliato del calcio che ha rifiutato le grandi d’Inghilterra per rimanere nella città che amava e in cui ancora oggi è una divinità.

Provate a pensare a una città dell’Inghilterra che non sia Londra. Difficilmente vi verrà in mente Southampton. Non c’è nulla di interessante a Southampton, a parte un paio di Università e il porto. Chi conosce la storia del Titanic sa che il 10 Aprile del 1912 quel transatlantico colossale partì proprio da lì, per poi inabissarsi rovinosamente nell’Atlantico 4 giorni dopo. Per gli appassionati di calcio però le cose cambiano, perché la squadra di questa anonima città operaia del sud della Gran Bretagna da qualche anno è una delle più interessanti della Premier League. Altro particolare interessante: un paio di bomber nostri connazionali si sono fatti notare proprio lì. Graziano Pellè per due anni è stato l’idolo indiscusso del St.Mary’s Stadium e in questa stagione ha passato il testimone a Manolo Gabbiadini, che a gennaio ha lasciato Napoli per trovare finalmente la consacrazione a cui tanto aspira. Bella squadra il Southampton, che dopo una retrocessione in terza serie è tornata in Premier League nel 2012 e da allora è cresciuta sempre di più, fino a qualificarsi ai gironi di Europa League. Dusan Tadic, Charlie Austin, la saracinesca Forster in porta, lo stesso Gabbiadini e tanti altri talenti hanno trascinato  i “Saints” ad un altro piazzamento tra le prime 7 della classifica.

Per la gente di Southampton però nessuno di loro potrà mai essere ciò che è stato Matthew Le Tissier, il bomber che non è un bomber, il numero 7 che non gioca sulla fascia, la più incredibile anomalia della storia del calcio moderno. Se chiedete a un tifoso dei “Saints” chi è Le Tissier, la risposta sarà istantanea: “He’s God, Le God“. Una venerazione ai limiti della blasfemia, tanto che fuori dal “The Dell”, lo storico stadio del Southampton (che ora non esiste più) era appeso in bella mostra un cartello con su scritto “Benvenuti nella casa di Dio“.

le tissier the dell

 

Un’intera carriera dedicata solo al Southampton, 162 reti in 443 partite di campionato, 47 rigori segnati su 48 tentativi, nove salvezze consecutive grazie alle sue giocate senza senso. A prima vista c’era ben poco di divino in quell’omone di 1 metro e 86 dalle movenze sgraziate, costantemente sovrappeso e con una struttura fisica in antitesi con quella di un’atleta (in un calcio non ancora iper-fisico come era quello degli anni 80/90). Anche il viso era più simile a quello di un “docker“, uno di quegli scaricatori di porto che potevi trovare costantemente seduti nei pub la sera, o a uno disoccupato della working class in fila allo sportello dell’ufficio di collocamento: espressione da beone, denti storti, un naso più simile al becco di un uccello e gli occhi di chi sembrava doversi addormentare da un momento all’altro. Zero physique du rôle, ma appena toccava il pallone quel gigante sgraziato si trasformava in qualcosa di difficilmente definibile. Le Tissier non aveva un ruolo preciso (qualcuno dice centrocampista offensivo, ma per uno come lui è troppo riduttivo) e non c’era una zona del campo che sfuggisse alla sua visione totale. Di correre non se ne parlava, anche perché gli bastava spostare la palla per scartare gli avversari quasi al rallentatore. “Il suo talento era fuori della norma. Poteva dribblare sette o otto giocatori, ma senza velocità, semplicemente camminando in mezzo a loro. Per me è stato sensazionale”. Questo è il ricordo che ha di lui Xavi, uno che di calcio e di fenomeni un po’ dovrebbe capirne.

C’era una qualità che però lo ha reso unico, la capacità di segnare da tutte le posizioni nei modi più impensabili. I suoi piedi potevano disegnare parabole che sfidavano la fisica o sparare cannonate capaci di piegare le mani ai portieri, anche in condizioni di equilibrio precario in qualche modo riusciva sempre a orientare il corpo nel modo giusto. La stragrande maggioranza dei gol li ha segnati dalla media e lunga distanza, quasi a voler confermare la sua indole pigra. I veri bomber vivono negli ultimi 16 metri in attesa del momento giusto in cui fregare i difensori, a Matthew bastava ricevere il pallone tra i piedi e calciare verso la porta per segnare, quasi senza sforzo. Stare in area spalle alla porta non faceva per lui, per il bisogno quasi fisico di avere la palla tra i piedi e di non perdere di vista la porta avversaria. Non valeva la pena sbattersi più di tanto in area di rigore, non ne ha mai avuto bisogno.

 

Un’anomalia, un freak del calcio, non solo per la distanza tra apparenza goffa e sostanza divina. Per 16 anni Le Tissier ha indossato una sola maglia, quella a strisce bianche e rosse del Southampton, e non gli è mai passato per la testa di andar via nonostante le offerte dei più grandi club inglesi (e non solo). Il Tottenham, il Liverpool e il Manchester United avrebbero fatto carte false per portarlo via ai “Saints“, Alex Ferguson era ossessionato da lui, ma strapparlo da Southampton non è mai stato possibile. Perché andare via dalla città che lo ha accolto come un figlio quando, a 16 anni, è arrivato per la prima volta in Inghilterra dalla piccola isola di Guernsey? Perché deludere quella gente che lo venerava come una divinità per andare in un club in cui sarebbe stato solo uno dei tanti grandi giocatori in rosa?

E poi, diciamolo, lì avrebbe dovuto sottoporsi ad allenamenti faticosi, sedute giornaliere di esercizi per tenersi in forma. Matthew non era fatto per queste cose, era uno a cui piaceva godersi la vita, un’indolente che come esercizio più faticoso di giornata sollevava il bicchiere di Malibu&Cola (versione inglese del rum&cola, bevuto in giro in qualche pub) e che mangiava abitualmente insalata affogata nel ketchup (si, avete letto bene) accompagnata da patatine fritte. A Southampton bastava il suo talento per far impazzire i tifosi e gli allenatori (escluso forse Branfoot, che non lo ha mai tollerato) gli hanno sempre lasciato fare quel che voleva, perché poi in campo le partite le vinceva lui.

L’unico grande rimpianto della sua carriera è la Nazionale, con cui ha giocato solo 8 partite ufficiali senza mai segnare. Un amore a senso unico quello di Le Tissier, mai ricambiato, una serie continua di attese e delusioni che toccarono il loro punto più alto ai Mondiali di Francia ’98. Hoddle gli aveva assicurato la convocazione in caso di prestazioni positive con la rappresentativa B. Lui segnò 3 gol, ma poi non fu inserito neanche nei 30 pre-convocati. Quasi come se il karma avesse voluto rifarsi contro il C.T, l’Inghilterra fu eliminata ai rigori dalla Francia. Quei rigori che Le Tissier sapeva tirare come nessun altro al mondo.

Era destino che rimanesse un idolo solo a Southampton, l’unico posto in cui poteva essere se stesso senza compromessi. L’ultima partita giocata con la maglia biancorossa è stata anche l’ultima apparizione della squadra al “The Dell“. Contro l’Arsenal di Henry e Vieira, giovani e nel pieno delle loro forze, a decidere la partita non poteva essere che lui. Ormai vecchio e con acciacchi fisici continui entrò in campo a pochi minuti dalla fine, giusto in tempo per girare la palla alle spalle del portiere avversario con un tiro di controbalzo nell’angolo, di quelli che gli riuscivano nei giorni migliori.

 

Non c’era un solo spettatore che non avesse gli occhi lucidi a fine partita, tutti avevano capito che stava finendo un’era. “The Dell” sarebbe stato abbattuto per far posto a un complesso residenziale e Le Tissier non avrebbe più giocato a calcio. Sono trascorsi 16 anni da quel giorno e a Southampton sono arrivati tanti grandi giocatori, ma una cosa è certa: non ci sarà mai più un altro come “Le God“.

 

Grazie a Vincenzo Renzulli per le preziose informazioni

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