Marco Van Basten, il tulipano col giubbotto di renna

Marco Van Basten, il tulipano col giubbotto di renna

54° minuto di un sabato, questa volta non “come tutti gli altri”: Van Tiggeln sradica il pallone all’attaccante sovietico, compie una trentina di metri in solitaria e serve Mühren sulla sinistra, il quale fa partire un cross di interno sinistro che spiove sino alla linea esterna dell’area di rigore. Van Basten arriva in corsa e di prima intenzione fa partire un folle destro che si insacca beffando Dasaev: Olanda-URSS 2-0, i tulipani si laureano Campioni d’Europa del 1988.
Chissà quanti leggendo queste righe avranno ripescato dall’anticamera della mente le immagini di quel gesto balistico, e piano piano le hanno posizionate in sequenza una dopo l’altra, dal tackle iniziale alla conclusione verso la porta che diabolicamente si trasformò in rete.
Marco Van Basten, nato il 31 ottobre del 1964 tra la Domkerk e il Catello de Haar a Utrecht, è stato tanto, molto di più di questa sua realizzazione, ma è praticamente impossibile scindere il binomio. È vero che lo slalom di Maradona tra i paletti inglesi resta l’apoteosi della storia del calcio, ma un pallone non è mai stato colpito così bene, in un momento così tanto importante. Quanti al campetto con gli amici sono riusciti col tempo, con svariati tentativi a disposizione, a imitare questa perla di Van Basten? Sicuramente qualcuno sarà stato pure capace; sì, ma ragazzi, Marco l’ha fatto nel momento cruciale della finale, in maniera un po’ sfrontata forse, chiedendo al suo talento qualcosa che sapeva potesse concederli. Aveva già fornito l’assist per il vantaggio di Ruud Gullit, ma probabilmente voleva entrare nella storia dalla porta principale, in smoking bianco, assieme a tutti i suoi compagni e a mister Rinus Michel, l’uomo con una concezione socialista del calcio, dove tutti fanno un po’ tutto. L’idea di un calcio fordiano non gli andava giù, e allora ecco che nella sua Olanda il terzino faceva anche l’ala o il centravanti, nella stessa partita. Insomma, stiamo parlando del calcio totale, il collettivo sopra ogni cosa.

Per Van Basten il calcio non era solo uno sport, era un’arte, e grazie alla sua eleganza è riuscito a sguazzarci dentro fino a quando ha potuto, fino a quando la musica si è spenta, sancendo di fatto la fine di quel Ländler col pallone che ammaliava tutti. Van Basten non è stato il classico fenomeno piccolino e sgusciante, era un colosso di quasi 1.90 capace di fare assist e gol a raffica. Una novità per il ruolo del centravanti. C’è un dato che fa rabbrividire, ed è quello con la maglia del Milan: con i rossoneri è andato a segno in 85 partite, totalizzando 124 reti. Nulla di eclatante? Bene, andate a guardare quante di queste 85 sono state poi perse dal diavolo. Zero. Un vero e proprio talismano.
Ma il suo genio non è stato solo trasferito sul rettangolo verde, era certamente un personaggio schivo e riservato, ma ogni tanto sbalordiva tutti anche per questioni extra calcistiche, basti pensare alla notte della prima Coppa dei Campioni vinta nel 1989 con il Milan, quando si presentò ai giornalisti in vestaglia chiedendo loro se avessero un pettine. O ancora quel suo fascino un po’ strano, forse non capito dai comuni mortali. La camicia rosa e il giubbotto di renna indossati nel giorno dell’addio non hanno mai trovato una risposta alla domanda “Perché?”, eppure tutti se lo ricordano ancora quel giubbotto.

Pensate di avere a che fare con uno spartito musicale: prima ci si ingobbisce costantemente e assiduamente su quelle note, poi quando arriva il più bello, quando si sa padroneggiare quella melodia e le mani si muovono da sole tra un Fa e un La, ecco che non lo si trova più; lo si cerca ovunque, ma nulla, lo spartito non c’è più, proprio sul più bello. Ecco, questo è stato Marco Van Basten, il gigante con le caviglie d’argilla, troppo fragili per reggere il peso di tutta quella classe divina che liberava 90′ a settimana. È stata una storia d’amore con il calcio finita troppo presto: nel 1995 a soli 30 anni si arrese a quei dolori che lo stavano tormentando da troppo. E pensare che el Pibe de oro gli dedicò parole al miele, sostenendo che si fosse infortunato “quando stava per diventare il migliore di tutti”. La sua ultima partita fu un Milan-Juventus valida per il trofeo Berlusconi, quando una miscela rosso-bianco-nera si innalzò per omaggiarlo ancora una volta. La sua grandezza è possibile misurarla anche con il mezzo televisivo: la sera dell’abbandono, Italia 1 diffuse una sottospecie di documentario con tutti i suoi gol che fece registrare uno share del 30%.

Quella rete all’Olympiastadion di Monaco è uno degli esempi più palesi di fantasia nel calcio. Nessuno in quel momento si aspettava quell’invenzione, la posizione era molto defilata, il pallone stava giungendo da altezze siderali, il che aumentava vertiginosamente il coefficiente di difficoltà. Ma la fortuna è donna, se la si lascia fuggire oggi non si pensi di ritrovarla domani. Van Basten lo sapeva bene e ha deciso di pennellare un gesto tecnico che è poi rimasto indelebile negli occhi di tutti. La sua è stata una fantasia accarezzata vedendo arrivare la sfera in quel modo, diventata poi cruda realtà per i sovietici, ammazzati forse più dall’eccessiva bellezza di quella realizzazione che dal parziale sul campo. Questa è solo una breve testimonianza del grande Van Basten, il cigno più bello di tutta Utrecht, che ha appeso le sue Diadora sul quel maledetto chiodo dopo aver vinto, tra le altre cose, 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali con il Milan, oltre che a un Europeo con gli Oranje e 3 palloni d’oro.

 

Articolo di: Fabio Dotti

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