ODE AI PANTALONI DELLA TUTA

ODE AI PANTALONI DELLA TUTA

Inutile negare l’evidenza. C’è un Kiraly che si nasconde in ognuno di noi. Poco importa se si giochi in nazionale o tra gli amatori: i pantaloni della tuta rappresentano un simbolo universale, raccontano storie di squadre di provincia e di chi ne ha fatto un portafortuna insostituibile.

Spesso, quei pantaloni, li si incontrano quando si è piccoli. Quando fare quattro palleggi di fila è già un’impresa e si inizia a capire chi con quel pallone sa fare già qualcosa in più. Il primo borsone con il nome della squadra ben visibile, stampigliato in bianco, magari con il simbolo della società. La prima tuta di rappresentanza, con quei colori che rendevano fiero di indossarla. Anche se si finiva per incassare cinque gol a partita.

La taglia? Era l’ultimo dei pensieri. A qualcuno quella tuta calzava a pennello, quasi fosse stata cucita su misura. Ma c’era anche chi si era messo a fare a pugni con l’altezza fin da piccolo. Tanto che quei pantaloni finivano regolarmente sotto le scarpe e diventavano spugne ad ogni pozzanghera incontrata sul marciapiede. Ma nonostante tutto si tenevano stretti perché quella squadra non era semplicemente l’ultima squadra del quartiere, era molto di più.

Arrivava il momento di doverli affidare alla lavatrice nonostante si facesse di tutto per nascondere quelle macchie di fango, figlie di scivoloni al campetto dove l’erba era un ricordo. Lavaggio dopo lavaggio, centimetro dopo centimetro, quei pantaloni diventavano sempre più stretti. Cambiavano anche le squadre ed i colori ma la tuta era la costante di una vita piena di fin troppe variabili. Quando gli scaldamuscoli non bastavano più indossare quei pantaloni, ovviamente con sopra i calzettoni, significava bloccare anche il vento più gelido.

C’è un Kiraly in ognuno di noi anche quando arriva la domenica pomeriggio. La partita del pomeriggio ormai alle spalle come la polemica con l’arbitro o con chi ha detto “ti aspetto fuori”. L’ora dell’aperitivo, il momento di cenare al buffet anche per il giorno dopo e presentarsi alla tipa con mano e guance ben unte. Naturalmente la voglia di vestirsi è pari a zero ma i pantaloni della tuta sono lì, stropicciati sulla sedia della camera o finiti, chissà come, sotto il letto. A pochi passi dal borsone disfatto a metà.

Quasi fosse un riflesso incondizionato si indossano, abbinandoli al primo paio di scarpe trovate per case. Anche quelle disseminate in barba alla scarpiera del ripostiglio. Poco importa se hanno un buco all’altezza del ginocchio: i pantaloni della tuta sono sempre pronti. Sempre a disposizione di chi, quella tuta di rappresentanza, non l’ha mai abbandonata.

Articolo di: Nicolò Premoli

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