Il ricordo di quella palla sul tetto

Il ricordo di quella palla sul tetto

Le sfide nei campetti tra amici, le polemiche per un gol non assegnato, quei tiri a campanile e poi il momento peggiore: il pallone lanciato sul balcone dei vicini di casa.

Bastava un attimo. Una palla che rimbalzava a mezz’aria e quel collo pieno – con più di un pizzico di punta – che la faceva impennare verso le stelle. C’era chi chiedeva a gran voce il gol nonostante quella traversa disegnata nel cielo dal più basso del campetto fosse ben più in alto della traiettoria tracciata dal pallone. C’era anche chi minacciava di portare a casa il suo Adidas originale pagato a prezzo pieno e già scalfito dal manto tutt’altro che regolare e curato. Se non fosse che proprio quella sfera, calciata soltanto qualche istante prima, non si trovasse ora sopra un tetto. O magari nel balcone del vicino.

Ancora visibile, almeno in parte, ma dannatamente lontana. Là a qualche metro, ma irraggiungibile come una punizione battezzata nel sette. Ecco allora che la polemica per la rete non assegnata lasciava subito spazio ad un senso di smarrimento, di vuoto. Già ben prima di quella sensazione legata alla cotta molesta per la moretta della seconda fila e la scelta tra il “sì” ed il “no” davanti al bigliettino con la richiesta di fidanzamento.

Era proprio in quel momento che si delineavano le future carriere di tutti i presenti. C’era chi, da futuro ingegnere, si metteva alla ricerca di qualche strumento per creare una scala così superare indenne cancelli. C’era anche chi, giurista in erba, si chiedeva a quali conseguenze sarebbero andati incontro laddove avessero tentato di violare la proprietà privata del vicino. E poi c’era chi se ne fregava di altezze e violazioni della proprietà altrui. Chi non temeva di trovarsi faccia a faccia con il legittimo proprietario del balcone e soprattutto non aveva nemmeno la strizza di superare quei metri di altezza che separavano erba o cemento dal paradiso, dalla ripresa del gioco. Quello che davanti alla cruciale scelta del “chi va a prenderla?”, fregandosene delle consuetudini, era già con le mani sporche di terra sulla ringhiera pronto allo “scavalco”.

A volte però la situazione era più complessa: magari il balcone era quello del secondo piano. Era davvero incredibile pensare come quei palloni, tanto pesanti all’apparenza, potessero volare in alto. Quale potenza si nascondesse in un destro o in un sinistro di un ragazzino qualunque. Proprio in quel momento si apriva una partita ben più difficile di quella disputata fino al tragico tiro a campanile. La sfida al citofono del condominio. Nessun turno di ritorno per provare a mettere le cose a posto: una volta che quel dito pigiava il pulsante alla sinistra di qualche cognome il dado era tratto, il rigore calciato. Poteva finire sul palo quando dall’altra parte non arrivava nessuna risposta, in tribuna quando la voce più che metallica era tendente all’incazzato andante.

Ma succedeva anche che la voce fosse calma, tranquilla. Che quel portone si aprisse e che il cognome scelto fosse proprio quello del proprietario del balcone che teneva in ostaggio il prezioso Adidas. Si salivano le scale sfiorando i gradini con un passo leggero e con il timore di ricevere una dose di rimproveri. Poi la porta di casa si spalancava e l’inquilino era lì, sulla soglia pallone alla mano. Si faticava a proferire parola, si bofonchiavano un paio di scuse e si tornava in trionfo con il pallone riconquistato, strappato alla prigionia. Erano quelli i momenti in cui la tensione lasciava spazio alla partita. Quella vera. Fino al prossimo tiro alle stelle naturalmente, fino alla prossima recinzione scavalcata.

Articolo di: Nicolò Premoli

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