Sheva e quella rincorsa infinita

Sheva e quella rincorsa infinita

28 maggio 2003,

Del Piero ha appena segnato l’ultimo rigore per la Juventus, il risultato è di nuovo in pareggio, ma il Milan ha dalla sua ancora un tiro dal dischetto. “Se fa gol è finita”, urla Pellegatti.

Andriy non si vede, le telecamere mostrano ancora il rigore di Del Piero. Buffon e Dida si scambiano le posizioni, Shevchenko finalmente compare nell’inquadratura, dagli spalti si sente “SHEVA, SHEVA”, ripetuto da Pellegatti. L’ucraino sistema il pallone sul dischetto, cammina dando le spalle alla porta e poi si gira, lo sguardo è fisso su Buffon. Guarda una volta l’arbitro, poi di nuovo Buffon, poi ancora l’arbitro. Nel frattempo cambia espressione, come se qualcosa non stesse andando bene, gira un’altra volta la testa, ma sembra stia guardando il guardalinee o chissà chi, poi guarda di nuovo verso il direttore di gara. Sono pochi secondi, ma sembrano l’eternità. “Dai Andriy tira, che aspetti?” Sguardo di nuovo rivolto verso Buffon, e per l’ennesima volta verso l’arbitro, fa sì con la testa, ha finalmente ricevuto l’ok, è evidente che non ha sentito il fischio. Parte, la rincorsa è lunga, è fuori dall’area, ma arriva al pallone in un battito di ciglia, il corpo pende verso la sua sinistra, Buffon ci casca e si butta da quella parte, la palla finisce precisa e morbida dall’altra.

La corsa non si ferma, nemmeno il tempo di capire che il pallone è entrato, che l’usignolo di Kiev tira fuori la maglia dai pantaloncini, poi non fa più nulla, se non correre, correre verso Dida che lo sta aspettando. Gli salta addosso, si abbracciano, poi scende da quel colosso, fa finta di tirargli qualche pugno sul petto e cade per terra esausto. Dida non esita e gli si butta sopra all’istante, poi arrivano gli altri e la festa può iniziare.

La serata più bella in rossonero per l’ucraino, deliziata dal suo rigore decisivo. Arriverà il Pallone d’Oro e il campionato l’annata successiva. Il numero 7 conoscerà anche l’altra parte della medaglia, in quella maledetta sera di Istanbul. Stessa scena, stessa maglia, stesso momento della partita. Ultimo rigore, ancora una volta decisivo, questa volta le cose vanno verso una direzione completamente opposta a due anni prima. Il tiro è brutto, Dudek la para, la sua rincorsa si ferma e a correre per festeggiare sono gli altri. Il peggior momento per la sua carriera arriva dopo, sta tutto nella decisione di lasciare Milano e la maglia rossonera, i soldi e la lingua inglese, vincono sulle ragioni del cuore. Non sarà mai più Sheva, se ne andrà salutando tutti in curva. Poi ritornerà, perché gli amori ritornano, ma le minestre riscaldate non sono buone. Sarà ancora Shevchenko con la maglia del diavolo, ma si capisce che non è la stessa cosa dal numero, il 76. No, non può funzionare e non funzionerà.

Associo i numeri ai calciatori del mio Milan, il 7 sarà sempre Shevchenko. L’usignolo di Kiev, il ragazzo timido dalla faccia pulita. Il professionista che si allenava dopo che gli altri avevano finito, l’attaccante difficile da descrivere che si prendeva gioco delle difese avversarie. Sarà per sempre quello sguardo, che in quella sera di Manchester non vedeva l’ora di tirare il rigore e andare ad esultare.

“Se fa gol è finita”, certo che fa gol, certo che lo fa.

 

Gezim Qadraku

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