La storia (più o meno reale…) di ZLATAN IBRAHIMOVIC

La storia (più o meno reale…) di ZLATAN IBRAHIMOVIC

Zlatan Ibrahimovic è svedese nativo di Malmo, ma l’unico contatto con la Svezia l’ha avuto quando da piccolo i suoi genitori l’hanno portato una domenica pomeri…

Zlatan Ibrahimovic è svedese nativo di Malmö, ma l’unico contatto con la Svezia l’ha avuto quando da piccolo i suoi genitori l’hanno portato una domenica pomeriggio all’Ikea e lui abbandonato nell’area bambini ha fatto la doccia a tutti i suoi coetanei a suon di sputi. In quel preciso istante ha scoperto anche la sua prima passione: quella per il taekwondo esercitato per la prima volta contro un coetaneo che gli aveva chiesto lui chi fosse. 

Cresce nelle giovanili dell’FBK Balkan, società di Malmö fondata da stranieri provenienti principalmente dalle zone balcaniche; Ibra si sentiva a casa. A 14 anni passa prima squadra della città di Malmo in cui si fa le ossa oltre che a spezzarle, debuttando tra i “grandi” nel 1999. Quando ancora non era un calciatore affermato, lavorava in un ristorante di Malmo come sparecchiatore ai tavoli. Gli bastava dire di no. 

Nel 2001 si trasferisce in Olanda per vestire la gloriosa maglia dell’Ajax e da subito si mette in mostra guadagnandosi l’appellativo di “nuovo Van Basten”. Paragone che inizialmente sembrava calzargli come quello di “nuovo Weah” ad Emeghara. Leggende dicono che all’entrata negli spogliatoi il ventenne Ibra si sia presentato in punta di piedi: “Io sono Zlatan, voi chi cazzo siete?” conquistando immediatamente la simpatia di tutti. In particolare dello scapestrato egiziano Mido con il quale condivide da subito la passione per le gare illegali in auto sulle autostrade olandesi. 

Nel 2004 si fa conoscere agli italiani per un gol di tacco agli Europei sul quale il Bobone nazionale saltò meno di una gazzetta. Ibra-Dio fu dunque l’involontaria causa scatenante della conferenza epica di Vieri “Sono più uomo io di tutti voi messi insieme”. Lo stesso anno, un personaggio con pochi capelli e una parlata che farebbe addormentare anche uno che si è appena bevuto 2 litri di naturale con dentro una vagonata di MD, gli regala una scheda telefonica dicendogli “Eggo gua, io mi ghiamo Lugiano, usa guesta sgheda ber ghiamarmi e di porderò nella gloriosa Juvendus”. Ibra oltre a telefonare il signor Lugiano, ne approfitta per chiamare mignotte di mezza Europa.

Alla Juve parte come riserva dei mostri sacri Del Piero e Trezeguet, ma ci mette poco per guadagnare la fiducia del sergente Fabio Capello e la simpatia dei suoi nuovi tifosi: “La Juventus, si chiama così giusto?, è la squadra in cui vorrebbe giocare chiunque”. Nel periodo bianconero si ricorda l’intensa amicizia stretta con Zebina: affetto e stima che Zlatan vorrà direttamente tatuare sull’occhio del francese. Due anni, due scudetti “sul campo”, e poi scoppia Calciopoli (con la Juve in B ) per colpa di quello stesso personaggio con pochi capelli e parlata soporifera. Il suo agente, il pizzaiolo affarista Mino Raiola, riesce a strappare un bel popò di contratto al “tirchio” Moratti e Ibra sbarca a Milano nell’odiatissima Inter lasciando un bel ricordo ai tifosi juventini. “Sono da sempre tifoso dell’Inter, il mio idolo era Ronaldo”. 

E’ l’Inter di Mancini, l’Inter dei record e Ibra ne è il leader: si diverte a segnare in tutti i modi: di tacco, di testa, di piede, su rigore, di culo e di naso. Inoltre lo svedesone comincia ad inanellare una serie infinita di eliminazioni dalla Champions, tutte da mettere nel palmares. E’ il 2009 quando dopo 3 scudetti e altrettante eliminazioni premature in Champions, il presidente Moratti decide di scegliere quel “simpatico” (cit.) di Mourinho al posto di Bobby-Gol Mancini. Tra Ibra e Mou è subito amore: “Ero pronto a morire per Mou”, rivelerà in futuro Zlatan. Gli interisti, magicamente diventati politeisti (credere nel Dio svedese e nel Dio portoghese era impensabile, ma diventò possibile), vivono un’altra annata di gioia con l’ennesimo scudetto. Annata però che vede Ibra uscire ancora una volta prematuramente agli ottavi contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Il vino che Mou trinca a canna con l’amico scozzese nel post partita, fa partorire un’idea al tecnico portoghese in hangover: cedere Ibra in estate e rifare la squadra. Va così, il simpatico Mino Raiola strappa il contratto della vita alla squadra più forte del momento: il Barcellona. Ibra diventa blaugrana, ciao ciao Italia, tassazione al minimo, stipendio alle stelle. E giocare con Messi, Xavi, Iniesta è meglio che farlo con Maniche con tutto (il poco) rispetto. Ah, all’Inter come parziale contropartita arriva un certo Eto’o, giocatore irrimediabilmente sul viale del tramonto. E poi Milito, Lucio, Sneijder…

”Sono andato via dall’Inter perché non avrei mai potuto vincere la Champions, il Barcellona è la squadra più forte del mondo”. Zlatan con umiltà decide di non dare seguito alle sue parole e di scendere sulla terra: troppo facile per Dio giocare con la squadra più forte del mondo. Allora si scontra col “filosofo” Guardiola, non lega con quel nanetto che vuole sempre la palla “Chi cazzo ti credi di essere, me?” (pensiero di Zlatan). Di Guardiola dirà: “E’ un uomo senza palle. Aveva una Ferrari (lui) e mi ha trattato come una Fiat”. Detto che Marchionne avrà apprezzato, sicuramente anche lo svedese e Guardiola si saranno scambiati regali a Natale. Ah quell’anno l’Inter, la sua ex squadra, fa il “triplete” e vince la Champions. 

Ibra saluta la Spagna e torna in Italia: sempre per rimanere simpatico a tutti decide di farlo nell’altra sponda di Milano: il Milan. “Non esiste un’altra squadra con la storia del Milan”. Non è chiara la sua valutazione: chi dice 20 milioni, chi dice in azioni della Mediaset…nemmeno è chiaro lo stipendio che lo svedese percepirà in rossonero: chi dice che la differenza verrà colmata con il numero di diverse olgettine ospiti nelle eleganti cene di Arcore, chi crede invece nei buoni pasto dati a Raiola e negli sconti dal parrucchiere di Galliani e dall’estetista di Mexes…Ibra lega subito con Ronaldinho e Robinho (un po’ meno con quello che si fa la figlia del Pres) e porta al successo il Milan. Ha una leggera divergenza, un parere lievemente differente da quello del piccolo Onyewu riguardo ad una discussione sul “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” durante una partitella in famiglia. Evidentemente fautore della teoria tolomaica-aristotelica, lo svedese non accetta le provocazioni dell’americano mancato rugbista/pugile e i due vengono alle mani. Ci vorrà l’intervento delle forze speciali della Nato per dividerli. Ma è una parentesi di una stagione felice: è ancora lui il più forte in Italia. Dove va, vince scudetti. Dall’Ajax, alla Juve, all’Inter, al Barça e anche al Milan. Un collezionista, non solo di ossa degli avversari. Fino a quando un uomo che non è Dio, ma è riuscito nell’incredibile miracolo di moltiplicare i suoi capelli, gli mette i bastoni tra le ruote. 

Antonio Conte plasma la Juve a sua immagine e somiglianza e riesce in altri due miracoli: togliere per pochi centesimi di secondo la vista all’intera quaterna arbitrale di Milan-Juve e strappare lo scudetto alla favoritissima squadra di Allegri e Dio. Per Ibra è uno smacco, ma non ha tempo per rifarsi almeno in Italia: il fido agente Raiola lo consola con il contratto più ricco della sua carriera e lo porta nella capitale della Francia: Parigi. Se è vero che Parigi val bene una messa, Dio non può non giocare nel Paris Saint Germain per renderla la squadra più forte del mondo. 

“Non mi serve il Pallone d’Oro per sapere di essere il migliore al Mondo”, “Il Mondiale senza di me non ha senso, si può benissimo non guardare” sono le pillole di umiltà lanciate nell’ultima annata.

Restiamo in attesa della prossima parabola e dei nuovi comandamenti. Parola di Zlatan.
 

Admin Riccardo in collaborazione con Raffaele de “La Giornata Tipo”

 
 

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