La partita nella nebbia

La partita nella nebbia

Metti un pomeriggio come tanti. Il weekend è lì ad un passo ma studio e lavoro ancora chiamano a gran voce. Venerdì è soltanto «domani» ma ancora non si vede, non si materializza nonostante sia proprio lì, dietro l’angolo. Non si vede come quella strada che si percorre ogni mattina attraversando campagne e paeselli dove l’unica attrazione conosciuta sono gli autovelox.

In Pianura Padana gira così: quando c’è nebbia, c’è nebbia sul serio. Roba che a volte non si vede nemmeno la strada ed azzeccare l’uscita giusta della rotonda richiede almeno un giro a vuoto se non si conosce bene la rotta. I fendinebbia? Servono, certo. Ma non sono abbastanza.

Come i riflettori dello stadio. Giovedì 3 dicembre, Coppa Italia. In scena Carpi-Vicenza. Naturalmente nella nebbia che proprio non ne vuole sapere di alzarsi da Modena. Da quel Braglia che pare essere proprio il posto ideale per accoglierla. Un po’ come il tennis club dove Fantozzi e Filini fanno a pezzi qualche vetrata prima di (non) vedere la pallina. Eppure quella nebbia, facendo un passo indietro di almeno settant’anni ed un rapido cambio di latitudine, fu protagonista assoluta di una partita del tutto indimenticabile.

Scozia, 1940. Primo gennaio. La guerra è iniziata da quattro mesi e la Germania si sta preparando ad invadere la Francia. Ad Edinburgo però per novanta minuti si prova a pensare ad altro: si cerca di rispondere a quel dubbio dei tempi moderni che attanaglia intere compagnie, a quel «cosa fai a Capodanno?». La risposta per i tifosi di Hibernian e Hearts è scontata: quel pomeriggio c’è il derby. Gorgie contro Leith, Jambos contro Hibs. Perché il calcio scozzese non è tutto Old Firm, non è retaggio soltanto di Rangers e Celtic a Glasgow.

Hibernian e Hearts sono pronte per scendere in campo all’Easter Road mentre il commentatore della BBC Bob Kingsley si prepara a raccontare la partita alla radio, una radiocronaca trasmessa al paese ed all’esercito britannico di stanza all’estero.

C’è solo un piccolo particolare: quello che nella Bassa Padana prende il nome di «nebbione», molto peggio di quello del giovedì di Modena. Kingsley riesce malapena a scorgere l’esterno destro dell’Hibernian Gilmartin ed il terzino sinistro amaranto Donaldson. Pensare di citare la nebbia però significherebbe siglare un clamoroso autogol: non c’è solo il Regno Unito in ascolto ma anche la Luftwaffe. A caccia di informazioni meteorologiche per i suoi bombardieri.

Kingsley fatica a vedere il campo, organizza quindi un ingegnoso sistema di staffette che corrono avanti e indietro dal campo per raccontare le azioni. Gli stessi giocatori faticano a trovarsi sul campo: alla radio va in scena una partita epica. Occasioni, salvataggi ed azioni clamorose frutto non della fantasia dei giocatori in campo ma dello stesso Kingsley che racconta un derby destinato a restare nella storia. C’è spazio anche per un’invasione di campo di uno spettatore semplicemente desideroso di vederci più chiaro in quella nebbia cui stava per unirsi pure l’oscurità della sera.

Finirà 6-5 per gli Hearts. Almeno dopo novanta minuti. Perché Kingsley, ignaro del triplice fischio finale, proseguirà nella sua cronaca per almeno quindici minuti mentre l’ala degli Hearts Donaldson continuerà a correre alla disperata ricerca dei compagni già rientrati negli spogliatoi.

Finirà con undici gol. Undici reti di cui nessuno riuscirà a tracciare anche una seppur semplice dinamica. Quel Capodanno la fantascienza si fonde con il calcio, la nebbia viene bucata non da riflettori e palloni sgargianti. Ma da quella fantasia che per un giorno tenne lontani gli aerei tedeschi.

Articolo di: Nicolò Premoli

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