Cagliari, il club delle rivincite

Ci sono storie che vale la pena raccontare. E ci sono luoghi dove queste storie risiedono più facilmente.

Il Cagliari dopo 12 partite vivacchia nella parte medio-alta della classifica di Serie A a buona distanza dal calderone pericoloso. Il merito di questo? Sì ovviamente la presenza in rosa del talismano Padoin, ma non solo… Dietro a grandi successi di squadra (più che a questa stagione, ci riferiamo ovviamente alla promozione in A dello scorso anno) ci sono sempre grandi uomini.

La storia di Fabio Pisacane è da romanzo. Un’infanzia difficile nei Quartieri Spagnoli tra le faide della camorra. “Da bambino giocavo a pallone per strada e vedevo la gente ammazzata intorno a me. Sono nato nell’86 e a cavallo tra il ’90 e il ’96 c’è stata la più grossa faida della camorra nella zona. Un morto sparata al giorno.”. Pisacane però, in un’intervista a Sportweek, non rinnega le origini: “Qualche cicatrice me la porto ancora, ma anche un ragazzo dei Quartieri Spagnoli può migliorare, crescere, fare discorsi, imparare a stare con gli altri. Io ho fatto tutto da solo: leggendo, studiando.”. Oggi Fabio nel difficile quartiere del napoletano ha creato un’associazione di volontariato, la Pisadog. Aiuta i ragazzi dotati a cercare una scuola calcio.

Pisacane è diventato anche un simbolo della lotta alla corruzione. L’aneddoto che lo vide protagonista in positivo risale a cinque anni fa: “Il direttore sportivo del Ravenna Buffone mi offrì 50 mila euro per vendermi la partita della sua squadra contro il mio Lumezzane. Credo sia venuto da me perché mi avrà giudicato per il mio aspetto, la mia faccia, la mia camminata un po’ spavalda. Lui ora lo hanno condannato” e prosegue sempre su Sportweek  “Il fatto che un ragazzo che proviene dai vicoli abbia rifiutato a tutti quei soldi per vendersi una partita, è la dimostrazione che nascere poveri non significa nascere delinquenti. Se avessi accettato quei soldi, e Dio sa quanto ne avevo bisogno, avrei però rinnegato la mia famiglia, i miei valori, me stesso. Ho fatto la fame, ma nella fame si cresce e si acquista dignità”. Fabio non si considera però un eroe: “Quelli sono Falcone e Borsellino.”

Poi l’altro momento drammatico che ha segnato la sua vita. La malattia di Guillain-Barré. Un giorno un medico della prima squadra del Genoa mi visitò e mi chiese di provare a correre. Mio padre Andrea, 58 anni e venditore ambulante da una vita, gli rispose per me: “Ha provato a farlo prima ma dopo 10 metri è caduto a terra come un sacco di patate”. Il responso fu proprio la sindrome di sopra. Un’infiammazione del sistema nervoso che attacca tutto il corpo fino agli occhi. “Per fortuna almeno quelli non furono colpiti, ma per il resto ero immobilizzato fino alle dita dei piedi. Entrai in ospedale il 9 settembre e ne uscii il 18 dicembre. Il 23 ottobre mi spostarono in rianimazione perché la malattia aveva preso i polmoni e facevo fatica ad espellere il muco che li ostruiva. Ho fatto anche 20 giorni di coma. Mio padre mi promise: ‘O di qua ne usciamo insieme o non ne esce nessuno dei due’. Probabilmente se non ce l’avessi fatta, si sarebbe buttato di sotto”. Poi finalmente la luce, nel vero senso della parola, dopo mesi difficili: “Facevo una specie di dialisi, sei ore al giorno sotto una macchina che faceva bum-bum-bum. Per tutto il periodo di ricovero volli stare al buio. Una mattina però mi svegliai e dissi a mio padre: ‘Apri la persiana’. Ero guarito”.

Anche Federico Melchiorri è a suo modo un emblema del famoso detto “mai mollare”. Non ha atteso come Pisacane la soglia dei 30 anni per esordire in Serie A.  Il 20 dicembre 2006 assaporò il gusto della massima serie con la maglietta del Siena nel derby contro l’Empoli. Ma per trovare spazio e giocare con continuità, Federico scelse di andare a giocare in Lega Pro. La Sambenedettese lo tessera ma poi lo gira in prestito prima al Giulianova e poi al Poggibonsi. Qualcosa però non va e la carriera di Melchiorri non svolta. Nella stagione 2009/10 di ritorno al Giulianova, gli viene diagnosticato un cavernoma venoso (un attorcigliamento dei vasi sanguigni del cranio). Qualcosa di molto simile a quello che ha avuto in seguito il difensore Castan. Federico con umiltà riparte dalle serie minori, insomma riparte con la gavetta. Segna caterve di gol con le magliette del Tolentino e della Maceratese (squadra della sua città). Ritorna ad affacciarsi ai campionati professionistici grazie al Padova che punta su di lui. Il 23 giugno 2015, dopo un’ottima parentesi al Pescara, viene tesserato dal neo-retrocesso Cagliari a titolo definitivo. Con i rossoblu si infortuna gravemente al crociato anteriore del ginocchio destro il 1° aprile di quest’anno: un pessimo scherzo del destino. Fino a quel momento Melchiorri aveva contribuito con le sue otto reti a trascinare il Cagliari verso la promozione in Serie A. Sarebbe stato crudele dover dire ancora addio alla massimo campionato così… Ma Federico è uno tosto, il club gli da’ fiducia e lui recupera a ritmo di record: il 26 settembre 2016, entra e segna il gol decisivo del 2-1 contro la Sampdoria alla seconda in assoluto in Serie A. E qualche settimana dopo, Melchiorri è decisivo persino nella Scala del Calcio (San Siro) contro l’Inter. Una favola a lieto fine.

Anche il capitano Dessena lo scorso anno ha passato momenti poco felici. Il grave infortunio di circa un anno fa (il 28 novembre 2015) subito nello scontro con il bresciano Coly, nel quale riporta la frattura di tibia e perone, oggi è un lontano ricordo. Da capitano dietro le quinte, aiuta i compagni nella promozione in A, anche se soffre a non poter dare una mano in campo. Partecipa simbolicamente alla festa il 14 maggio contro la Salernitana: entra pochi minuti ma è visibilmente ancora fuori condizione. Un infortunio così grave alla soglia dei 30 anni (Daniele è un classe ’87), può incidere in modo pesante sulla carriera. Invece Dessena si allena duramente d’estate e torna a guidare i rossoblu da capitano in questa nuova esperienza in Serie A. Il 31 ottobre 2016, Dessena torna titolare e sblocca la partita contro il Palermo con un gran destro al volo. La sua corsa nell’esultanza è commovente, così come lo saranno le sue lacrime. Si ripeterà dopo segnando addirittura una doppietta. “E’ stato un anno lunghissimo. Il calcio è il mio divertimento e quando ti manca il divertimento piangi come un bambino. Sono stato aiutato da molte persone: dai miei compagni, all’allenatore, dal presidente, a questi splendidi tifosi… e infine dai miei genitori e mio figlio. E’ inspiegabile”.

Cagliari, dove risiedono le favole più belle da raccontare.

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