Cristiano, le tue lacrime mi hanno convinto

L’altra sera ho seguito, come milioni di telespettatori, la finale di Euro2016 tra Francia e Portogallo. I lusitani sono riusciti a portare a termine la sfangata perfetta: memori della finale persa a sorpresa tra le mura di casa contro la cenerentola Grecia… stavolta la squadra, sulla carta sfavorita, ha piazzato il colpo vincente (Eder) durante i minuti supplementari.

La stella della selezione portoghese, anzi la stella della finalissima (e probabilmente dell’intera manifestazione), ha giocato di fatto soltanto sei minuti. Il tempo di ricevere una forte botta al ginocchio da Payet e il sogno di Cristiano Ronaldo si è infranto. Pareva l’inizio di una serata funesta.

Lo confesso, sono un “messiano”. Quando vedo l’argentino del Barcellona scorrazzare per l’intero campo, con quei passettini brevi, quell’incedere apparentemente incerto ma a tratti letale, quel sinistro telecomandato che a volte scorge sentieri inesplorati… quando vedo Messi, mi riconcilio col calcio. Lo trovo più umano, non costruito in un laboratorio o in una palestra moderna. Il talento è quello, purissimo, certificato. Messi non ha la personalità di Maradona e di tanti altri fenomeni del pallone, quello è il suo grandissimo limite. Forse quello che non gli permetterà di essere riconosciuto un giorno come il più grande di tutti. E se è per questo, non ha nemmeno la personalità della sua nemesi portoghese Cristiano.

Cristiano nasce con meno talento (attenzione voi che leggete, intendo dire appena sotto il livello sovrumano). Cristiano è uno stakanovista, uno che non si accontenta mai. Uno che in carriera ha allenato i suoi limiti, si è spinto con tutta la sua forza sempre verso un nuovo obiettivo. Non gli è bastato essere il miglior giovane portoghese, non gli è bastato diventare il nuovo 7 del Manchester United (fatevi dire all’Old Trafford cosa significhi quel numero), non gli è servito nemmeno essere il calciatore più pagato della storia. Ronaldo non si è mai seduto sugli allori, Ronaldo ha voluto sempre essere il migliore. Non il più forte dei contemporanei, il più forte di sempre.

Con la grandissima forza di volontà (quella che per esempio lo ha tenuto fuori da cattive compagnie e dal nemico numero uno di suo padre, l’alcool) è migliorato fino a diventare il più grande di tutti. Fino quasi ad offuscare con quel nome già scomodo, il Fenomeno brasiliano che lo ha preceduto di una decade. Cristiano ha stupito tutti e stavolta mi ha convinto.

Oggi nemmeno il più grande detrattore e bastian contrario del globo, si pul sognare di obiettare qualcosa sulla forza di Cristiano. Ma ammetto che fino all’altro giorno ho sempre dubitato della “persona”. Anche qui prendete con le pinze quello che sto per scrivere. Il personaggio CR7 mi è parso sempre come un “robot”. Attento quasi maniacale nei particolari come alla cura del suo corpo, come nella costruzione dei suoi addominali e del suo fisico in generale. A volte le sue scene, comunque toccanti, degli abbracci ai bambini e delle foto con i fan invasori, mi sono sembrate uscite da film, in cui per forza bisogna apparire i buoni.

L’altra sera ho visto Ronaldo piangere lacrime vere per l’infortunio che lo ha messo troppo presto fuori dai giochi. L’ho visto provare l’impossibile, farsi fasciare stretto e tentare (a rischio di compromettere una carriera), l’impossibile per non abbandonare i propri compagni. Cristiano sapeva di essere l’uomo faro del Portogallo. La luce della squadra di Santos. Sapeva che i compagni si sarebbero affidati a lui, per la sua esperienza, l’abitudine a giocare certe gare e a sopportare certe critiche. Ronaldo non voleva abbandonare i suoi. E non l’ha fatto, nemmeno per un minuto. E’ uscito dal campo e come il più passionale dei tifosi, ci ha messo grinta ed energia positiva per dirigere i suoi, quasi da allenatore. Li ha spronati, li ha tranquillizzati, li ha consigliati. A tratti è sembrato la miglior versione di Antonio Conte.

E ha pianto, di nuovo. Stavolta lacrime di gioia, al gol di Eder e al fischio finale. Lacrime genuine di un campione che si è visto passare per l’ennesima volta davanti un’occasione d’oro, ma poi alla fine ce l’ha fatta. Ed ha trionfato ancora una volta, in modo diverso, da protagonista.

Lui come Ronaldo il Fenomeno: quel finale triste e drammatico al St. Denis di Parigi li avrebbe accomunati. E invece no, stavolta a Ronaldo il portoghese è girata bene. E il passaggio dalle lacrime di disperazione e rabbia a quelle di gioia e felicità non è mai stato così breve.

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