Dieci modi per essere Alessandro Del Piero

Il 13 maggio del 2012 Del Piero giocava l’ultima partita con la Juventus. Il giorno del suo addio è tra le pagine più emozionanti della storia del calcio mondiale.

Non basta un articolo per spiegare Alessandro Del Piero. Non basterebbe un film, un romanzo e forse nemmeno una trilogia.

Alessandro Del Piero è un’icona del calcio italiano, molto più che un semplice beniamino per la stragrande maggioranza di tifosi juventini e non. Perché Del Piero non è stato solo il simbolo della Juve.

Una carriera cinematografica la sua: un’ascesa precoce, uno status di fuoriclasse di livello mondiale raggiunto in poche stagioni. La sua immagine al pari di quella di Ronaldo il Fenomeno, di Zidane, di Raul. Lui, poco più che ventenne, capace di non far rimpiangere uno dei migliori atleti della storia del calcio italiano, Roberto Baggio (fresco Pallone d’Oro). Capace di incantare mezza Europa con perle che rimarranno nei libri di storia sotto la voce di “gol alla Del Piero”. Capace di salire sul tetto del Mondo, di alzare da protagonista la Coppa Intercontinentale.

Poi il crack sul più bello. L’infortunio al crociato. Una lenta e dolorosa riabilitazione. I dubbi sul suo ritorno. Gli scetticismi. Mentre la sua Juve sprofonda.

Ale invece torna ma fa fatica. Molta fatica. L’Avvocato, che lo aveva affettuosamente accostato al pittore Pinturicchio, lo sprona e come tutti attende il suo “vero” ritorno. Aspettando Godot…

Ale torna davvero. Vince uno scudetto insperato del 2002. Torna tra i protagonisti in Europa con la sua Juve, della quale diventa capitano e che, di fatto, prende per mano.

Poi il trionfo più bello. Quello indimenticabile con la maglia azzurra. Un film nel film: Ale ha sempre avuto un rapporto controverso con i colori della Nazionale. Un amore dichiarato, urlato al mondo, ma anche troppo sofferto. Ale avrebbe voluto dare di più, avrebbe voluto dare tutto ma prima del 2006 non ci riuscì. Come nel ’98 (anche in quei Mondiali era infortunato), poi nel 2000 durante la drammatica finale europea persa contro la Francia della quale si dichiarò “responsabile”; nel 2002 invece scalò le gerarchie giusto in tempo per la crudele sconfitta contro la Corea. Il 2006 fu così una liberazione: Del Piero mise il suo nome in un’altra leggendaria sfida tra Italia-Germania, con quella rincorsa da centometrista e quel tocco lieve e preciso sul palo lontano. Alla Del Piero appunto. Un orgasmo. Poi il rigore contro la nemesi di 6 anni prima, Fabien Barthez e la Francia. Campione del Mondo. Un altro passo enorme nel cuore degli italiani.

Nel cuore degli juventini, se mai ce ne fosse bisogno, vi entra definitivamente con Buffon, Nedved, Trezeguet e Camoranesi scendendo in Serie B dopo Calciopoli. Lui campione del Mondo, lui “il cavaliere che non abbandona la propria Signora”. Capocannoniere di B, l’anno seguente capocannoniere pure in Serie A. Del Piero è affamato, vuole riprendersi quello che gli è stato tolto. Sono anni in cui la sua luce torna a brillare, nonostante la squadra non sia poi un granché. Non sono più i tempi di Lippi e Capello, di Thuram e Cannavaro, di Vieira e Ibrahimovic. La Juve fa fatica a ritornare ai vertici. Lui però brilla ancora di luce propria in alcune serate di gala come ad esempio al Bernabeu in Champions. Il tributo dello stadio più famoso del Mondo, dopo una partita stratosferica condita da una doppietta, è la ciliegina su una carriera strepitosa.

Del Piero chiude la sua immensa carriera tornando a vincere. Un verbo che ha imparato a declinare correttamente, un fluido che scorre nel suo DNA da vincente. Torna ad alzare dopo anni il trofeo del campionato di Serie A. Lo fa nella stagione più chiacchierata, quella del suo mancato rinnovo. Ale lascia la Vecchia Signora, ma porta via con sé il cuore di milioni di tifosi e di sportivi in generale.

Non sarà stato facile essere Del Piero. Non è facile diventare come lui.

  • Bisogna mostrare lealtà verso i colori e la storia di una maglia, come hanno fatto anche Maldini, Zanetti, Totti tra gli altri.
  • Bisogna avere rispetto per gli avversari e aiutare e dare l’esempio ai propri compagni. Come in carriera ha dimostrato più di una volta, con Palladino per esempio.
  • Non bisogna cadere nelle provocazioni o scendere di livello anche se la competizione è serrata. Vero Cufré?
  • Bisogna girare l’Europa ad insegnare qualcosa di nuovo: disegnare perle irripetibili e continuare a ripeterle, come fanno i maestri con gli alunni disattenti. Come i “gol alla Del Piero”.
  • Bisogna avere l’umiltà di ripartire dal basso, anche nel momento più alto di una carriera. Bisogna farlo per gratitudine e amore dei propri tifosi. Scendere in Serie B nell’anno del Mondiale è qualcosa che ti fa entrare di diritto nella porta principale dell’affetto eterno.
  • Bisogna vincere. Del Piero l’ha fatto. Ha vinto tutto, non gli è sfuggita neppure una coppa. Qualcuno ha vinto di più ma è incompleto a livello di Nazionale ad esempio. Gli è mancato l’alloro personale? Certo, ma quel Pallone d’Oro di Sammer è nell’immaginario collettivo uno “scippo” al talento più splendente del momento.
  • Bisogna cadere per poi rialzarsi, più forti. Del Piero ha dimostrato di essere unico in questo. Molti avrebbero mollato se avessero subito i suoi infortuni, le critiche e l’attenzione mediatica che ha subito lui. Tanti i bassi, ma ancora più gloriosi i picchi. In stile Napoleonico, solo con lieto fine.
  • Bisogna amare e onorare la maglia della nazionale. Del Piero l’ha fatto. Non ha scelto di ritirarsi per dare spazio al club. Ha lasciato che il tempo scegliesse per lui: “se serve sono disponibile”. Anche i successi alla fine fanno da contraltare ai flop.
  • Bisogna essere amati trasversalmente. Chi non ama Del Piero? Non c’è anti-juventinità che tenga. E’ certamente uno dei simboli in positivo della storia italiana del pallone. E non solo, icona anche all’estero (in Asia, in America). Del Piero, un idolo di tutti.
  • Infine bisogna chiudere la carriera come ha fatto lui. La cosa più difficile: una standing ovation che dura metà partita. Uno stadio che si ferma, che non guarda più i 22 in campo. Gente che piange, gente disperata. Lui che si alza per salutare, come un re. Ma non basta Ale, vogliono di più. Vogliono il tuo giro di campo, vogliono tutti battere le mani per te. Lo stesso giorno torni ad alzare al cielo una Coppa. Il finale più commovente di sempre.

Nel video-dedica abbiamo inserito tutto questo.

Non sarà stato facile essere Del Piero. E infatti ce n’è stato solo uno.

 

 

 

 

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