Gigi a confronto: quando gli anni sono solo un numero

Ventun’anni e migliaia di parate di differenza: sabato sera passato, presente e futuro saranno ad un centinaio di metri di distanza.

Il 29 ottobre del 1997 a Mosca stava nevicando. Cose che capitano a certe latitudini. Alle 18:00 italiane era iniziata una sfida in vista del Mondiale di Francia, lo spareggio tra Russia e Italia. C’era pure il videogioco dedicato alle qualificazioni, Road to Francia ’98, con Paolo Maldini in copertina nella versione italiana. Se il difensore azzurro quella sera era in campo c’era chi stava assistendo alla partita dalla panchina. Difficile che un secondo portiere – all’epoca con ancora il 12 stampato sulla schiena – possa entrare in campo, soprattutto se ci si gioca qualcosa di importante. A meno di infortuni seri del titolare.

Quella sera il titolare era un certo Gianluca Pagliuca. Al trentaduesimo minuto il numero uno però deve abbandonare il campo. Non riesce a proseguire: il ginocchio fa male, la rotula ha qualcosa che non va. Maldini, questa volta Cesare, si gira verso la panchina e chiama il numero 12. Gli dice di scaldarsi in un clima dove sarebbe servito qualche mese per entrare nella giusta temperatura. Quel dodici era un certo Gianluigi Buffon.

Sono passati diciannove anni da quella serata di Mosca. Il dodici non va più di moda, la Play Station è giunta ormai alla sua quinta versione. Ne cambiano di cose in diciannove anni, eccome se ne cambiano. Gianluigi Buffon però non cambia, non cambia proprio mai. Il tempo sembra quasi aver stretto un patto con lui: finché i guantoni reggono difendi quella porta. Della Juventus o della Nazionale, senza differenza. Con la paratona che può valere tre punti e con quella bestemmia che scatta quando lui o i compagni della difesa sbagliano qualcosa.

In diciannove anni ne cambiano di cose. E di giocatori se ne vedono passare. Tra bidoni, meteore e «nuovi (aggiungere un nome a caso)» sbandierati a destra e a manca. Se ne vedono passare tante anche di serate. Come quella del primo settembre del 2016, poco più di un mesetto fa. In televisione c’é Italia-Francia, un’amichevole ma non troppo, di quelle che gli azzurri giocano con il freno a mano tirato scatenando facili ironie da tastiera. In porta c’è Gianluigi Buffon, in panchina il suo secondo. Un ragazzo giovanissimo che porta il suo stesso nome e in tasca non ha nemmeno la patente.

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