Io che scoprii Pellé…

Lo ricordo quando giocava nel Lecce. All’epoca ero ancora un giovane ed accanito fan di Football Manager: sognavo di portare il Brunei al Mondiale, il Fiorenzuola in Champions League. Magari con qualche giovane trovato per caso in Madagascar.

Mi ricordo di Pellè, eccome se mi ricordo. Correva l’edizione 2003/04 di Championship Manager, la prima con la visuale dall’alto del campo. I giocatori erano piccoli cerchi con due pixel al posto degli scarpini ma poco mi interessava. Vedere il pallone, un altro pixel giallo, prendere le direzioni più mirabolanti ed assurde mi riempiva di gioia. Quando finiva in porta dopo una punizione dal limite o con una cannonata da breve distanza per più di qualche attimo dimenticavo del mio quattro punto cinque in matematica. Roba che la media voto di Brechet all’Inter era più alta.

Sarà stato il cognome o l’accostamento tra giallo e rosso del Lecce che me lo faceva apparire irresistibile. Ma iniziai a sbavare dietro a quella punta centrale che nel mondo reale faceva una fatica incredibile a spingerla dentro. Era diventato un chiodo fisso come Aghahowa un paio di anni prima o Dall’Acqua, un altro di quegli attaccanti che si piazzava in area a dirigere il traffico di palloni dalle fasce.

Non ricordo come o quando riuscii a portarmelo a casa, probabilmente feci il furbo assumendo il controllo del Lecce ed acquistandolo per dieci panettoni. Ma divenne il nome fisso del mio attacco. Il suo cerchio con il nove stampato all’interno però con quel pixel giallo aveva un rapporto difficile, difficilissimo. La palla gli arrivava dalle fasce ma lui preferiva appoggiarla ad un compagno che però era da un’altra parte, era tutto tranne che pronto a cogliere il suggerimento di Pellé. Che non segnava ma faceva segnare, ogni tanto, senza esagerare. Di testa erano tutte sue ma pareva che non gli piacesse direzionare la palla verso i due pali.

Pensavo di aver portato a casa un nuovo Ronaldo, mi ritrovai con un mezzo bidone. Quando segnava era festa grande, un po’ come quando portavo a casa la sufficienza nei compiti in classe di geometria. Ma il suo nome mi restò impresso. Tanto che quando iniziò a segnare a profusione in Olanda quasi mi sentii in dovere di mandarlo a quel paese vista la fatica che faceva a spingerla dentro in un videogioco. Ora che è sulla via della Cina ripenso ai pomeriggi passati a maledire quel cerchio che vagava per il campo di gioco. E penso che quei cinesi, che lo copriranno d’oro, a Football Manager non ci hanno proprio mai giocato. Ma, forse forse, loro lo vedranno segnare.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy