Islanda on my mind. Gli “strani” numeri del miracolo

Dietro al miracolo islandese ci sono sicuramente tanta passione e una buona dose di magia. Perché leggendo i numeri del Paese e del suo movimento calcistico, sembra tutto incredibile.

L’Islanda del calcio non è più una sorpresa. Dopo aver rubato il cuore a milioni di appassionati in tutto il vecchio continente per le gesta realizzate all’Europeo francese dell’anno scorso (raggiunti i quarti di finale), i vichinghi islandesi hanno alzato l’asticella centrando il bersaglio più grosso: La qualificazione ai Mondiali di Russia.

E dopo aver fatto loro ancora una volta i complimenti, è impossibile evitare di vedere i numeri, davvero curiosi, di un fenomeno senza precedenti. Sì perché l’Islanda è da lunedì sera la prima Nazionale della storia a qualificarsi per la fase finale di un Mondiale, al netto di una popolazione inferiore al milione di abitanti. Ben inferiore in questo caso, viste le sue 330mila anime che non le fanno raggiungere il numero di abitanti di città italiane come Bologna o Firenze.

Dobbiamo poi considerare gli ostacoli naturali al raggiungimento del successo di un programma sportivo così ambizioso. In Islanda ci sono, grazie ai risultati di un programma avviato nel 2002 della Federazione, 6 campi da calcio indoor. Considerando che la media delle temperature di luglio è di circa 10 gradi, e che in inverno la colonnina segna una media di 0 gradi nelle pianure del sud, e di -25 nella parte settentrionale dell’isola, per molti mesi all’anno in Islanda ci sono, in pratica, 6 campi da calcio. In compenso però, i vulcani sono 200.

Nel censimento del 2013 si è calcolato che i maschi di età compresa tra i 20 e i 34 anni fossero circa 35mila. Residenti eh, non calciatori. Se a questo aggiungiamo che il torneo nazionale, disputato dal 1912, occupa la 35esima posizione nel ranking dei campionati più competitivi d’Europa, il numero di potenziali talenti convocabili per la Nazionale è incredibilmente ridotto.

E dunque, come si fa? Nonostante gli investimenti federali siano stati rivolti anche al comparto tecnico, con la formazione di nuovi giovani allenatori, la fortuna di questa generazione d’oro islandese sta nel legame con il movimento nordeuropeo e quello britannico. La maggioranza dei calciatori della Nazionale si è avvicinata al calcio che conta migrando in giovanissima età in Danimarca, Svezia, Norvegia o, appunto, Gran Bretagna.

In questo modo i calciatori dell’isola hanno potuto costantemente crescere in contesti capaci di accettarli culturalmente, e fornire loro l’educazione calcistica e le strutture che, pur con buona volontà, in patria non avrebbero trovato.

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Tutto questo non basta ovviamente a spiegare un exploit così straordinario. Soprattutto se pensiamo che paesi come Malta, Lussemburgo, Cipro o Macedonia hanno popolazioni superiori e condizioni ambientali decisamente più adatte al calcio, ma restano autentiche squadre materasso, o poco più.

Questi vichinghi hanno invece messo in fila Croazia e Ucraina aggiudicandosi il gruppo I con 7 vittorie in 10 incontri. Eh no, il miracolo islandese non può essere frutto dei numeri. Deve piuttosto avere a che fare con lo spirito di un popolo tremendamente unito e socialmente egualitario. Quello spirito vichingo che i calciatori della Nazionale risvegliano insieme ai tifosi e connazionali in occasione di ogni partita.

E poi, come in tutte le belle favole, non tutto può essere spiegato razionalmente. Bisogna lasciare spazio a un po’ di magia. E l’Islanda è un teatro perfetto in questo senso. Pensate che nel 2013 il progetto di costruzione di una superstrada fu bloccato poiché interferiva con l’habitat naturale degli elfi. Sì, parliamo proprio di folletti.

Sarà davvero un piacere vedere gli islandesi migrare in massa in Russia per alimentare il sogno mondiale. Proprio come fu in occasione degli ultimi fortunati Europei, quando l’8 per cento della popolazione si spostò in Francia al seguito della squadra. Semplicemente pazzesco.

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