Le vostre storie: Steven Gerrard

Mi ritrovo qui, seduta sul divano rosso di casa mia, bevendo un tea come la nobile tradizione inglese richiederebbe. Fuori il clima aiuta a creare l’atmosfera, il grigio la fa da padrone e sembra  di essere sempre un tantino in più in quel luogo che ai miei occhi pare incantato. Do un’altra sorsata al tea e socchiudo gli occhi. Ho un solo fotogramma che appare dal buio come per magia. Migliaia di voci che cantano in coro “Steve Gerrard, Gerrard…” E tu sei a metà campo, palla al piede… “He’ll pass the ball 40 yards…”  continui a correre e salti un difensore, poi un altro… “He’s big and he’s fu**ing hard…” sei nell’area avversaria, è il momento di tirare e la palla non può far altro che gonfiare la rete. “Steve Gerrard, Gerrard…” Si riparte, il coro si fa più intenso, sempre più forte.  E le immagini sfumano. Il coro resta nel buio più totale e riappare un’immagine, uno stop d’interno, palla precisa sul petto e destro potente a giro che va a finire diretto lì sotto l’incrocio dei pali. Come quel goal al Middlesbrough, ne ho visti pochi di tiri così precisi.  Decido di riaprire gli occhi, la musica si ferma, le immagini svaniscono. Resto io e la mia tazza di tea che si sta raffreddando, quella notizia che mi ronza in testa da ormai cinque giorni “Gerrard  annuncia il ritiro”. Già, il sogno di rivederlo calpestare l’erba di Anfield che si dissolve, il desiderio di vederlo negli 11 di Klopp che si frantuma, e la clamorosa fine di un’era. Un Addio  che risuona nell’assordante silenzio che adesso mi circonda. Cinque giorni.  E tutto, è già nostalgia. L’interprete migliore dell’autentica filosofia di gioco d’Oltremanica, uno dei centrocampisti più completi che la storia del calcio abbia modo di ricordare, il numero 8 per eccellenza. Che, anche se non molti  ne hanno memoria, è stato altri numeri, prima di diventare un numero 8, è stato tante volte un numero 8 prima di diventare IL numero 8, è stato tante volte IL numero 8 affinché quel numero si capovolgesse e rimanesse nell’immaginario collettivo steso così, in orizzontale. Perché infinito è stato e sarà Steven Gerrard e infinite saranno le volte che negli anni a venire vorremmo dirgli grazie, come abbiam già fatto una moltitudine di volte negli anni già trascorsi.

Quanto questo signore qui abbia dato al calcio è indiscutibile e allo stesso modo impossibile da narrare, ma, statene certi, verranno i giorni in cui ci ritroveremo a raccontarlo a chi verrà dopo di noi. Come accade ogni volta che hai la fortuna inquantificabile di vedere calciare i primi  palloni ad un calciatore che diverrà, col tempo, uno dei più grandi campioni mai esistiti. Dentro e fuori il rettangolo di gioco. Perché sebbene Gerrard sia stato da sempre un capitano carismatico, che affrontava gli avversari a muso duro, senza timore, non si e mai contraddistinto per aver giocato sporco. E certo non parliamo di contrasti aggressivi, perché se non ci fossero stati neanche quelli non sarem qui a parlare di calcio. Ma forse più del calciatore, è stato l’uomo Steven a lasciare il segno. Pieno di quei valori che nel calcio stanno svanendo. Rimanere fedele ad una maglia, ad un colore, ad un ideale. Rinunciare alla possibilità tangibile di arrivare oltre, di portare a casa più trofei, anche individuali, solo per il gusto di indossare quella maglia. Perché per lui, qualunque altro trionfo con un’altra maglia addosso, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Nonostante il cruccio di non aver vinto la premier forse lo ha tormentato già abbastanza e lo farà ancora, soprattutto dopo che  ad un passo dal vincerla sia stato proprio lui a commettere un errore insolito per lui, ci siam dati, e lui con noi, la risposta che era  scritto nelle stelle, era destino, doveva andar così. Lui era già entrato nella storia, con i suoi goal, non con i trofei, con la sua passione, non con i soldi, con l’amore sconfinato per uno ed un solo simbolo.  Lui ha onorato i suoi tifosi 710 volte, è stato leale con la sua gente per 17 stagioni, è riuscito a dare un nome alla finale di Istanbul, perché per la gente era e sarà “la notte di Steven Gerrard” con quell’incredibile rimonta,  è riuscito dopo la gioia incontenibile di aver alzato quella coppa a dire “Come potrei lasciare il Liverpool dopo una notte come questa?”. Perché si sa, ci sono fili invisibili che ti legano ad un’altra persona o ad una passione,  ad uno stadio o ad una città. E il filo di Steven per quando lui poteva andare lontano, non faceva altro che riportalo lì. A casa sua. Quanto sudore ha buttato in quella maglia, quanti ostacoli ha superato per quella maglia, quante volte le sue labbra hanno baciato quel simbolo lì che aveva stampato sul petto, a un millimetro dal cuore. Ma chiunque sa che se avessimo strappato quella maglietta, nel suo cuore, dritto in mezzo tra il ventricolo sinistro e il ventricolo destro, avremmo visto stampato lo stesso identico simbolo. Nessuno potrà mai dimenticare. Nessuno avrà il coraggio né la voglia, parliamoci chiaro, di rimuovere dalla propria mente quel numero 8, di schiena che corre e scivola sotto la Kop, con le braccia spalancate e l’urlo di passione che era capace di travolgere ed inondare chiunque. Nessuno, credetemi potrebbe mai farlo.

Allora alla fine di tutto decido di starmene ancora un po’ qui, tengo in mano la mia tazza di tea e torno a chiudere gli occhi… E ancora quelle note. Eccole di nuovo “Steve Gerrard, Gerrard…” E stringo un po’ più forte la tazza. “He’ll pass the ball 40 yards…” E rivedo i goal migliori “He’s big and he’s fu**ing hard” E la fascia da capitano è ancora sul tuo braccio “Steve Gerrard, Gerrard”. Adesso la radio della mia mente son sicura passerà “You’ll never walk alone”, e lì, lo so, ti vedrò prima in campo a distribuir proedezze e poi sui seggiolini, là tra gli spalti, come ieri, in mezzo alla gente come te, a chi prima di esser calciatore era e sarà soprattutto tifoso.

GRAZIE CAPITANO.

Articolo di: Anna Cencia

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