Lo strano caso del portiere di riserva

C’è chi nasce titolare e chi panchinaro. Si parla tanto della solitudine dei numeri uno…ma troppi dimenticano il ruolo del portiere di riserva. Proviamo noi a dargli il giusto tributo.

«Una vita da mediano, a recuperar palloni». Iniziava così una di quelle canzoni di Ligabue che strappano più di qualche lacrima nostalgica. Uno di quei pezzi che ti rende orgoglioso quando torni in panchina inzuppato di fango in un campo qualsiasi di una categoria qualsiasi dalla promozione in giù. Proprio quella panchina dove siede un tuo compagno di squadra, magari con tanto di coperta addosso per non lasciare spazio ai brividi di freddo.
C’è chi nasce titolare e chi panchinaro. Chi il posto nei primi undici numeri della distinta ce l’ha e chi deve aspettare il momento buono per poter dimostrare di valere qualcosa. Un momento che però non dipende né da quel tanto bistrattato destino, né tantomeno dall’impegno profuso in allenamento. Dipende soltanto da chi ci si ritrova davanti nelle gerarchie. Da un’influenza o da qualche acciacco fisico. Si parla tanto, a volte anche troppo dei numeri uno. Della solitudine e dei pensieri che albergano nella loro mente quando il pallone è lontano e in area arriva solo un vento gelido che taglia il volto.
In tanti, troppi, però dimenticano che dietro a quel numero uno c’è anche un numero dodici. Un numero carico di nostalgia in tempi dove sulle maglie finisco tantissimi sempre più multipli di nove.
Dodici sta per secondo portiere. Il sostituto del titolare: il giovane ancora acerbo o il vecchio titolare che ha lasciato spazio alle nuove leve.
Il dodici che resta seduto in panchina e che non sa quando potrebbe essere chiamato in causa. Né lui nè l’allenatore sono a conoscenza di quel momento. Dopotuto il tempo ha tutto un altro significato per chi aspetta a due passi dal bordo del campo: per novanta minuti od un intero girone di andata poco importa. Il numero uno è distante ben più di quaranta metri in linea d’aria, almeno fino al momento in cui in quell’area succede qualcosa. Una contusione, un muscuolo che si stira o quell’uscita in ritardo che condanna all’espulsione del portiere. Il numero uno che improvvisamente prende la via dello spogliatoio, abbandona la sua solitudine e lascia un vuoto dietro di sé. Un vuoto che solo il secondo portiere può colmare. Non serve nemmeno un cenno del mister: il dodici sta già stringendo i guantoni e abbozzando un riscaldamento che dura soltanto pochi secondi. Tanto basta per trovare la giusta concentrazione, le motivazioni non servono. Il secondo portiere le conserva come i suoi guanti: gelosamente, confidando nel momento giusto per metterle al servizio dei compagni.
Non è mai facile entrare a partita avviata, magari con lo spettro di un rigore da parare all’orizzonte. Ma il secondo è pronto, deve esserlo sempre. Che sia il quindicesimo o l’ottantesimo minuto, che sia la prima giornata di campionato o l’ultima. Una rapida corsa verso i pali, un cenno alla difesa ed il secondo si ritrova a custodire la sua porta, fino ad un istante prima irraggiungibile. Magari proprio da quel rigore causato dal compagno, in mezzo alle inutili proteste di tutta la squadra.
Pochi secondi e quell’attesa di durata indefinita termina. Pochi secondi e la scelta se buttarsi a destra o sinistra potrebbe fare la differenza. Perché chi è il secondo non ha mai tempo per pensare, chi ha il dodici stampato sulla schiena ha una responsabilità ancora più grande di quella del titolare. Ed in cuor suo sa già che non potrà proprio sbagliare. Almeno fino alla prossima panchina, almeno fino alla prossima occasione.

Articolo di: Nicolò Premoli

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