Quel che non s’insegna

Le ultime settimane di Totti ce lo hanno mostrato senza riserve. Esiste nel calcio qualcosa che non puoi proprio insegnare. Una capacità d’incidere che è solo nel DNA di pochi eletti.

Per noi italiani il calcio è una religione. Non è retorica, ma semplice osservazione dei fatti. Anche in un momento storico nel quale non siamo ai vertici in Europa, non possiamo fare a meno di metterlo al centro della nostra vita.

Cerchiamo di capire cosa non va, di trovare nuove soluzioni alla crisi economica che ha colpito il pallone. Ovviamente lo facciamo perdendo la calma con dei settantenni in un Bar vicino alla stazione. La passione, comunque, non manca mai ed è, in fondo, più di quello che fa Tavecchio.

Cerchiamo poi di capire cosa serva alla nostra squadra, che tipo di preparazione dovrebbe affrontare  e che modulo adottare. Pensiamo tutto il giorno al calcio, vediamo arrivare calciatori da ogni parte del globo: giovani talenti, sconosciuti, bolliti, di tutto.

Ancora una cosa non ci riesce di spiegare però. Cos’è che rende speciale quei calciatori che segnano un’epoca e non vogliamo proprio salutare? Qualcosa che non si può insegnare nelle scuole calcio o replicare con gli stage a Coverciano.

Le ultime settimane di Francesco Totti ce lo hanno mostrato chiaramente. Il Pupone gioca in una squadra di talento. Ci sono la freschezza di El Shaarawy, la velocità e l’estro di Salah, le qualità immense di Florenzi o di Nainggolan. Più in generale, la solidità di un gruppo in crescita.

Ogni volta che il quarantenne che si fascia le caviglie entra in campo, però, il ritmo della faccenda cambia drasticamente. Questa cosa la notiamo, paradossalmente, più ora rispetto agli anni della gioventù.

Quando era più giovane, Totti era al centro. Tutto girava intorno a lui e ogni delusione giallorossa gli veniva in qualche misura imputata. Era fortissimo, ma in qualche modo questa condizione la davamo tutti per scontata. Ora l’unicità del soggetto emerge in tutta la sua chiarezza.

Della doppietta di mercoledì hanno parlato tutti. In quel frangente, forse, ha influito anche il caso. Tutto è girato per il verso giusto quasi a voler omaggiare la leggenda accantonata. Negli ultimi minuti di Roma-Napoli di oggi, invece, abbiamo visto qualcosa di speciale. Proprio quello di cui voglio parlarvi.

La Roma ha corso tanto per tutta la partita. Le energie e le qualità dei suoi più giovani interpreti hanno limitato il gioco dei ragazzi di Sarri. Proprio nel finale, però, gli azzurri tornano a spingere forte. Quando Totti entra in campo, il Napoli sta provando di tutto per vincere.

D’improvviso, un ragazzo di quarant’anni che trotterella per il campo cambia la partita. Prima arriva un lancio per Salah di straordinaria efficacia. La velocità e la parabola sono perfette, il tempismo a “prendere in mezzo” i centrali del Napoli è misterioso.

Poi, poco dopo, la giocata della partita. Se hai una “bomba” come quella che ha Totti, e stai controllando una palla quasi al limite dell’area, verranno di corsa a contrastarti. Se sei Totti, però, potrai scavalcarli con un pallonetto telecomandato per un compagno in area. La palla poi torna fuori area e Nainggolan segna il gol decisivo.

La morale? Una squadra di giovani talenti ha creato un’ottima mole di gioco per 80 minuti senza trovare la scintilla che Totti ha saputo accendere per due volte in meno di dieci. Non sono i gol, ma il modo di stare in campo e saper decidere con ciò che pare semplice a sorprenderci ogni volta. Una sorta di linguaggio che solo lui e pochi altri conoscono, e possono leggere a qualsiasi età e condizione.

Totti, probabilmente, non può giocare molto di più. Esaurirebbe altrimenti il proprio estro, contaminandolo con una fatica che più non riesce a sopportare. Questi scampoli ci dicono comunque quello che ben sappiamo ma non vogliamo confessare.

Nel bene e nel male, nessuno potrà insegnare a qualcun altro a “fare il Totti”. Dovremo solo aspettare, e sperare, che il magico fuoco del calcio riscaldi qualche altro ragazzino da qualche parte in Italia. Perché così fa il fuoco del calcio. Può andare a Caldogno, a Conegliano, a Milano, a Testaccio; letteralmente dove vuole.

Non ci resta che stare attenti e saperlo riconoscere. Si tratta di un dono raro, da onorare fin che brucia.

 

 

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