Ricardo “El Bocha” Bochini. Elogio del 10 “classico” e della lentezza

Mentre il calcio europeo degli anni 70 vedeva la svolta “totale” del leggendario Johan, il Sudamerica celebrava un mito della lentezza e del tocco. Per lui correre e sudare era indegno. Lui è il grande Ricardo Bochini.

Probabilmente il giocatore più tecnico del quale non avete mai sentito parlare. Ricardo Bochini è una figura poetica e leggendaria del calcio sudamericano. Un vero e proprio eroe di un mondo solo, che con l’Independiente degli anni 70 vince tutto ed entusiasma all’inverosimile un giovanissimo Maradona, tanto da diventarne il mito.

El Bocha è però profondamente diverso da Maradona. Non tanto per il talento, sovradimensionato per entrambi, quanto per l’approccio al calcio e alla vita. Qualcuno, forse anche lo stesso Pibe, potrebbe definire Bochini il miglior 10 della storia del calcio. Perché questo è stato Ricardo Bochini: un 10 senza rimpianti o compromessi. Duro e puro. Tanto inchiodato alla sua posizione, quanto visionario. Per darvi un’idea del personaggio, possiamo dire che il suo scatto e la sua mobilità facevano sembrare il Ronaldinho degli anni al Milan un maratoneta etiope.

La lentezza di Bochini non è però stata tanto o solo una scelta di comodo o un segno d’indolenza, quanto una vera e propria filosofia. Il 10 non corre e non suda. Il 10 detta, con il suo controllo e la sua visione del campo, il tempo delle giocate, il tempo dei compagni e dell’intera partita. Il 10, persino, non tira in porta. Bochini ha smazzato centinaia e centinaia di assist nell’arco di una carriera da record, e segnato molto poco. Non perché non ne avesse l’occasione, s’intende, ma per l’irresistibile natura e voglia di essere un 10. Per l’irresistibile natura e voglia di mettere una palla nel ristretto e magico spazio tra le maglie dei difensori e non nel volgare spazio tra le maglie della rete.

Può sembrare follia, ma in fondo lo si può anche intendere. Bochini è stato per certi versi l’anti-Cruijff. Che bello sarebbe stato sentirli discutere di calcio. Il regista di Johan è dinamico, duttile e letale; il regista di Ricardo serafico, amante del pallone e del filtrante impossibile.

“Il 10 non torna, non si butta nello spazio e, per diamine, non va a saltare di testa in area” tuonerebbe il Bocha. “il 10, che poi può anche avere il 9 o il 14, guida tutta la squadra muovendosi con lei, gettandosi nello spazio, andando a saltare e a coprire. Il regista vede e vive tutto il campo” risponderebbe indignato Johan.

bochini 2

Due volti straordinari del calcio degli anni 70. Mentre Johan dominava e cambiava l’Europa con il suo credo, Bochini dominava il Sudamerica brandendo il suo vessillo di classico fuori dal tempo. Dal 1972 al 1984 il suo Independiente vinse ben 5 Copa Libertadores e 2 coppe Intercontinentali.

Nel 1973, con l’Ajax campione d’Europa in carica, poteva esserci il confronto diretto. Gli olandesi però rinunciarono, lasciando il posto alla Juventus che uscirà poi sconfitta nella doppia gara con Bochini e compagni.

Anche in Nazionale il confronto, pur cronologicamente possibile, non arrivò mai. Cruijff non partecipò, per ragioni politiche, al Mondiale del 78. Bochini in Nazionale non ci giocò praticamente mai. Già troppo fisico stava diventando per lui il calcio proposta dall’Argentina. E lui, ultimo difensore del retaggio tecnico e culturale del Fútbol argentino degli anni 30, non trovò mai spazio.

Ci fu solo un’eccezione al vuoto Bochiniano nella  Selección. Nel 1986, quando Maradona è il padrone assoluto della squadra e della nazione intera, arriva il grande omaggio. Al via dei Mondiali in Messico, la leggenda dell’Independiente ha 32 anni. Quell’Albiceleste si fonda sul più grande accentratore della storia del calcio e un gruppo di fidati pronti a sostenerlo senza intralciare. Il buon Ricardo sta a guardare praticamente per tutta la competizione.

A 5 minuti dal termine della semifinale con il Belgio, però, arriva il gesto di Diego. Vuole in campo Bochini. Burruchaga esce e il Bocha, con il numero 3 sulle spalle, debutta nella coppa del Mondo.

“Prego Maestro, la stavamo aspettando” gli dice Diego salutandolo in campo. Direi che basta così.

P.S. Per chi provasse un certo rimpianto per non poter godere dello stile di Bochini, niente paura! C’è sempre il Mudo Vazquez. Mudo patrimonio dell’UNESCO!

 

 

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