Sono Johan e ho visto prima

Johan Cruijff è il più importante calciatore e, forse, sportivo europeo del ventesimo secolo. Ha vinto tutto con i Club e perso tutto con la Nazionale diventando per questo una leggenda. Soprattutto ha visto prima.

Johan Cruijff è il più importante calciatore e, forse, sportivo europeo del ventesimo secolo. Ha vinto tutto con i Club e perso tutto con la Nazionale diventando per questo una leggenda. Vent’anni dopo e come la grande Ungheria, non mise le mani sulla Coppa del Mondo per riscrivere invece in toto il calcio globale, che diventò tale proprio da quando lui ci mise le mani; o meglio gli occhi.

La sua figura è talmente grande, se non addirittura ingombrante, da non poter essere di certo descritta in poche righe e non certo solo elencando i prestigiosissimi traguardi sportivi raggiunti dal giocatore. Come dicevamo è più giusto affidarsi a cosa Cruijff ha saputo vedere, quando gli altri invece passavano e tiravano dritto.

Johan fu il primo a fondere in una macchina perfetta l’estro e la condizione fisica. Che il cervello non bastasse a far girare le gambe, anche lievemente storte, lo aveva capito fin da subito. Quando a questo aggiunse il carisma, cominciò il viaggio.

Un viaggio che lo portò, ancora giovanissimo, a dominare il calcio europeo con l’Ajax e a ridisegnare in modo completamente inedito la figura del calciatore.

Cruijff fu forse l’unico giocatore moderno a indossare una maglia diversa dai compagni in occasione di una gara dei Mondiali. Nell’edizione del 1974 utilizzò una divisa Adidas con due sole strisce, perché lui era uomo Puma. I calciatori cominciavano, anche grazie al suo esempio, a potersi esprimere per davvero.

Come quando, insieme ai compagni dell’Olanda, decise che le mogli in ritiro le voleva. Così la sua splendida Danny e tutte le altre mogli e fidanzate condivisero l’esperienza mondiale con i giocatori…e non andò proprio così male. Fu Bomber non solo per meriti sportivi, il grande Johan.

Il padre di Danny era il potente procuratore Cor Coster. Quando in Spagna riaprirono le frontiere ai calciatori stranieri nel 1973, Johan si trasferì, su sua indicazione, al Barcellona. Peccato che Real Madrid e Ajax si fossero già accordati per il suo trasferimento. In un’epoca in cui i calciatori firmavano in bianco i contratti che venivano loro buttati sotto il mento, Cruijff firmò con i Blaugrana guadagnando perfino di più rispetto al costo, già altissimo, del suo cartellino.

Non se ne pentirà mai il Barcellona. Se oggi miete successi e scrive pagine su pagine di record, lo deve in sostanza a quei tre miliardi di fiorini olandesi spesi per Cruijff. Al suo ritorno da allenatore in Catalogna sul finire degli anni 80, infatti, il Pelé bianco rivoluzionò la visione del Club. Visione è la sua parola d’ordine, ancora una volta.

Il calcio totale, giocato da lui in Olanda, lo ha insegnato e reso sistema in Spagna. Il suo Barcellona, ribattezzato Dream Team, ha posto le basi per quello che vediamo oggi. Se nel 2000 l’allora direttore sportivo Carles Rexach decide di puntare su un ragazzino argentino con disturbi dello sviluppo, è anche grazie a Johan. Lui che pur con i piedi piatti e la caviglia sformata ha ridisegnato le geometrie del gioco.

Perché Cruijff ha davvero mostrato come con la testa, gli occhi, il cuore e il talento si possa dominare su un campo di calcio. Ha mostrato come facendo correre il pallone più degli uomini sia possibile conquistare il gioco più giocato al mondo. Chissà quante volte l’hanno sentito filosofeggiare di pallone Pep Guardiola e Txiki Begiristain, inseriti in prima squadra proprio da lui. Cosa abbiano fatto di quella filosofia poi, lo sappiamo tutti.

Troppo imponente, davvero, è stato Johan Cruijff. Un ragazzo che lo status di mito lo aveva già raggiunto a vent’anni. Oggi, quindi, per una figura così grande basta un saluto piccolo, semplice. La sua immagine, tanto, vive e vivrà in ogni campo dove, bambini o grandi non fa differenza, si metteranno a fare bel calcio.

 

 

 

 

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