Berlino, 9 luglio 2006, campioni del mondo: ieri

Malouda entra in area, un contatto. Forse no.

Il cuore che si spezza in gola, un urlo che arriva da qualche fila più indietro.

L’arbitro che segnala il dischetto mentre qualcuno scaglia qualcosa per terra rompendolo in mille pezzi.

Rabbia, tensione. Non ci voleva.

Rabbia e rigore per la Francia, sui piedi di Zidane. Caressa ce l’aveva messa tutta per spingere il pallone lontano dalla linea di porta ma non era riuscito ad evitare il vantaggio francese. Ci avevamo sperato tutti tra grida e speranze ma il replay aveva stroncato sul nascere ogni dubbio. Ogni velleità di incertezza.

I transalpini a condurre, noi ad inseguire. Tutti insieme. Chi davanti alla televisione in quella serata bollente di luglio, chi allo stadio con il sudore a sciogliere il tricolore dipinto sul volto.

Corner. Lo batte Pirlo.

Quell’uno a fianco della Francia fa ancora male. La rincorsa è breve, il pallone vola in area, la attraversa e arriva dalle parti di Materazzi. Era già volato alto, altissimo nella sfida con la Repubblica Ceca. Ma forse poteva fare ancora qualcosa di più: potevamo spingerlo qualche centimetro ancora più su verso quella sfera che nessuno era riuscito ad intercettare.

Colpo di testa. Barthez non ci può fare nulla.

Pareggio. Un bicchiere di birra si rovescia, un altro finisce per terra.

Ma è estate e fa caldo, non è un problema. C’è un altro uno nel parziale. E ancora tanti minuti da giocare. Minuti dove può succedere qualsiasi cosa, soprattutto nella finale di un mondiale.

Toni riceve palla al limite dell’area piccola. Calcia ma Thuram gli chiude lo specchio.

Un altro corner. Lo batte ancora Pirlo.

Il pallone sembra quasi radiocomandato, come lo era sembrato al diciannovesimo sul gol di Materazzi. Vola Toni, il pallone si stampa sulla traversa.

Traversa. Sarebbe bastata una trentina di centimetri in meno per scrivere una storia diversa. Per riaprire una partita che era iniziata in salita, nel peggior modo possibile.

Traversa. Un pugno che si stampa sul tavolo come la sfera sul montante. Delusione mista alla consapevolezza che il cucchiaio di Zidane non ha scavato nella convinzione degli azzurri. Consapevolezza che la storia è ancora tutta da scrivere.

Henry avanza palla al piede, sembra ce l’abbia incollata agli scarpini. Una finta, si gira e passa in mezzo a servire un compagno. La pezza di Zambrotta a spazzare in angolo.

Henry ci riprova ancora. Salta anche Cannavaro che solo qualche giorno prima aveva mostrato alla Germania intera di meritare il Pallone d’Oro.

Tiro. Buffon si distende e devia.

Non è ancora finita. La voce è scappata via nonostante un sorso di acqua ghiacciata rubato dalla bottiglietta dell’amico. Scappa via anche Sagnol sulla sinistra. Cross in mezzo, Zidane di testa e Buffon che salva tutto. Tocca il cielChi o con il guantone destro, manda alle stelle un pallone che sarebbe finito quasi sicuramente in rete.

Tensione: l’abbiamo rischiata grossa. É andata bene per un soffio.

Il cuore batte all’impazzata ma in campo c’è da discutere. Materazzi è a terra con le mani al petto, sulla trequarti gli azzurri avvicinano l’arbitro. Ma è il guardalinee ad aver visto tutto.

Ad aver visto quella testata secca, senza esitazioni, di chi aveva beffato una nazione intera con il suo cucchiaio.

C’è chi lancia qualcosa verso lo schermo, chi si scatena. Chi in silenzio confida che quel rosso sventolato in faccia a Zidane possa davvero essere la svolta.

Chi in silenzio si vede già proiettato ai rigori, ad una lotteria dove chi vince mette la mano sulla Coppa, chi perde sfila con una medaglia al collo davanti ai vincitori. Con la testa bassa e gli occhi lucidi.

Al fischio finale c’è chi spera in Buffon.

C’è chi gufa clamorosamente Barthez e i battitori francesi.

C’è anche Trezeguet che calcia centrale ma prende la traversa.

C’è De Rossi che non sbaglia.

C’è Grosso che mette in rete il pallone più importante, quello più difficile.

Quello che regala il mondiale all’Italia, quello che scatena caroselli fino al mattino.

Campioni del mondo. Un mondo che in undici anni ne ha viste tante, dentro e fuori dal campo.

Sembra ieri. E forse non mi sono mai davvero svegliato da quella notte.

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